Dopo il bestseller "La cena" (da cui sono stati tratti ben tre film) torna Herman Koch, con "Il fosso", romanzo che ha per protagonista il sindaco di Amsterdam, e in cui ancora una volta l'autore olandese, che è anche un attore, racconta le contraddizioni della borghesia. ilLibraio.it lo ha intervistato

Basta il sospetto di un tradimento a far vacillare anche il politico più abile nell’arte della dissimulazione. È quanto accade a Robert Walter, il protagonista del nuovo romanzo dell’olandese Herman Koch, Il fosso, edito da Neri Pozza e tradotto da Giorgio Testa. A essere oggetto degli strali pungenti e spietati dell’autore del bestseller La cena (Neri Pozza, 2010) – divenuto un caso internazionale e seguito da ben tre trasposizioni cinematografiche – è il sindaco di Amsterdam, la capitale dei democratici Paesi Bassi. La moglie Sylvia è straniera, eppure il primo cittadino si guarda bene dal dire da quale nazione provenga. Non vuole che la gente, abituata ai pregiudizi, si lasci andare in illazioni. Eppure lui stesso dimostrerà di non essere così “tollerante” come ama mostrarsi in pubblico quando si insinua dentro la sua mente il dubbio che la consorte abbia una relazione clandestina (questa sì) con l’assessore Maarten van Hoogstraten.

La sfera privata che il protagonista cerca disperatamente di celare, compresa l’eutanasia a cui vorrebbero ricorrere i genitori, alla fine prevale su quella pubblica, tra gli incontri con i capi di Stato di tutto il mondo, l’amministrazione della città e la tensione per lo scoppio costante di uno scandalo che farebbe impazzire i media.

Al centro dell’indagine senza esclusione di colpi compiuta da Koch, c’è ancora una volta la borghesia e la sua classe dirigente. E sembra ancora valido il monito che il protagonista di Un borghese piccolo piccolo di Vincenzo Cerami dava al figlio prima della tragedia: “Pensa a te Mario, pensa solo a te. Ricordati che in questo mondo basta fare sì con gli occhi e no con la testa, che c’è sempre uno pronto che ti pugnala alla schiena”.

E a finire nel “fosso” basta un attimo.

Herman Koch

Il suo è un incipit incisivo: “La chiamerò Sylvia”. Ricorda un altro incipit famoso, considerato il più potente per un romanzo, “Chiamatemi Ismaele” del Moby Dick di Melville. Ci aveva pensato?
“Sì, ci sono un po’ di riferimenti sparsi per il libro. Quando ho scritto questo incipit ho pensato a Melville, ma era una piccola citazione”.

Quanto conta per lei l’attacco in un romanzo? Sia come scrittore sia come lettore…
“Per me è molto importante, in particolare per il tono che si vuole dare e per comprendere chi sta raccontando la storia. Una persona che esordisce con ‘La chiamerò Sylvia’ appare subito come molto sicuro di sé. Il protagonista inizia a fare affermazioni sugli immigrati, sugli stranieri, sulle differenze culturali. E noi gli crediamo. Poi veniamo a sapere che in realtà, nel profondo, è un uomo decisamente insicuro”.

Diviso quindi tra il suo ruolo pubblico e quello privato.
“Sì e in questo Robert Walter rappresenta il politico ideale: all’esterno la gente lo considera carismatico e lui stesso è convinto di esserlo perché quando parla tutti tacciono e lo ascoltano. Eppure ha anche questa visione interiore di sé in balia del sospetto che la moglie abbia una relazione con un altro uomo e non sa cosa fare. Qualcuno avrebbe cercato nel cellulare della moglie messaggi o altre prove. Invece lui è come paralizzato”.

Come ha anticipato, il romanzo è narrato in prima persona dal personaggio principale. Perché questa scelta?
“La maggior parte dei miei romanzi è scritta in prima persona perché, quando funziona, il lettore si trova nella mente del protagonista e percepisce la storia dal suo punto di vista. Anzi, a tratti ha persino maggiore consapevolezza di pensieri e spinte emotive del protagonista stesso”.

Quanto la prima persona condiziona il lettore nel provare empatia per Robert nonostante le sue bassezze?
“È fondamentale che senta empatia con lui dal principio. Anche se il protagonista è uno stronzo o un assassino. Lo deve comprendere in un minuto. In questo libro il personaggio principale è un uomo ragionevole, sebbene appaia un po’ paranoico. Tuttavia, essendo nella sua testa, possiamo giudicare noi stessi se è nel torto o nel giusto. Posso confessarle che mentre scrivevo il romanzo io non sapevo se effettivamente la moglie di Robert avesse una relazione extraconiugale. Ne scrivevo, ma non lo sapevo”.

