Da anni, come nota Hans Tuzzi, il catalogo delle Edizioni degli Animali ospita titoli rari e preziosi. Lo scrittore e critico si sofferma in particolare sui surreali racconti di Jacques Sternberg (1923 – 2006), belga francofono, che è stato autore opere difficilmente classificabili. In “Contes glacés” (con la prefazione di Massimo Raffaeli, e con i disegni originali di Roland Topor), le voci narranti si alternano liberamente, e i personaggi abitano ora spazi tridimensionali (ma non per questo sicuri, tantomeno prevedibili) ora realtà sospese fra sogno meraviglia…
In un articolo pubblicato su Avvenire venerdì 11 gennaio 2019, Goffredo Fofi scriveva: “Ci sono ancora in Italia piccoli editori che inseguono una loro idea di letteratura e di libro, fedeli a modelli antichi, di chi, attraverso i libri, parla anche delle proprie convinzioni e illusioni”.
Presentava ai lettori, con queste parole, le poesie di un grande e forte poeta, Thierry Metz – colpito crudelmente dal Fato come tanti poeti. E, insieme, omaggiava le Edizioni degli Animali, che quella raccolta avevano reso disponibile in Italia nella traduzione del loro fondatore, Riccardo Corsi.
Dopo anni il catalogo delle Edizioni degli Animali è fiorito di titoli rari e preziosi in collane tematiche: saggi di Maria Zambrano, Lezama Lima, Charbonneau (uno dei padri dell’ecologia politica in Europa ma pressoché sconosciuto in Italia), Florenskij (fatto uccidere da Stalin), l’autobiografia dell’etnologa Dawn Prince-Hughes, Canti della Nazione gorilla, o narrativa – con una predilezione per il ritmo breve e la realtà altra, come nel caso di La Notte di Francisco Tario o dei Contes Glacés di Jacques Sternberg dei quali qui intendo parlare.

Contes glacés di Sternberg Jacques (Edizioni degli Animali, traduzione di Simona Mambrini, prefazione di Massimo Raffaeli, con i disegni originali di Roland Topor)
Non senza, prima, aver presentato meglio la casa editrice, fondata da Riccardo Corsi e Teresa Iaria, lui traduttore e scrittore lei docente all’Accademia di Brera ed entrambi da tempo impegnati, oltre l’arte e la letteratura, nei confronti di un mondo così compromesso com’è oggi il nostro, e convinti – per citare il centauro Chirone della Medea pasoliniana – che invece “tutto è santo, tutto è santo, tutto è santo. Non c’è niente di naturale nella natura, ragazzo mio, tientelo bene in mente. Quando la natura ti sembrerà naturale, tutto sarà finito – e comincerà qualcos’altro”. E questo spiega l’immagine del logo, la Dea dei serpenti di Cnosso, simbolo di fertilità e potere sulla natura. Che, in quanto dea di rituali sotterranei, allude anche alle scelte editoriali: testi importanti eppure ai margini del mercato del libro, avvolti in copertine che sono giardini Zen.
Corsi, “un uomo che sembra estratto di peso da un’agiografia, da un album del bene” ha detto di recente un poeta, mi spiega in bella sintesi: “La casa editrice, casa tout court, è un luogo, un prisma, un calice aperto, dal quale lasciar fluire le ‘forze dell’immaginazione’ intese come sentimento del mondo, per un abitare poetico del creato. Dunque una forma di resistenza interiore in un mondo votato sempre di più all’annientamento. L’associazione che sta dietro alla casa editrice si chiama Bab Nur, in arabo porta di luce. Ed è un’associazione culturale senza fini di lucro”.
Aggiungo di mio, fra i pregi, la cura del libro anche in quanto oggetto, che ha portato ad esempio al sodalizio con l’editore francese Jacques Brémond, che stampa ancora con i caratteri mobili in piombo, con il quale la casa editrice romana ha pubblicato in coedizione, con illustrazioni di Teresa Iaria, un magnifico libro di Thierry Metz: Su una poesia di Paul Celan.
In questa linea si collocano, direi quasi naturalmente, i racconti di Sternberg.

