A volte, si sa, basta poco per essere felici. Lo conferma il romanzo di Akli Tadjer, un successo in Francia. Scopri la trama... - Su ilLibraio.it un estratto

A volte, si sa, basta poco per essere felici: una carezza, un piccolo gesto, un sorriso. E in fondo, è quello che conferma la lettura di Un semplice gesto di tenerezza, successo del passaparola in Francia che arriva ora nelle librerie italiane per Garzanti.

Il romanzo di Akli Tadjer, scrittore e sceneggiatore nato a Parigi nel 1954, racconta di Adèle Reverdy, che adora girare per Parigi tra i vicoli stretti pieni di botteghe e bistrot. Eppure sente che nella sua vita c’è qualcosa che le manca. O meglio, qualcuno. Qualcuno con cui passeggiare lungo la Senna abbracciati. Qualcuno con cui condividere tanta bellezza.

Per lei non è mai stato facile trovare un fidanzato. Un po’ perché è timida e imbranata e un po’ perché il suo è un lavoro piuttosto imbarazzante: lavora nell’agenzia di pompe funebri della sua famiglia.

Ma alla festa del suo trentesimo compleanno, mentre il tramonto incendia Montmartre, inaspettatamente incontra il sorriso di Léo. E si sente come se una luce nuova le avesse finalmente trapassato il cuore. Léo è un ex artista di strada che a causa di un incidente ha perso la vista. Ed è per questo che ha una sensibilità speciale, che va oltre la superficie, dove si nascondono i sentimenti più profondi. Lui riesce a capirla come nessun altro. Ogni suo gesto, ogni sua carezza le raccontano qualcosa della sua anima e della tenerezza di un abbraccio. Con Léo, Adéle si sente forte come non lo è mai stata…

GarzantiIL LIBRO

 

Su ilLibraio.it un estratto
(per gentile concessione di Garzanti)

Alle cinque in punto Leïla mi ha inviato un SMS per dirmi che avremmo fatto prima a trovarci direttamente davanti al metrò di Père-Lachaise alle sette, invece che al mio negozio di onoranze funebri. Ho risposto: «Non c’è problema. Ci sarò». Poi mi sono chiusa in ufficio a fare i conti.

Una buona giornata.

Solo oggi, ho avuto cinque clienti. L’ex preside di una scuola privata in pensione ha comprato il modello Chenonceau in rovere chiaro con maniglie in ottone finemente lavorate, una pietra tombale di granito rosa e una lapide dello stesso materiale dedicata al suo caro estinto.

Per i funerali ha voluto il servizio in pompa magna, con coro, voci bianche, preghiere recitate da un prete ortodosso e rimpatrio della salma nella tomba di famiglia a Milhac dans le Lot: un giro nel cuore della Francia che ha fatto considerevolmente lievitare la sua fattura.

Il piccolo cuscino di fiori avvolto nel nastro viola su cui è scritto in lettere di velluto color argento: AL MIO AMATO MARITO – SARAI SEMPRE NEL MIO CUORE, quello gliel’ho regalato.

Gli altri clienti, dei radical chic miscredenti che abitano nei palazzi signorili costruiti da poco intorno al parco delle Buttes-Chaumont, hanno optato per la cremazione.

Molto in voga nel quartiere, in questi ultimi anni, la cremazione.

Il nome del defunto e le date di nascita e di morte incisi sul granito nero dell’urna, anche quelli li ho regalati. È la piccola offerta della Maison Reverdy, il supplemento d’anima che fa la differenza rispetto alla concorrenza amichevole, e tuttavia feroce, dei miei vicini e rivali.

Un attimo prima che chiudessi il negozio l’ospedale Lariboisière mi ha inviato una mail per informarmi che il loro obitorio era al completo e che dovevo liberarli urgentemente, entro domani mattina, di un paio di barboni morti per ipotermia su una panchina del giardinetto di Belleville e di un annegato ripescato nel canale Saint-Martin, alla chiusa dell’Hôtel du Nord.

Ho risposto: «Non c’è problema. Vi mando i miei ragazzi all’alba. Cordiali saluti, Adèle Reverdy».

Fa freddo, una pioggerellina fastidiosa mi picchietta sulle guance e sento l’umidità che si infiltra nelle ossa attraverso il cappotto. Camminiamo a grandi passi tra le auto mal parcheggiate nelle stradine del quartiere di Montorgueil. In rue Montmartre mi fermo. Non ce

la faccio più a seguirla. Voglio sapere dove stiamo andando.

Leïla si gira, mi prende per mano e il suo viso si illumina mentre mi dice: «Ci siamo quasi. Sbrigati, che l’apertura straordinaria non dura mica tutta la notte».

Giriamo in rue Jean-Jacques Rousseau e dopo qualche metro siamo davanti alla vetrina di Louboutin, il famoso negozio di scarpe di lusso.

Il sorriso di Leïla è sempre più radioso.

«Ecco la mia sorpresa. Adesso entriamo e scegli il paio di scarpe che ti piace di più. È il mio regalo di compleanno.»

Sono commossa, colpita, ma anche in imbarazzo, perché non oso confessare che me ne infischio dei miei trent’anni. Vorrei poterle dire quanto preferirei festeggiare con una cenetta fra noi due single, come al solito. Ma mi mancano le parole. Allora rispondo con lo sguardo basso: «Sei pazza, non dovevi. Ti costerà un capitale».

«Ma no, solo quattro cadaveri. Cosa sono quattro cadaveri per la propria migliore amica?»

Le aggiusto il berretto sulle orecchie scoperte e le stampo due baci sulle guance. Arrossisce e spinge la porta del negozio.

