Nel suo nuovo romanzo, “La confessione di Elsa”, Gianrico Carofiglio mette in pausa le indagini di Guido Guerrieri. O meglio, le trasferisce dalle aule del tribunale all’Osteria del Caffellatte, una libreria aperta solo di notte, dove un incontro darà modo al protagonista di attraversare i meccanismi della memoria, parlare delle occasioni sprecate e dei momenti giusti evitati… Con questo libro lo scrittore sposta l’asse delle sue indagini, restituendo una ricerca di verità che è priva di imputati o colpevoli…

“La città di notte ha un odore diverso, mi sembra”.

Sono notti porose quelle in cui le cose si mescolano, e le storie, chiuse per anni dentro di noi, vengono raccontate, trovando le parole per cominciare ad esistere.

Il tempo sospeso della notte mette a nudo le nostalgie e i rimpianti, ci espone alla nostra vulnerabilità, e ci costringe a fare i conti con il tempo: non quello del calendario, non il kronos misurabile, ma il kairos, il tempo della qualità e della possibilità, quello che quando arriva non sempre sappiamo riconoscerlo, perché non arriva mai a nostro comodo. In queste notti si trova anche il coraggio per guardare negli occhi la vita, affrontando i sensi di colpa del passato.

Una storia notturna che parla di paura e responsabilità

Gianrico Carofiglio La confessione di Elsa

La confessione di Elsa di Gianrico Carofiglio (Einaudi) è una storia notturna che parla di paura e responsabilità, di amore e di scelte.

Questa volta Guido Guerrieri non è alle prese con un processo, ma con la propria insonnia, che lo porta a uscire e a vagare per le strade, tra gli odori della notte, lui solo con la sua testa, a rimuginare. Una chiamata inaspettata del fratello Stefano l’ha destabilizzato: di quel fratello lontano Guido non riesce nemmeno a ricordare il volto, e la voce dall’Australia ha risvegliato in lui il senso di una distanza affettiva che dura da decenni. Il tempo passa senza che ce ne accorgiamo, nell’inerzia dei giorni, nella presunzione che c’è sempre, ancora, il tempo per recuperare. Quel banale “ti richiamo io” con cui si prende ancora tempo, gli rimbomba nella testa.

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L’Osteria del Caffellatte

L’Osteria del Caffellatte (un’osteria-libreria aperta solo di notte, ben nota ai lettori di Carofiglio, ndr) accoglie con la sua luce e il suo calore quelli come lui, che attraversano la notte: c’è in programma la presentazione di un libro, Guido si siede in mezzo al pubblico di gente comune, inattesa e attenta. C’è una strana compostezza negli animali notturni che vivono un tempo a sé, e per questo si riconoscono simili e si rispettano.

È così che Guido incontra Elsa Corsini, filosofa accademica in pensione, che parla del suo nuovo libro, Il buon uso della parola. L’incontro tra Elsa e Guido, quando tutti se ne sono andati e l’Osteria è silenziosa, è una lunga conversazione, che attraversa la letteratura, la filosofia, e pian piano si addentra nella sfera personale, accoglie storie di amore, di sesso, di tradimento, di ricordi rimasti in ombra. Diventa confessione, e diventa anche ammenda, perché raccontare ricuce il tessuto strappato dell’offesa.

 “Le storie spesso significano cose che l’autore o l’autrice non sapeva di aver detto. Sono creature la cui vita, il cui sviluppo dipende dagli incontri”.

Il potere persuasivo della parola

Guido, abituato con il suo lavoro a cercare la verità nei fatti, sa raccontare, conosce il potere persuasivo della parola, e sa ascoltare, sa riconoscere i punti di vulnerabilità, sa individuare il punto di rottura da cui affiora la debolezza. Guido sa che comprendere non basta, se si rimugina da soli: raccontata ad alta voce, una storia cambia stato, prende vita e può diventare un modo diverso di guardare ai fatti.

Tra lui e Elsa le storie si svelano nella lentezza avvolgente della notte e attraversano i meccanismi della memoria, parlano di errori da riparare, di occasioni sprecate, di momenti giusti evitati per paura di perdere l’equilibrio. In Elsa Guido trova un’anima affine, fuori dal comune.

Si può agire nonostante la paura, guardandola e andandole incontro: La confessione di Elsa è letteralmente un tempo sospeso nella narrazione di Guido Guerrieri, e lascia spazio alla sua ironia, alla sua innata capacità di infilare riflessioni, concatenandole, muovendosi da un pensiero all’altro.

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Si attraversa la notte uscendone consapevoli delle proprie domande, non delle proprie risposte, e consci di ciò che non siamo diventati, di tutte le strade che non abbiamo percorso, di tutte le scelte che non abbiamo compiuto. Si esce dall’Osteria del Caffellatte non più leggeri, ma più pesanti del proprio bagaglio di vita, dei propri rimpianti ma anche del tempo che resta.

Carofiglio sposta l’asse delle sue indagini

In questo romanzo Carofiglio, con la sua riconoscibile prosa, asciutta e misurata, sposta l’asse delle sue indagini, dalle aule del tribunale alla coscienza, in una ricerca di verità che è profondamente umana e vera, senza imputati, senza colpevoli, e riesce a far sentire in Guido Guerrieri un disincanto nostalgico senza mai essere retorico.

Le pause, i monologhi interiori, l’ironia delle risposte sottili sono tutti tratti di una ricerca di empatia quotidiana, che prende tutto il tempo di cui ha bisogno, si sofferma sugli sguardi, sulle mani che prendono un bicchiere per poi riporlo, distratte anche loro dalle parole, che fuoriescono finalmente libere, perché la notte ha questo potere: tutto questo raccoglie e ci restituisce la sensibilità e la curiosità umana di Carofiglio, che indaga tra le ombre dei dubbi e le ferite del passato del suo personaggio con profonda discrezione e senza supponenza.

“Mi piacerebbe che ci fosse un modo per chiedere scusa. Ma non c’è. Allora cerco di stare qua. Mi faccio le domande e non m’importa se trovo le risposte. Non ho un posto migliore”.

Accade tutto in una notte, per Gianrico Carofiglio: prima che il giorno dissolva ogni cosa, si può cambiare la rotta, abbandonare la prudenza, e andare incontro alla paura.

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Fotografia header: Gianrico Carofiglio (foto GettyEditorial)

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