Più generazioni, tanti segreti nascosti per anni e sentimenti contrastanti: ne "La vita gioca con me" David Grossman racconta la resa dei conti in una famiglia in cui ricordi e omissioni hanno creato ferite difficili da rimarginare... - L'approfondimento

Fare i conti con il passato della propria famiglia per continuare a vivere: potremmo partire da questa osservazione per trattare del nuovo romanzo familiare di David Grossman, La vita gioca con me (Mondadori, traduzione di  Alessandra Shomroni). In realtà, l’opposizione tra passato e presente è solo apparente: ci sono linee di continuità, ferite che suturano enormi segreti e non detti alla pelle nuova, provocando cicatrici impossibili da nascondere.

Quando Vera ha lasciato sua figlia all’età di sei anni e mezzo, la piccola Nina non ha mai visto l’assenza della madre per quello che era, ovvero una disumana detenzione al campo di rieducazione di Goli Otok, ma lo ha interpretato solo come un abbandono. Poco importava che la madre per due anni e mezzo avesse lottato per la sopravvivenza, subendo le peggiori sevizie e privazioni: Nina ha covato risentimento, e il trauma ha aperto in lei un vuoto impossibile da colmare. Anni dopo, neanche Rafael, suo fratellastro adottivo, ha saputo riparare il suo bisogno d’amore incondizionato e smisurato: poco conta che loro abbiano avuto una figlia, Ghili, narratrice del romanzo che stringiamo tra le mani. Nina ha, infatti, avvertito più volte il bisogno di partire, frapponendo migliaia di chilometri tra la sua famiglia (e il suo passato) e la possibilità di una nuova esistenza, riempiendosi di amanti seriali, di nessun conto. E, così facendo, ha creato un’altra infelice, un’altra bambina che non ha fatto che contare i giorni di assenza di quella madre strana, inafferrabile, disposta a comparire solo a sprazzi e a farsi sentire al telefono di tanto in tanto.

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Ora, per il compleanno dell’ultranovantenne Vera, il “quadrilatero” degli affetti, così come lo definisce Grossman a pagina 246, si ricompone, ma i suoi vertici sono sbrecciati: Vera, sempre forte e generosa con gli altri, guarda di sottecchi la figlia Nina; Nina, che ha affrontato un lungo viaggio dall’Artico pur di essere vicino a sua madre, non sa come schermarsi dall’odio di sua figlia, né come affrontare la dedizione costante da parte di Rafael; Ghili osserva entrambe le donne chiedendosi: “Chi sono senza l’odio per Nina?” (p. 125), e si domanda come fare chiarezza. Ci proverà, nel modo più congeniale a lei e al padre: Ghili propone di registrare un documentario, in cui Vera racconterà il suo passato, dalla conoscenza con il nonno Miloš, motivo per cui lei è stata internata al campo di concentramento, al suo presente, senza bugie né altre omissioni. In realtà, anche Nina condivide più volte la telecamera, perché lei ha una richiesta speciale da fare: desidera che quel documentario di famiglia venga tutto rivolto a lei, alla Nina che diventerà in un futuro non molto lontano, a quella che avrà ormai perso la memoria. Sì, perché Nina è tornata al suo kibbutz con un segreto terribile: ha appena scoperto che presto la demenza la coglierà, prematuramente.

Ecco che allora il documentario diventa un mezzo per fermare il passato, ma anche per salvare il futuro: La vita gioca con me è un romanzo che insiste più volte sulla resilienza dell’identità, cosa da salvaguardare a qualsiasi prezzo. Come Vera non rinuncia alla propria dignità all’interno del campo, mantenendosi umana con ostinazione e resistendo stoicamente alle prove quotidiane, così Nina vuole recuperare la verità della sua infanzia, per tenersi poi strette quelle radici su cui ha più volte fantasticato. E Ghili, alle prese con un importante interrogativo – diventare o non diventare madre? – deve raccogliere uno scomodo fardello, ovvero l’eredità di una famiglia che ha maturato assenze pesanti tonnellate e presenze infinitamente più leggere e rarefatte.

Un’altra coppia oppositiva, in questo romanzo che vive di contrasti, è infatti il forte stacco tra l’accudimento e l’abbandono, che va di pari passo con il fermarsi (e documentare il passato) o il muoversi (per rimuovere il passato, con continui sradicamenti). Il video può essere una garanzia per il futuro: attraverso le parole della matriarca, che mimeticamente riproducono le incertezze grammaticali di lei che – straniera – si è poi trovata a vivere nel kibbutz, si ripercorrono in modo scabro ed essenziale le difficoltà del passato, inimmaginabili per la giovane Ghili. Per quanto Vera racconti “con una strana leggerezza” (p. 113), le sue verità sono macigni, così come quelle che saranno rivelate da Nina. Rafael si trova a scoprire delle svariate avventure sessuali di Nina, eppure, per quanto deluso, “l’amava in qualsiasi modo lei glielo permettesse, o glielo imponesse” (pp. 45-46).

Nina è colei che fugge, l’oggetto del desiderio che Rafael, personaggio meno tratteggiato rispetto alle tre donne, fa di tutto per ritrovare: quello che prova per lei è un amore che si muove tra dipendenza e ossessione, qualcosa che ai lettori di Grossman ricorderà alcune pagine di Che tu sia per me il coltello. Ma qui c’è un vissuto in comune, una figlia addirittura, e la consapevolezza di Rafael: “so amarla […] in qualunque situazione” (p. 76), che è motivo di una rassegnata disperazione ad amarla, nonostante tutto.

Tra ricordi che divergono, piacevoli incontri e disperanti separazioni, spiegazioni che prendono finalmente forma, incomprensioni che si fanno ora scontro ora chiarimento, La vita gioca con me è un romanzo che ci pone indifesi davanti ai grandi interrogativi: a quante intemperie può sopravvivere l’amore? E quanto siamo disposti a lottare per preservare la nostra identità?

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