Riccardo Lupi, classe ’92, firma “Erba Grama”, un esordio che racconta di Jacopo, dentista professionista dalle tendenze autodistruttive, costretto a tornare nel paese d’origine all’annuncio della morte della madre. Qui lo aspettano gli scheletri e i peccati di famiglia. Abbiamo chiesto all’autore perché i millennial sentono più delle generazioni successive il tema del ritorno fare e di fare i conti col passato. Ecco quello che ci ha risposto…

Ho trentacinque anni e da un po’ di tempo sono passato dall’altra parte. Non so bene quando o come sia successo. So però che non posso più far finta che non sia così. Certo. Conservo ancora un residuo di pudicizia nel dirlo ad alta voce. Se mi capita di affrontare l’argomento mi produco in una sequela di goffe premesse qualunquiste. Preciso che, per carità, non scherziamo, sono consapevole che le generalizzazioni sono il male assoluto. Che ogni persona è un individuo a sé stante. Che i nostri genitori hanno pensieri simili su di noi e guarda, guarda un po’ che bel mondo c’hanno lasciato.

Ma

Giù nel profondo, quando mi faccio strada a gomitate fra tonnellate di sovrastrutture e perbenismi, penso che la mia generazione sia un po’… meglio delle altre. Lo so, lo so. Ma fidatevi. Datemi ancora un attimo.

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Questione di generazioni…

Dal momento che la mia generazione è meglio delle altre (e due) alla domanda “Perché, secondo lei, i millennial sentono più delle generazioni successive il tema del ritorno e di fare i conti col passato?” ho istintivamente considerato la questione in termini di gap generazionale. Mi sono piazzato davanti al Pc e ho buttato giù una mezza paginetta piuttosto debole che sosteneva a grandi linee questo: i millennial sono l’ultima generazione legata alla fisicità dei luoghi. Ai campi da calcio. A quelli da basket. Agli oratori. Al contrario, i giovani di oggi, sono nati e cresciuti in una realtà globalmente interconnessa, non sono quindi più in grado di distinguere tra reale e digitale. Me ne uscivo anche con una frase a effetto: le nuove generazioni hanno un’infinità di luoghi in cui essere e nessun luogo in cui tornare. Concludevo affermando che è evidente che per loro, per quelli lì, per i giovanissimi, la letteratura del ritorno non ha più motivo di esistere.

È una tesi che, nonostante la premessa un po’ faziosa, mi sembrava avere una sua logica interna e che infatti, pur accingendomi a negarla, ho deciso di riciclare anche qui.

(C’era anche una seconda versione declinata in termini più umanistici: le nuove generazioni hanno un’infinità di persone da conoscere, e nessuno da cui tornare. Ma mi piaceva più quell’altra).

Soddisfare il bisogno atavico degli esseri umani di appartenere a una tribù

Più rileggevo quella mezza paginetta, più mi accorgevo che c’era qualcosa che non tornava. Che, scavando più a fondo, sotto la legittima acrimonia verso gli adolescenti che si piccano di non amare Harry Potter (peraltro, sappiatelo, classico atteggiamento da Serpeverde) in fondo non ci credo per davvero. Che, forse, la distinzione fra generazioni è più che altro un modo efficace per soddisfare il bisogno atavico degli esseri umani di appartenere a una tribù. E nient’altro.

Credo che oggi, esattamente come ieri, il concetto di ritorno sia una questione strettamente materica. Legata alla realtà che i cinque sensi possono esperire. Alla fisicità dei luoghi. L’esistenza di un etere in cui informazioni potenzialmente illimitate si diffondono alla velocità della luce può modificarne le sfumature, alterarne il contesto, espanderne il campo da gioco, non modificarne la sostanza.

La generazione Beta

Il ragionamento cominciava adesso a filare un po’ più di prima. Ma non ero ancora del tutto convinto. Me ne stavo lì, davanti al computer, a capire come essere in disaccordo con me stesso e mi sono ritrovato a pensare a mio nipote. Per la verità ci penso spesso a mio nipote. Sarà una cosa da zii, immagino. Nicolò ha un anno giusto giusto. Ho googlato. Appartiene alla generazione Beta. Ho cominciato a immaginare come sarà il suo mondo quando sarà grande. Quando avrà la mia età. Faccio fatica. Mi vengono pensieri strani. Banali. Da uno che te ne accorgi che è cresciuto guardando i Jetson. Mi chiedo se finalmente ci saranno le macchine volanti. Il teletrasporto. Se avrà un chip impiantato nel cervello. Se lo userà per accendere che ne so, il frullatore. Se esisteranno ancora i frullatori. Mi chiedo se esporrà su di una mensola il Mac su cui sto scrivendo proprio ora, come cimelio di un’epoca lontanissima.

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E nonostante tutto, nonostante le macchine volanti e i frullatori telepatici, sono convinto che prima o poi anche Nic sentirà il desiderio di tornare. Di tornare nella casa dei nonni. Nella stanza al primo piano dove ha imparato a gattonare. Nella cameretta in cui inseguiva Lin cercando di acchiapparle la coda. O nel giardino sul retro. Dove passava le mezz’ore a guardare il nonno tirare con l’arco, ridendo di gusto, chissà perché. Di stringere fra le mani il berrettino di lana grossa che la nonna gli ha confezionato ancor prima che nascesse. E sono anche convinto che proverà nostalgia per dei luoghi che nella sua mente ancora nemmeno esistono. La stanza in cui imparerà a camminare. Quella in cui vedrà per la prima volta Babbo Natale. La cucina in cui assaggerà per la prima volta una torta al cioccolato. E poi più tardi la strada in cui imparerà ad andare in bici. O il parco giochi in cui conoscerà la sua prima fidanzatina (o fidanzatino, è ancora presto per fare previsioni).

In lui, come in tutti noi, si anniderà incontrollabile il desiderio di tornare. E forse, perché no, anche il desiderio di scriverne.

copertina Erba grama di Riccardo Lupi

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L’AUTORE E IL LIBRO – Riccardo Lupi, classe ’92, è originario di Pisa. A otto anni scrive dei racconti, per poi prendersi una pausa di circa 20 anni della scrittura. Dopo la laurea in Odontoiatria, riprende a scrivere nel 2021.

Erba Grama è il suo romanzo d’esordio, ed è edito da Accento. Il protagonista è Jacopo, un professionista di successo: è dentista in un prestigioso studio cittadino. Ma, se in superfice si presenta come un uomo brillante con una vivace vita sociale, nella penombra si cela una pericolosa tendenza autodistruttiva, tra sesso casuale, alcol e droga. Ma interrompere questo ciclo arriva l’annuncio della morte della madre, che lo costringe a tornare al paese d’origine. Ad attenderlo sua sorella Selene, con cui non parla da mesi, che ha una grossa novità da rivelargli. E poi, soprattutto, il fantasma di un’infanzia ingombrante, che per oltre 20 anni ha provato a seppellire.

Erba Grama è una storia di formazione “distorta e compromessa”, in cui il protagonista nasconde dietro un’ironia cinica e una vita dissoluta gli scheletri e i peccati di famiglia, tra le crisi depressive della madre, i maldestri tentativi di affrontarle del padre e, soprattutto, la presenza disturbante di zia Conny.

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Fotografia header: Riccardo Lupi nella foto di Elisa Speroni

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