Sinossi
In tempi in cui la guerra sembra tornata a essere un orizzonte «normale» della politica, questo libro mostra che il primo campo di battaglia non è il fronte, ma il linguaggio. Valentina Pazé indaga come termini apparentemente non controversi – democrazia, difesa, genocidio, diritto, diserzione – vengano stiracchiati, rovesciati, svuotati, fino a trasformarsi in armi di manipolazione delle coscienze.
Dall’Atene di Tucidide e di Euripide fino alla Gaza assediata e alla guerra in Ucraina, il libro intreccia filosofia politica, diritto internazionale, storia antica e cronaca dell’oggi. Ne nasce un affresco inquietante: le democrazie che esportano con le bombe i propri valori; la retorica dell’«autodifesa» usata per giustificare massacri indiscriminati; la categoria di genocidio amputata e sacralizzata; l’ordine liberale che rivela il suo volto selettivo e classista.
Ma questo non è un saggio rassegnato. Pazé mostra come l’uso critico delle parole possa diventare un gesto di resistenza concreta: contro la militarizzazione delle società, contro l’idea che non esistano alternative al riarmo, contro la cancellazione delle vittime ridotte a numeri. Recuperando figure come Kant, Bobbio, Anders, Arendt, insieme a esperienze storiche di difesa civile non armata, il libro invita a «mettere al bando la guerra» non come slogan ingenuo, ma come necessità razionale nell’era nucleare e dell’intelligenza artificiale.
Questo è un libro per chi non si rassegna al linguaggio della «guerra giusta» e vuole capire come le parole possano ancora aprire varchi di pensiero – e di azione – oltre la violenza.
- ISBN: 8833946436
- Casa Editrice: Bollati Boringhieri
- Pagine: 192
- Data di uscita: 10-07-2026