C’è ressa per questa apertura notturna straordinaria. Una folla schiamazzante di radical chic impazzite per i saldi. Leïla va a caccia di una commessa e torna con una ragazza minutina dallo sguardo malizioso, una vera cerbiatta, insomma. Mi siedo su una poltrona zebrata gialla e nera, stile imperatore d’Africa, tolgo scarpe e calzini e mi arrotolo i jeans sui polpacci. La commessa

valuta i miei piedi e mi consiglia due modelli, le Maudissima per via delle mie caviglie da ballerina e le Pigalle per la vernice nera che fa molto festivo e i dieci centimetri di tacco a spillo.

In un istante dimentico il compleanno e i trent’anni. Davanti alle Pigalle sono come una bambina.

Quei trampoli mi fanno venire delle voglie da dominatrice.

Ne infilo una, poi l’altra. La commessa si inginocchia, mi tasta il piede all’altezza delle dita e dice che mi vanno a pennello. E in tono confidenziale aggiunge: «È il modello preferito di Ranya di Giordania e di Jennifer, la cantante».

Faccio qualche passo dritto davanti a me sul tappeto rosso come le suole delle scarpe, poi di lato, all’indietro, giro su me stessa e chiedo a Leïla: «Allora, che ne dici?».

«A me personalmente piacciono di più le Maudissima. Possono essere sia eleganti sia da tutti i giorni. Le Pigalle, invece… portano bene il loro nome. Insomma, è la mia opinione personale, ma per me la vernice nera e i tacchi alti fanno proprio… hai capito.»

La commessa spalanca gli occhi, indignata. Io pure. Mentre me le tolgo per rinfilarmi i Dr. Martens vengo colta dai rimorsi. Mi precipito zoppicando, con le stringhe slacciate, verso la cassa e le propongo di pagare solo una scarpa e io l’altra, visto che non le piacciono.

Mi risponde: «Ma neanche per sogno. Quando si vuol bene, non si vuol bene a metà… Comunque fanno proprio zoccola, cara mia».

Dopo Louboutin, finiamo la serata in un bar karaoke di rue des Victoires, dove ci sgoliamo urlando i testi scemi di Dick Rivers e di una sfilza di cantanti rock ampiamente fuori moda. Poi, tra i cincin, gli alla salute, ai tuoi amori, in alto i cuori e in culo alla balena, eccolo, il principe azzurro: boccoli scuri, occhi di velluto, sguardo tormentato. Sullo sfondo di una notte senza luna, canta: «Marciapiedi bagnati / Ippocastani / Buonasera». Nessuno ascolta. Nessuno canta. Solo io.

Con le braccia incrociate sul tavolo, la gola stretta, canto ogni sua parola. Leïla, che mi vede allontanarmi da questo mondo, per riportarmi coi piedi per terra mi tende il suo mojito, tanto lei non riesce a finirlo. Lo bevo in un sorso e continuo con Julien Clerc: «Coi miei ricordi d’infanzia / Ho fatto i trent’anni / Sono contento / Buonasera».

Torniamo a casa con l’ultimo metrò, decisamente su di giri e deliziosamente malinconiche. Siccome non riusciamo a prendere sonno, Leïla se ne va in camera mia a dare un’occhiata all’armadio e torna con un vestitino dai colori estivi che avevo comprato per un appuntamento galante con un tizio che non si è mai presentato.

Mi dice di metterlo per vedere se può andare con le mie Pigalle.

L’ascolto. Non avrei dovuto. Il tempo ha preso il suo pedaggio, come si dice nei romanzi rosa. Ho messo su ciccia su fianchi e sedere e la cerniera non si chiude più. Me lo tolgo furiosa e lo lancio nel cestino. «Un vestito del lavoro andrà benissimo.»

«No, cara, mica puoi vestirti da Miss Pompe Funebri per il tuo compleanno. Domani te ne compro uno io. Uno aderente quel tanto che basta per farti guardare da tutti.»

«Non ho voglia di piacere a nessuno.»

«È una bugia. Tutti hanno voglia di piacere a qualcuno.» Certo che è una bugia, certo che sogno una vita normale, con un uomo normale, per fare cose normali: andare al cinema o a mangiare fuori, sedersi al tavolino di un bar d’estate, andare insieme al mercato, parlare del più e del meno, litigare per delle scemenze, andare in vacanza, anche a Berck-Plage, mi accontento; una vita qualunque, insomma. Ma finora non ho mai avuto un fidanzato. Uno vero, intendo. Solo uomini sposati, svitati o frustrati. Nessuno si è mai fermato più a lungo delle sue bugie.

Apro lo scaffale della cucina e agguanto un tubetto di latte condensato, lo schiaccio a due mani e, con la bocca piena di pasta bianca e zuccherosa, le dico:

«Non vedi che non mi sta mai bene niente? Sono brutta di faccia e di corpo. Pensi che un uomo normale potrebbe interessarsi a me?».

Leïla, che non sopporta il mio pessimismo, ribatte:

«Tu non sei brutta; ti vedi brutta, è diverso».

«E cosa cambia?»

«Niente.»

Ride. Rido anch’io a sentirmi così stupida, così puerile. Ma è l’una di notte e ho il morale a terra, più a terra del più basso dei marciapiedi.

Prima di andarsene in camera, Leïla promette che riuscirà a sistemarmi il giorno dei miei trent’anni.

Prima di addormentarmi cammino in lungo e in largo per il salotto con le mie scarpe nuove e trovo che mi fanno dei bei piedi.

(continua in libreria…)

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