In che modo la sua attività di attore ha influenzato il suo stile di scrittura e questa capacità totale di immedesimazione?
“Un po’ sì. La cosa più simile tra la scrittura e la recitazione è la voce del protagonista. Io non ho mai recitato copioni o battute scritte da altri se non da me. E la cosa che mi interessava di più era trovare la voce giusta. Non tanto basandomi sul mero aspetto testuale, ma su come quell’uomo che stavo impersonando parlasse agli spettatori, se stesse nascondendo qualcosa, fosse sicuro di sé, si esprimesse compiutamente oppure cercasse di celare la sua vita privata”.

Herman Koch

Una voce sincera oppure no, quindi.
“È così. Quando ascoltiamo o leggiamo una storia una delle prime domande che ci poniamo è: ‘Sarà vera? Sarà accaduta realmente così?’. In un libro sentiamo qualcuno dirci qualcosa che forse ha fatto in un certo modo. Pensiamo nel Fosso al segretario comunale che intende suicidarsi: Robert ha diverse teorie a riguardo, ma quale sarà quella reale? Noi ‘sentiamo’ la storia solo attraverso la sua voce”.

In questo libro torna protagonista un politico, sebbene a differenza de La cena si tratti di un sindaco, forse tra i politici la figura più apprezzata. Perché lo ha scelto?
“Ci sono stati diversi sindaci ad Amsterdam e anche a Rotterdam con forti personalità. Un saggio di Benjamin Barber si intitola Se i sindaci governassero il mondo. È un dato di fatto, e in tutto il mondo, che i primi cittadini abbiano delle personalità più carismatiche rispetto a presidenti e primi ministri. E questo è accaduto anche in Olanda. L’ultimo sindaco di Amsterdam e l’attuale primo cittadino di Rotterdam nei sondaggi per-elettorali un anno fa venivano indicati come i più apprezzati dalla gente che li avrebbe voluti al posto del premier o degli altri candidati dei vari partiti”.

Per quale motivo?
“Perché in questo caso si sono dimostrati gentili, intelligenti e anche più liberi. Si devono occupare della loro città partendo da una dimensione di prossimità con gli abitanti. Per questo libro mi sono ispirato molto al sindaco di Amsterdam. Quando il romanzo è uscito gli ho inviato una copia. A parte la vicenda del tradimento, frutto della mia fantasia, mi sono permesso di entrare nella sua mente per commentare tutti gli incontri con istituzioni di spicco: dal presidente degli Stati Uniti a quello francese, i regnanti olandesi e così via. Ho cercato di dare voce ai pensieri, anche quelli meno politicamente corretti, che lui nella realtà non avrebbe mai esplicitato. E lui mi ha confessato: ‘In alcuni punti hai proprio azzeccato'”.

In effetti Robert Walter vuole apparire politically correct, ma fin da subito comprendiamo come applichi costantemente l’arte della dissimulazione, a partire dal nome della moglie. In politica e col proliferare delle fake news, dire la verità è impossibile?
“Dipende. I sindaci, che hanno a che fare con la dimensione cittadina, possono agire in modo più aperto rispetto a un primo ministro. Walter non dice sempre la verità, ma può dirla. Questo sindaco in particolare, su cui mi sono basato per diversi aspetti, era una persona molto schietta e diretta, attiva e realmente gentile. Era molto amato. Uso il passato perché purtroppo è venuto a mancare alcune settimane fa a causa di una malattia. Magari non ha funzionato tutto, ma almeno ci ha provato. E non era nemmeno politicamente corretto: era un assiduo fumatore e adorava bere vino bianco”.

Beh ma forse è meglio un politico così, che non indossa maschere.
“Assolutamente. Il primo ministro invece è così noioso che non solo non è sposato, ma non sappiamo nemmeno se frequenti una donna o un uomo. Certo, la vita privata va rispettata, però…”.

A proposito di noia, nei suoi romanzi è spesso protagonista la borghesia il cui maggior problema, secondo lei, è proprio la noia. E i figli, come in Odessa Star e a maggior ragione ne La cena, sembrano l’unico loro pensiero.
“Sì, è vero ed è qualcosa che accade anche in questo libro in merito alla figlia di Walter. Lui pensa sempre alla figlia e anche al suo fidanzato. Al fatto che il loro matrimonio si possa rivelare un disastro. E continuerà a preoccuparsi per lei anche quando avrà 90 anni”.

E riguardo all’accusa alla borghesia di essere ipocrita?
“Io scrivo spesso di uomini e donne appartenenti alla borghesia perché è la classe sociale che conosco meglio visto che ci sono cresciuto. Mio padre era un giornalista e ha militato nella politica locale. Era leader del partito democratico-socialista. Quindi una borghesia più orientata a sinistra. E spesso c’è il paradosso che anche in questi casi magari si possiede una bella auto sportiva e i figli frequentano le migliori scuole. Questa è la mia esperienza e non potrei scrivere d’altro”.

