Alice Scalas Bianco, classe 2002, ha radici francesi, sarde, venete e lombarde: si sente “nata da tutto e da niente, composta di un costante divenire”, proprio come Milo, il protagonista del suo romanzo, “Le cose che non si dicono” (“Non l’avrebbe mai ammesso, ma gli dispiaceva non avere nessuno a cui assomigliare, in cui riconoscersi. Si sentiva nato dal nulla…”). A partire dal suo percorso, in questa riflessione l’autrice si domanda quanto l’identità sia plasmata da chi è venuto prima, quanto si erediti delle stirpi da cui si discende, e se “le parti scure dell’animo si tramandino di generazione in generazione”. E se il sangue contasse più di quanto si crede?

Non l’avrebbe mai ammesso, ma gli dispiaceva non avere nessuno a cui assomigliare, in cui riconoscersi. Si sentiva nato dal nulla.

Il desiderio di somiglianza. Milo si vergogna di questo desiderio. Vorrebbe farne a meno. Vorrebbe essere un fungo, una spora nata dalla terra profonda, una medusa sul fondo del mare. Eppure non può farne a meno, perché il desiderio di riconoscerci in qualcuno al di fuori di noi è parte della nostra natura.

Copertina di Le cose che non si dicono di Alice Scalas Bianco

Milo non assomiglia a sua madre, che è rossa e triste. I suoi colori – i capelli chiarissimi, gli occhi grigi come i mari d’inverno – lo confondono. Suo padre non se lo ricorda nemmeno. Di fotografie non ne esistono. Attorno, il vuoto. Nessuno a cui rimandare le sfumature del suo carattere, a cui addossare le colpe del suo essere.

Tutto è così fino alla morte del nonno triestino, che non ricordava nemmeno di avere. Spera allora che, tornando in quella terra lontana in cui sa di essere nato ma in cui non è cresciuto, ritroverà qualcosa di sé.

Lo scontro con una realtà estranea

Trieste però lo accoglie con freddezza, gli sputa in faccia la sua diversità. Suo nonno Ettore era un pittore, nonna Gerti era bellissima, la signora Vanda, dal piano di sopra, è troppo gentile, e Iole, l’apprendista di suo nonno, con gli occhi nerissimi e i lunghi capelli scuri, non vuole avere niente a che fare con lui. Dai modi al dialetto, dal mare alle tazze di caffè, tutto gli ricorda quanto lui sia straniero, e anche Iole glielo dice chiaramente: lui, lì, non ci dovrebbe stare.

Ma Milo è testardo, vuole dimostrarle che ha torto. Impara a stare al freddo, parla lingue non sue, scava nelle fotografie degli altri, nei loro ricordi, cerca le tracce di quella che era stata la sua famiglia, fino a quando non si ritrova solo con il peso del passato, della verità, della Storia. Si chiede allora che cosa voglia dire essere l’ultimo erede di una stirpe di persone cattive. Si chiede da quale mescolanza sia stato creato il suo sangue, un sangue che lo spaventa, che gli sembra malato. Si chiede se, finalmente, non ha trovato qualcosa a cui assomigliare.

Nascere in una mescolanza di culture, “da tutto e da niente”

È questo il dramma interiore che tormenta Milo Fiorenzi: dapprima il timore di essere solo al mondo, e poi il terrore di essere esattamente come coloro che lo hanno preceduto. La domanda che Milo pone a se stesso – e ai lettori – è quindi la seguente: siamo condannati a essere come i nostri genitori? C’è nelle nostre stirpi qualche forza che ci spinge ad agire, come una maledizione?

Nonno francese e nonna veneta, padre sardo e madre bresciana, nata e cresciuta in Lomellina: lo spaesamento che sente Milo, io lo sento da tutta la vita. Quando si nasce in una mescolanza di culture, di accenti e di lingue, di pelli, cibi e usanze diverse, ci si sente nati da tutto e da niente, composti di un costante divenire.

E allora l’avere due occhi familiari in cui riconoscersi, in cui specchiarsi al mattino, diventa un istinto di sopravvivenza. Ci si aggrappa a questi elementi comuni, che ci uniscono come persone.

È quando queste persone se ne vanno, quando viene a mancare la terra sotto i piedi, che d’improvviso, quegli occhi che ti legavano all’altro diventano un promemoria della sua assenza, delle sue cattive azioni.

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Le parti scure dell’animo si tramandano?

Viene naturale chiedersi quanto ci sia degli altri in noi, quanto noi siamo come loro, ci domandiamo se anche noi siamo cattivi, se le parti scure dell’animo si tramandino di generazione in generazione; e allora le somiglianze e le differenze tra noi e l’altro litigano tra di loro e crepano lo specchio in cui ci frantumiamo.

Ciò che Milo – e forse, nel profondo, anche io – tenta di capire, allora, è quale sia la nostra vera identità, se esistiamo come individui autonomi, reali, o se siamo sono un ammucchiarsi dei dettagli degli altri. Si può vivere senza appigli? Si può essere diversi? Si può cambiare?

Il sangue non è acqua, dice Iole.

Il sangue non è tutto, risponde Milo.

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L’AUTRICE Alice Scalas Bianco è nata nel 2002 ed è cresciuta a Vigevano. Nel 2021 ha vinto il Premio Campiello Giovani con il racconto Ritratto di Parigi. È laureata in Lettere Moderne e frequenta la magistrale di Letterature Comparate Europee tra l’Alma Mater e l’Università di Cambridge, dove vive tuttora.

Il suo primo romanzo, Le cose che non si dicono, è una storia di riscatto, di rinascita e di solitudine: Milo, 19enne cresciuto in Toscana, si trasferisce a Trieste nella casa lasciata in eredità da un nonno, ex pittore. Qui dovrà fare i conti con un passato sconosciuto e figure sfuggenti, nella scoperta progressiva della verità della sua famiglia. La città lo accoglie freddamente, e come lei anche Iole, l’apprendista di suo nonno che con lui non vuole avere niente a che fare; ma c’è anche Vanda, l’inquilina del piano di sopra, infinitamente gentile. E allora, in un’esperienza che gli cambierà la vita, Milo si domanda se il suo sangue non sia esattamente lo stesso di quella stirpe di persone cattive da cui discende, e a cui tanto teme di assomigliare…

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Fotografia header: Alice Scalas Bianco nella foto di Cynthia Bifarelli

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