Musa di Man Ray, amica di Jean Cocteau, lolita di «Papà Hemingway». Lei è Alice Prin, classe 1901, nota ai più come Kiki de Montparnasse. E la sua autobiografia, "Memorie di una modella", a lungo censurata negli Stati Uniti, è il racconto di una vita a dir poco rocambolesca, fatta di incontri straordinari ("Usciamo con dei tipi che si chiamano dadaisti e altri che si fanno chiamare surrealisti, ma io non riesco a vedere questa gran differenza tra loro!"), notti in cella, ricoveri, eccessi...

Era un’oca giuliva di talento: musa di Man Ray, amica di Jean Cocteau, lolita di «Papà Hemingway», lo scrittore, non ancora famoso, che nel 1929 firmò la prefazione dei suoi (di lei) Souvenirs, un’autobiografia censurata negli Stati Uniti per molti anni e ora edita da Castelvecchi con il titolo Memorie di una modella. Lei era Alice Prin, nota ai più come Kiki de Montparnasse e «provvista di un didietro a prova di tutto»: fu modella, amante e sodale dei più famosi pittori d’avanguardia, fu cantante e pittrice modesta, fu scroccona di lusso. Sapeva spillare soldi a chiunque, specie di sesso maschile, dallo spasimante Ernst (Hemingway), «maiale e pitocco», al famigerato editore Roth, un «pirata» che lesinava denaro persino a Joyce e Pound.

Kiki de Montparnasse

Kiki, classe 1901, era figlia di una ragazza madre, che parcheggiò lei e i suoi cinque fratelli dalla nonna in campagna: a scuola ci andò poco e male; iniziò a sgobbare a 12 anni, prima in una maglieria, poi presso la bottega di un panettiere, infine in una legatoria… Ma la voglia di lavorare spirò sul nascere: a 14 anni avvenne «il primo incontro con l’arte»; si mise a posare per uno scultore e scappò di casa perché la madre era contraria a quella professione poco rispettabile.

La sua fu una vita a dir poco rocambolesca, tra un ricovero in ospedale per problemi cardiaci, qualche notte in cella per una rissa al bar e una fuga adolescenziale in America: dopo i primi, ridicoli tentativi di sbarazzarsi della verginità, Kiki capì come mettere a frutto le proprie acerbe grazie, imbottendosi il reggiseno di stracci, ritoccandosi le ciglia «con i fiammiferi usati», mostrando il seno per dieci soldi, flirtando a destra e a manca pur di raggranellare mance o di mettere insieme il pranzo con la cena.

Le sue memorie naif e ironiche offrono anche un ritratto delle Parigi anni Venti e Trenta, e la bontà dello scritto sta proprio nella sua frivolezza e superficialità – perché come diceva il poeta Brodskij, «le superfici sono spesso più eloquenti del loro contenuto». Ecco allora una tragicomica sfilata di artisti e intellettuali di «Montparnasse, un posto rotondo come un circo. Ci si entra non si sa come, ma uscirne non è facile!»: Modigliani era un tipo irritante e «faceva tremare da capo a piedi»; Kisling la «chiamava bagascia e puttana sifilitica»; Fujita era un «brav’uomo, semplice e simpatico»; Man Ray, con cui Kiki ebbe una relazione di sei anni, aveva un’«aria misteriosa».

«Usciamo con dei tipi che si chiamano dadaisti e altri che si fanno chiamare surrealisti, ma io non riesco a vedere questa gran differenza tra loro! C’è Tristan Tzara, Breton, Philippe Soupault, Aragon, Max Ernst, Paul Éluard… Le notti le passiamo a parlare, il che non mi dispiace affatto, anche se non riesco a capire di che cosa si stia parlando». L’unica preoccupazione della modella era la fame, di cibo, uomini o cocaina che fosse: «Sono sempre così allegra che il fatto che sia povera non conta proprio nulla… Quello che più conta è che non so nemmeno cosa significhi essere ammalata». Morale: per ottenere la fama ci vuole la fame e per diventare celebrità occorre la salute. Ciononostante, Kiki riuscì a rovinarsela, la salute, abusando di alcol, patatine fritte e droghe: a 33 anni era arrivata a pesare 80 chili e morirà a neanche 52. Lei abbozzava: «I primi cent’anni della vita sono sempre i più duri!».

Nella seconda parte delle Memorie, l’autrice, ormai cinquantenne, racconta le sue ultime avventure e follie, come l’amicizia con uno «stoccafisso», un pesce moribondo e puzzolente, che salva la donna dal suicidio e da lei viene trattato come guru e confidente. È di quegli anni anche il secondo viaggio a New York, alla ricerca del grande amore, un certo Antoine conosciuto in gioventù. A Manhattan ritrova pure «Papà Hemingway» («Si dà troppe arie per essere un vero artista», chiosa l’editore Roth), passa le serate a inseguire le prostitute per strada e si lamenta continuamente che al Greenwich Village «i giorni della vera bohème sono finiti. Ora è tutta una messinscena per turisti» (erano gli anni Cinquanta!).

Franca, anticonformista e a suo modo visionaria, Kiki, scrive Hemingway, «è un monumento: dominò l’epoca di Montparnasse più di quanto la Regina Vittoria non abbia dominato l’epoca vittoriana… Eccovi un libro scritto da una donna che non fu mai una signora. Per circa dieci anni Kiki fu lì lì per essere una regina, ma questo naturalmente è molto diverso dall’essere una signora».
Ma alla fine che importa essere o meno signori? «È stato meglio essere buoni, Kiki».

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