"Nel film di Sorrentino non c’è traccia del conflitto in atto tra padri/nonni e figli/nipoti...". Lo scrittore Francesco Pecoraro, classe '45, ha visto "Youth" in una serata di derby capitolino. E ne parla su ilLibraio.it: "La vecchiaia è una sequenza di battute intelligenti, sempre un po’ sentenziose & paracule, molto auto-ironiche, mai lamentose..."

Visto il film di Sorrentino in una serata di derby capitolino. In strada si udivano urla selvagge provenienti dalle finestre dei palazzi circostanti, come di gente in preda a un orrore indicibile. E invece era gioia per il «go’», come a Roma si pronuncia la parola goal. C’era stata qualche coltellata tra i tifosi: tutto nella norma. La realtà cruda di quelle ore restava fuori della sala, dove del resto c’erano quattro spettatori.

Credo che Youth sia un film sulla vecchiaia e sul processo di sottrazione vitale che la determina. Tutto ciò che la vita eventualmente ti dà (come bellezza, naturali talenti fisici e intellettivi, una libido debordante, forza fisica, energia, determinazione, capacità caratteriali, un’efficiente struttura scheletrica e muscolare, eccetera) e tutto ciò che riesci a strapparle (come successo denaro amori sesso avventure), da un certo momento in poi ti viene progressivamente tolto. È il noto procedimento dell’invecchiare, che qualcuno ha definito come «l’unico modo che si conosca per non morire giovani». Sono nato nel 1945, quindi la questione mi riguarda da vicino.

Oggi più che in passato, il problema di noi vecchi sono i giovani, cui invidiamo troppo ciò che ci è stato tolto dall’età. E il problema dei giovani sono i vecchi, sempre più numerosi, percepiti come zavorra economico-intellettiva della società. Nel film di Sorrentino non c’è traccia del conflitto in atto tra padri/nonni e figli/nipoti per la spartizione delle risorse disponibili, recentemente da noi fattesi più scarse. Nel XXI Secolo la lotta tra generazioni sostituisce in modo strisciante quella tra le classi.

Youth, come dice il titolo, adotta in pieno (o meglio, vuole farlo senza riuscirci) l’ottica della vecchiaia. Lo sguardo va quasi in una sola direzione: noi spettatori osserviamo questi vecchi agiati che nel film a loro volta osservano i giovani. E i giovani sono tutti molto accoglienti, carini, ragionevoli, invidiabili, forse un po’ scemi. C’è distanza, ma non conflitto, visto che tutti se la passano bene, in un albergo con Spa in cima a una montagna svizzera. Anche quelli che sono lì per lavoro.

Essere vecchi dopo una vita di successo (artistico) non è la stessa cosa, naturalmente, dell’essere vecchi dopo una vita qualsiasi. E infatti in Youth la vecchiaia è una sequenza di battute intelligenti, sempre un po’ sentenziose & paracule, molto auto-ironiche, mai lamentose, mai un perdio oggi mi fanno male le ginocchia, mai una di quelle banalità che dicono i vecchi normali, quelli che camminano sui marciapiedi delle nostre strade, solo ogni tanto un cenno al pisciare/non pisciare, uno scrutarsi a vicenda in silenzio, un oziare sotto le mani della massaggiatrice oppure sdraiati in piscine calde dove all’improvviso può apparire, naturalmente nuda, una donna dalla bellezza pazzesca.

Alla fine il gioco si riduce a un’ossessiva rievocazione onirico-nostalgica di ciò che si è stati e non si è più, delle donne con cui si è lavorato/scopato, di ciò che si era capaci di fare, delle forze dei talenti e dell’immaginazione che in quanto vecchi ci hanno abbandonato. Alle immagini mentali di due antichi amici (uno musicista, l’altro regista) che dialogano per tutto il film, Sorrentino aggiunge immagini «libere» (sono la cosa migliore del film) e in più, presenze e accadimenti enigmatici, come l’ex asso del calcio distrutto dall’obesità, il monaco buddista, l’attore che assume le vesti del personaggio che presumibilmente sta studiando, eccetera.

Naturalmente, com’è anche nel film di Moretti, non manca una «riflessione sul cinema», come se fare/non fare e fare bene/male cinema siano davvero problemi che ci riguardano tutti e non solo quelli che lo fanno. Mentre noi, per fortuna, ci limitiamo a prenderne visione.

La morte è lì, ma non incombe come dovrebbe, non si annuncia in un dolore improvviso e inedito con cui ti svegli al mattino. Apprendiamo che il protagonista è «sano come un pesce»: il suo problema è solo la vecchiaia. La sua sarà sicuramente una morte elegante, in una bella casa di Venezia/Londra/Parigi. C’è ancora tempo per tornare a lavorare, ma non metti come volontario alla Caritas o a sorvegliare le strisce pedonali all’uscita di una scuola: andrà invece più che bene un concerto per la Regina d’Inghilterra, mentre l’amico regista sceglie un’altra soluzione.

Non pretendevo che Youth mi dicesse della vecchiaia in toto, che sarebbe stato anche noioso. Ma certamente qualcosa di più. Anche sulla giovinezza.

Dopo, a casa, un po’ di tv, come una lavanda gastrica: in un film di Indiana Jones seconda serie, il vecchio attore Jim Broadbent dice qualcosa sull’essere vecchi. Qualcosa come: «Sai quando la vita smette di dare e comincia a prendere?».

Ecco, quella cosa lì.

*L’autore ha pubblicato con Ponte alle Grazie il romanzo La vita in tempo di pace

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