Ipocrisie e pregiudizi albergano nei suoi personaggi che mostrano di volerli combattere, almeno per facciata, con la tolleranza. Una parola che considera molto scivolosa…
“Sì confermo. Sembra così politicamente corretto dire: ‘Noi siamo italiani, olandesi e siamo tolleranti rispetto alle altre culture’. Invece credo che dietro la parola tolleranza si nasconda un senso di superiorità nei confronti delle persone di cui ci proclamiamo tolleranti. Di fronte a noi ci sono solo altre persone. Perché allora la necessità di ‘tollerarle’? Se gli immigrati che di recente sono arrivati nei nostri Paesi dicessero: ‘Noi vi tolleriamo’ verrebbero tacciati di arroganza”.

A proposito di intolleranza, lo scorso anno ha avuto grande successo un libro che denuncia il razzismo negli Usa, Lo schiavista di Paul Beatty. Oggi la satira può essere l’unica via per raccontare le brutture del presente?
“No, non credo sia l’unico modo. Si può scrivere in maniera realistica per raccontare quello che ci accade. Nel mio caso penso di utilizzare la satira solo per il contesto. Ad esempio quando ci sono ristoranti molto sofisticati e alla moda. Tuttavia non ho adottato un approccio satirico nei confronti di questo sindaco. Forse di qualcuno dei suoi assistenti o di altri politici attraverso i suoi occhi. Ma anche in questo caso non è propriamente satira, quanto il suo punto di vista. Del libro di Beatty ho letto solo le prime pagine. Ma mi è piaciuto molto il tono, comico e duro al contempo”.

Dalla questione razziale alla vecchia foto del Vietnam in cui forse il buon Robert picchiava un poliziotto; dai genitori che vogliono ricorrere all’eutanasia al segretario comunale cleptomane che intende suicidarsi. Per non parlare dell’incontro con Hollande e Obama. Il nostro sindaco si trova ad aver a che fare con tutti i temi caldi della contemporaneità. Eppure è una “questione privata”, quella della gelosia e del presunto tradimento, a farlo vacillare.
“Credo che l’unica cosa che ho meditato coscientemente di questo libro sia la gestione di una questione privata come quella dell’adulterio, dell’infedeltà o del semplice flirt con qualcuno che non sia il proprio compagno. Quello che ne consegue in una coppia normale sono le porte che sbattono, i litigi, il divorzio, le lacrime. Invece in questo caso tutto resta dentro perché il protagonista è una personalità pubblica e una cosa del genere scatenerebbe i giornali, comparirebbero foto a tutta pagina dell’amante della moglie e titoli eclatanti”.

La paura che la sua famiglia verrebbe rovinata?
“Sì, ma non solo. Nutre un vero e proprio terrore di questa invasione mediatica. Preferirebbe rassegnare le dimissioni per uno scandalo sessuale, per essere stato scovato con delle prostitute o molestato da Kevin Spacey piuttosto che far sapere al mondo di essere stato tradito, scatenando l’ilarità e poi la pietà generale”.

La cena l’ha reso celebre in tutto il mondo e a distanza di pochi anni ha avuto ben tre adattamenti cinematografici. Uno nel suo Paese, uno italiano, I nostri ragazzi del regista Ivano Di Matteo e l’ultimo quest’anno con Richard Gere. Come spiega questo proliferare di pellicole?
“Non è facile rispondere. Diciamo che in queste circostanze cerco di mantenere una certa distanza anche perché film e libro sono due cose diverse e non voglio interferire. Certo, quando vedi che traggono tre pellicole diverse in pochi anni dal tuo romanzo ti poni delle domande. Forse è per via del tema trattato o perché è un film facile da realizzare. Non occorrono elicotteri o sparatorie. Basta un ristorante”.

Solo una questione di budget?
“Beh anche. Può essere un piccolo film con bravi attori e una buona storia. A volte nel riguardarli penso che ci siano degli errori in quanto la maggior parte dei fatti narrati in realtà avviene nella testa del protagonista. Il resto è una cena in cui si discute di quello che i figli hanno compiuto contro un senzatetto”.

Quale adattamento le è piaciuto di più?
“Il film di Di Matteo. Ed è anche quello che si discosta di più dal romanzo”.

Aderisce di più allo spirito del libro che alla lettera.
“Esattamente. Ed è ciò che considero più importante quando guardo un film tratto da un libro, a maggior ragione da un ‘mio’ libro. Non mi interessa che segua le battute e la trama in maniera pedissequa, ma che sia una buona pellicola. Così avviene per la trasposizione italiana. Non mi scandalizza il fatto che uno dei personaggi sia un chirurgo che non esiste nel romanzo. Il risultato è stato positivo. Ed è l’unica cosa che conta”.

 

 

 

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