Particolare dai disegni di Roland Topor che comparivano nell’edizione originale belga del 1974 (© Nicolas Topor per i disegni di Roland Topor)
Jacques Sternberg (Anversa 1923- Parigi 2006), belga francofono, fu autore di romanzi e racconti difficilmente classificabili. Sopravvissuto al nazismo (riuscì ad evadere dal lager di Gurs, mentre suo padre morì a Majdanek), è poco tradotto in italiano (ricordo in Urania, curata allora da Giorgio Monicelli, Il mondo senza sonno e per De Carlo Michèlle una notte, esauriti da decenni, o, più recente, L’architetto) forse perché testi come Le Cœur froid, Le Shlemihl o il Dictionnaire du mépris sono difficilmente classificabili quando non anomali, e pertanto, in Francia oltretutto pubblicati da editori prestigiosi, sì, ma minori come Losfeld e Denoël, poco appetibili per il nostro pubblico così come superficialmente concepito dall’industria editoriale dei marketing men.
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È un peccato, perché già solo i racconti ora pubblicati da Edizioni degli animali “rappresentano”, ben sintetizza Massimo Raffaeli nella Prefazione, “la personale antologia di un mezzo letterario, il racconto, particolarmente consono all’autore e nel frattempo realizzano la sineddoche itinerante della sua opera intera”, l’opera di uno scrittore che strappò a Ionesco l’ammirata lode, velatamente perfida: “Lei ha troppo talento!”.
Il libro (nella nota di traduzione Simona Mambrini spiega che si è lasciato il titolo in francese per mantenerne l’ambigua polisemia: ghiacciati, gelidi, ma anche, come le castagne, canditi, glassati) è da Sternberg diviso in sezioni: Gli Oggetti; Gli Altri; Gli Animali; I Luoghi; Gli Esseri Umani; L’Altrove; Le Leggi della Natura; Gli Inconvenienti. Dove gli altri sono gli alieni. E già questa partizione ci dice, come ben sottolinea Raffaeli, che “l’aria è quella di una completa e nonchalante libertà di tono, di ritmo e di uno stile che va dal gelido referto simil-naturalista alle invenzioni para-surrealiste e ai guizzi della slapstick comedy”.
Si accostano le cose e gli esseri viventi, il qui e l’altrove, la natura e la storia. Le voci narranti si alternano liberamente, i personaggi abitano ora spazi tridimensionali (ma non per questo sicuri, tantomeno prevedibili) ora realtà sospese fra sogno meraviglia e ipotesi metafisica mentre i dialoghi vengono ridotti al minimo per privilegiare l’istantanea di un’immagine in movimento, in un incorporeo brodo primordiale dove tutto – le cose e gli esseri viventi – si richiamano, si incrociano, si confondono o s’intersecano entrando in conflitto.
Un esempio?
“Avevo acceso solo una piccola lampada sul comodino, ero in piedi davanti alla grande vetrata dell’appartamento al quarto piano. E guardavo, non so perché, il mio riflesso impalato lì, al buio, dritto tra due lembi di facciata e curiosamente sostenuto dalla ringhiera di un balcone. Avanzai, il riflesso avanzò a sua volta. Indietreggiai bruscamente, avvertii un leggero scricchiolio, poi un grido, appena percettibile, come smorzato da un vetro. E vidi il mio riflesso perdere l’equilibrio, vacillare all’indietro e cadere pesantemente nel vuoto”.
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Parafrasando un noto aforisma di Karl Kraus, Sternberg afferma: “Scrivere un romanzo di oltre 250 pagine è alla portata di qualsiasi scrittore mediamente dotato. Si può fare in 25 giorni, al ritmo di 10 pagine al giorno, il che non è eccessivo per un romanziere in grado di battere a macchina alla velocità di una dattilografa non troppo efficiente. Ma scrivere 270 racconti, per lo più brevi, è tutta un’altra storia. Non è più una questione di ritmo di lavoro, ma di ispirazione: servono 270 idee. E sono tante. Non le trovi in un mese, e nemmeno in un anno”.

Particolare dai disegni di Roland Topor che comparivano nell’edizione originale belga del 1974 (© Nicolas Topor per i disegni di Roland Topor)
Alcune di queste idee ricordano certi fulminanti appunti nei diari di Hawhorne o di Renard, appunti fortunatamente mai elaborati oltre quelle poche righe, e perciò perfetti perché annunciano, senza spiegare, e aprono al sogno delle possibilità. Altre dimostrano come anche la freddura possa svilupparsi in qualcosa di letterariamente più compiuto, e a mio giudizio ciò avviene, non a caso, nella sezione dove noi umani entriamo in contatto con gli abitanti di altri pianeti. Non pensate, però, alle pur esilaranti Tragedie in due battute di Campanile: qui siamo, appunto, su un altro pianeta.
Come del resto sottolineano le illustrazioni di Topor, che meritano un détour. Jacques Sternberg e Roland Topor erano amici (“solitari e solidali” mi verrebbe da dire pensando ad Albert Camus) e con Arrabal e Jodorowski i due fondarono il movimento neo-surrealista Panico (ma le enciclopedie italiane online amputano regolarmente il nome di Sternberg, a conferma della sua mancata fortuna italiana). E invece, a dire di un’intensità di amicizia e d’intenti, Topor realizzò appositamente questi disegni per la prima edizione belga, ormai introvabile (Marabout, 1974), dei racconti dell’amico. Le ristampe francesi e belghe ne sono prive. Riproporli nella loro interezza è un merito in più per questa edizione.

L’edizione belga del 1974
Per Sternberg, critico – be’, sì, talvolta ai limiti del qualunquismo – verso l’Occidente al tramonto del Novecento, noi umani siamo “macchine celibi” o peggio vuoti a perdere in un universo che, quando non ci ignora, ci sfugge o ci sopravanza. Con questi racconti “senza renderla esplicita, lo scrittore” nota ancora Raffaeli “introduce la sinistra allegoria di un mondo, o per meglio dire un universo che riunisce cielo e terra, dove qualunque essere è ridotto a merce e come tale diviene fungibile, permutabile, riciclabile. Si danno, in un simile afflusso di intransitività, solo rarissime eccezioni e sono sempre al femminile”. Mi chiedo cosa abbia pensato, Jacques Sternberg, di quell’esiguo scampolo di XXI secolo che riuscì ad assaggiare.
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L’AUTORE – Pseudonimo di Adriano Bon (Milano, 28 ottobre 1952), lo scrittore Hans Tuzzi è l’apprezzato autore, oltre che di saggi sulla storia del libro e sul suo mercato antiquario, di numerosi romanzi (tra cui i gialli che hanno come protagonista il commissario, poi vicequestore, Norberto Melis). Qui un’ampia intervista in cui lo scrittore e critico letterario si racconta a tutto campo, dal titolo Sono così dandy da essere ordinario.