Frate Alberto Maggi, biblista controcorrente molto attivo sui social, dopo i tragici fatti dei giorni scorsi su ilLibraio.it commenta: "Per ogni situazione, argomento, persona, tutta una fioritura di giudizi lapidari, di sentenze, di parole cariche di odio, di disprezzo, di insulti, di acidità, di cattiverie, frustrazioni, invidie..."

IL GIOCO AL MASSACRO SUI SOCIAL

I creatori che grazie alla diffusione ormai internazionale di internet, hanno messo il loro genio a servizio della comunicazione e della condivisione attraverso i denominati social, indubbiamente hanno reso un grande servizio alla società, facilitando lo scambio e la divulgazione in tempo reale di fatti e notizie. Forse, con il senno del poi, avrebbero anche dovuto mettere sulle rispettive pagine di apertura il monito evangelico: “Di ogni parola vana che gli uomini diranno, dovranno rendere conto nel giorno del giudizio. Infatti, in base alle tue parole sarai giudicato e in base alle tue parole sarai condannato” (Mt 12,36-37).

Questa espressione fa parte dell’invettiva di Gesù contro i pii farisei, che l’hanno accusato di liberare i demòni in nome di Beelzebul, principe dei demòni (Mt 12,24).


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Gesù qualifica questi devoti personaggi come agenti di morte: “Razza di vipere, come potete dire cose buone, voi che siete maligni?” (Mt 12,34). Per tre volte, cifra che indica la completezza, nel vangelo di Matteo i farisei sono qualificati come razza di vipere (Mt 3,7; 23,33), e come le vipere occorre fuggirli perché la loro vicinanza è pericolosa. Coloro che si ergono a esempio e chiedono di essere imitati, quanti si sentono in diritto di giudicare ed emettere sentenze, Gesù li denuncia come portatori di un veleno micidiale che dà la morte.

“La bocca parla dalla pienezza del cuore” (Mt 12,34), dichiara Gesù, e il cuore nella cultura ebraica non indica la sede degli affetti, ma il pensiero, la mente, la coscienza. Gesù afferma pertanto che le parole esprimono quel che di più intimo e profondo ogni uomo porta dentro di sé. Le convenzioni sociali, le regole della buona educazione civile e religiosa, della convivenza, il rispetto verso l’altro, servono per controllare e disciplinare la fuoriuscita di quel che d’insano l’uomo cova dentro, in modo di non danneggiare e non venire danneggiato.

Il fenomeno psico-sociale dei social è servito a scardinare questa auto-protezione dell’individuo, e agisce quale fattore disinibitore per molte persone, come cartina tornasole per rivelare quel che c’è nell’intimo, a smascherare le persone, e scoprire quel che veramente sono. Ecco allora sui social, per ogni situazione, argomento, persona, tutta una fioritura di giudizi lapidari, di sentenze, di parole cariche di odio, di disprezzo, di insulti, di acidità, di cattiverie, frustrazioni, invidie verso persone o argomenti che non possono essere conosciuti nella sua interezza, ma basta un clic, e vai con la gogna mediatica, senza pensare minimamente che la persona oggetto del giudizio può venirne ferita e quelle più vulnerabili ricevere danni a volte irreversibili. Alcuni forse nella loro superficialità pensano a un gioco innocuo, ma le parole possono pesare come pietre che tormentano e distruggono. Chissà se può aiutare pensare che il giudizio che viene scagliato non sia altro che la parte di sé che non viene accettata?

L’AUTORE – Alberto Maggi, frate dell’Ordine dei Servi di Maria, ha studiato nelle Pontificie Facoltà Teologiche Marianum e Gregoriana di Roma e all’École Biblique et Archéologique française di Gerusalemme. Fondatore del Centro Studi Biblici «G. Vannucci» (www.studibiblici.it) a Montefano (Macerata), cura la divulgazione delle sacre scritture interpretandole sempre al servizio della giustizia, mai del potere. Ha pubblicato, tra gli altri: Roba da preti; Nostra Signora degli eretici; Come leggere il Vangelo (e non perdere la fede); Parabole come pietre; La follia di Dio e Versetti pericolosi. E’ in libreria con Garzanti Chi non muore si rivede – Il mio viaggio di fede e allegria tra il dolore e la vita.

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