"Cat person", il racconto della trentaseienne Kristen Roupenian pubblicato dal "New Yorker", sta facendo discutere. Se all'apparenza può essere letto come il resoconto di un pessimo appuntamento, in realtà è una manifestazione piuttosto chiara di una serie di comportamenti fin troppo comuni nelle donne, specialmente giovani: si prendono la responsabilità delle emozioni del partner, cercando di non farlo arrabbiare o annoiare, e usano gran parte del loro tempo per fare in modo che tutti intorno siano felici, entrando in una spirale di sensi di colpa da cui escono con difficoltà... - L'approfondimento

La prima cosa da dire su Cat person, il testo di cui si parla in questi giorni non solo negli Usa, scritto dalla trentaseienne Kristen Roupenian e pubblicato dal New Yorker, è che si tratta di un racconto. Non un articolo, non un saggio, non un diario. Un racconto, con una struttura drammaturgica in tre atti, un protagonista ben definito che ha un problema e cerca di risolverlo. Niente di più classico, insomma. E come tale andrebbe analizzato, commentato, descritto.

Margot conosce Robert a lavoro. È più grande di lei, anche se all’inizio non sa esattamente di quanto; lui le chiede il numero di telefono e messaggiano, messaggiano, messaggiano. Lei freme per uscirci, e nei loro scambi via chat i lettori possono vedere tutte le tappe dell’evoluzione del rapporto tra i due sessi.

L’appuntamento va così così, lei se ne prende le colpe. Sarà perché gli ho dato l’aria di essere una snob? Ho detto o fatto qualcosa di sbagliato? È colpa mia se ho vent’anni e non posso entrare nel bar in cui lui mi ha portato? Lui la tranquillizza, la bacia. Il bacio è fastidioso, e lei si chiede come sia possibile che un uomo, chiaramente più grande di lei, non sappia baciare. Ma a questo lei soprassiede.

La domanda più importante, che ci si pone quando chi legge intuisce che l’autrice sta per andare a parare sul sesso, è: io, donna, ho il diritto di rifiutarmi di avere un rapporto sessuale con un uomo che ho sedotto, perché mi sono resa conto troppo tardi del fatto che non mi piaccia, poi, granché?

Sì, perché Margot, dopo tre birre, è eccitata e lasciva, ha voglia di fare l’amore, glielo fa capire. Robert la porta a casa sua, e in una scena-preludio in cui lui armeggia con le chiavi – le sue chiavi della sua casa – non riuscendo ad aprire subito la porta d’ingresso, noi lo vediamo più avanti, quando nudo, con il pancione peloso a pochi centimetri dalla faccia di Margot, traffica con il reggiseno, che proprio non riesce a levare. Fanno sesso, un sesso che lei reputa pietoso, un sesso volgare, fatto di “me lo fai venire così duro” e di “ho sempre sognato di scoparmi una con tette così belle”, e Margot prova disgusto, a tratti paura, ed esce da quella casa con un solo desiderio: non rivederlo mai più.

Cat person è un ottimo esempio della gestione del potere in entrambi i sessi. Margot messaggia con il suo Robert personale, la versione di lui che ha creato, un uomo che può capire, perdonare, coccolare. Robert, dal canto suo, dopo il rapporto sessuale avuto con lei prova a contattarla e, in seguito alla specifica richiesta di non sentirsi più, lui si mostra comprensivo: “Spero di non aver fatto niente che ti abbia messo a disagio”. E lei quasi si sente in colpa – di nuovo. Ma la colpa dura poco. Perché quando Robert la vede in un bar, un mese dopo, prova a ricontattarla, le scrive prima gentilmente, poi con aggressività crescente. Fino all’epilogo. Un pulito, freddo, rancoroso “Puttana”.

E il dibattito è normale conseguenza.

Sui social in questi giorni se ne sta parlando molto. Ci sono ragazze che postano i loro passaggi preferiti, raccontando come l’autrice sia stata in grado di “entrare nelle loro teste”. Non manca chi scrive “è successo anche a me”, non tanto – o non solo – per quanto concerne le vicende del racconto – a tutte, anzi, a tutti è capitato un appuntamento disastroso – quanto il percorso emotivo che una ragazza compie dal primo incontro alla fine della relazione. Le ragazze credono di poter conoscere benissimo i ragazzi di cui si innamorano, perché sono empatiche, buone, capaci di colmare qualunque sensazione negativa con l’amore per l’immagine di lui che si sono create in testa.

C’è chi collega questo racconto al dibattito su #MeToo (partita proprio da un’inchiesta di Ronan Farrow pubblicata sul New Yorker): Margot, una volta a letto con lui, vorrebbe trovare un modo per scappare, ma non lo fa, perché la situazione in cui si trova dipende totalmente da lei, e si sente “come se avessi ordinato del cibo d’asporto e, una volta arrivato, mi fossi resa conto di non averne voglia”.

C’è anche chi ha raccolto le provocazioni maschili, nella pagina Men react to Cat person in cui gli uomini dicono la loro, chi difendendo Robert, chi giudicandolo.

Ma la cosa più importante è una, ribadita all’inizio. Si tratta di un racconto. Come spiega l’autrice (sconosciuta al pubblico dei lettori prima di Cat person) in un’intervista al New York Times, lo spunto è stato sì una chat realmente esistita, ma il resto è inventato. E, di vero e riscontrabile, c’è “solo” il lungo monologo interiore della protagonista, così vicina alle paranoie, alle ansie e alle preoccupazioni di tutte le ragazze d’oggi.

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