Leggere libri fa davvero bene alla salute? Stando a un recente studio dell'Università di Yale la risposta è sì. Su ilLibraio.it l'approfondimento di Manfred Spitzer, autore di "Demenza digitale" e "Solitudine digitale"

Chi legge non lo fa in piedi, camminando o correndo. Di solito sta seduto, a volte addirittura sdraiato sul divano o a letto. Siccome l’attività fisica è notoriamente benefica e di conseguenza la pigrizia è dannosa per la salute, sarebbe facile dedurre che ogni libro non solo ci ruba il tempo che occorre per leggerlo (tempo che potremmo utilizzare per fare esperienze entusiasmanti; invece passiamo ore a decodificare – volontariamente – una serie di segni in bianco e nero), non solo questo, bensì perdiamo anche del tempo perché a causa della mancata attività fisica moriamo prima. La lettura, inoltre, è un’attività che solitamente si svolge da soli. Dato che la solitudine è un fattore di rischio confermato per l’aumento della mortalità (8), questo aspetto dovrebbe incrementare ulteriormente gli effetti negativi della lettura sulla nostra salute.

La mancanza di movimento e la solitudine quando si legge indurrebbero a pensare che la lettura abbia effetti negativi sulle nostre aspettative di vita.

Se siete dei veri topi di biblioteca, vorrei tranquillizzarvi fin da ora (augurandomi che proseguiate comunque nella lettura): non è così. Anzi, è il contrario. Come dimostra un recente studio condotto da specialisti di epidemiologia e salute pubblica della celebre università americana di Yale, leggere libri possiede chiaramente proprietà che allungano la vita.

I dati disponibili sull’argomento finora erano scarsi e soprattutto controversi, con alcuni studi che dimostravano l’assenza di benefici della lettura sull’aspettativa di vita (4, 5)[1] e altri che invece li evidenziavano.

La prima ricerca di questo genere (stando alle dichiarazioni degli autori) fu condotta da studiosi israeliani su un gruppo di settantenni del Jerusalem Longitudinal Study iniziato nel 1990 (3). Dei 461 partecipanti iniziali furono scartati 13 analfabeti, 30 soggetti con gravi deficit visivi, 17 soggetti con sintomi di incipiente demenza (Mini Mental State Examination, MMSE, punteggio inferiore a 25) e altri 58 soggetti nei quali non era stato possibile portare a termine il MMSE. I restanti 337 soggetti sono stati osservati per otto anni rilevando il tasso di decessi. Si trattava di un gruppo di individui con un’ottima salute psichica e fisica, per la maggior parte immigrati da 40 paesi diversi (solo il 16% era nato nel paese), che in media avevano vissuto a Gerusalemme per 29 anni. Essendo risaputo che le donne vivono più a lungo degli uomini, le persone istruite più di quelle senza istruzione e gli uomini sposati più di quelli celibi, queste variabili erano state prese in considerazione e introdotte nella ricerca. Inoltre erano stati considerati fattori quali le attività sportive, il lavoro (remunerato o volontario), quante volte i soggetti uscivano di casa e con quale frequenza partecipavano alle funzioni religiose. Infine era stata misurata anche la salute sulla base di diversi parametri.

Ai partecipanti era stato chiesto: «Con quale frequenza legge un libro – ogni giorno; una volta a settimana minimo; una volta al mese; una volta l’anno; mai?» Dato che nelle risposte (v. tabella) emergeva una forte «propensione alla lettura» (il 62% dei settantenni e il 68% dei 78enni leggevano ogni giorno) la variabile era stata dicotomizzata in «lettura quotidiana» – «non lettura quotidiana».

Tabella 1

Il grafico 1 mostra l’effetto della lettura sulla mortalità. Perché tale risultato? Da un lato una serie di indizi induce a pensare che per il cervello valga lo stesso principio dell’apparato muscolare: «Use it or lose it», usalo o lo perderai, dice il motto. L’effetto positivo della lettura sulle capacità cognitive della vecchiaia era noto già da tempo (9, 10; peraltro, per quanto riguarda la televisione, era stato scoperto l’effetto contrario).

Grafico 1

La curva di sopravvivenza di Kaplan-Meier su 8 anni, suddivisa in maschi e femmine e abitudini di lettura (lettura quotidiana vs. assenza di lettura quotidiana) (da 3, ill.1, p. 77). Sulle donne la lettura non ha nessun effetto, negli uomini porta un aumento altamente significativo (p = 0,0006) delle aspettative di vita.

Grafico1

Otto anni prima era invece del tutto nuovo il fatto che la lettura di libri agisse sulla probabile mortalità dei soggetti maschili con l’incidenza rilevata – con una riduzione del 44% rispetto a coloro che non leggono libri quotidianamente! All’inizio dello studio la lettura quotidiana era correlata al sesso femminile (ma nelle donne non provoca un aumento delle aspettative di vita), una condizione socioeconomica e un livello di istruzione superiori, la provenienza da nazioni occidentali, più lavoro e minore assunzione di farmaci. Gli effetti delle variabili indicate non rientravano nella riduzione del 44% perché era possibile estrapolarli. L’effetto, inoltre, era valido solo per gli uomini. E non dipendeva dal livello di istruzione e dalla ricchezza (due fattori influenti, ma che erano stati anch’essi estrapolati).

Altrettanto improbabile è l’ipotesi, a spiegazione dell’effetto della lettura sui contatti sociali (8), che chi legge ogni giorno parli di ciò che ha letto, faccia parte di un club di lettura oppure legga più spesso ai nipoti. Infatti lo stesso si potrebbe affermare anche di chi legge solo una volta a settimana. La differenza sostanziale, invece, è proprio nella lettura quotidiana.

Può darsi che gli uomini, in generale meno dotati delle donne da un punto di vista linguistico, operino un allenamento cognitivo superiore quando si dedicano ad attività linguistiche. Essendo più faticoso, leggere per loro ha un effetto di allenamento maggiore. Si potrebbero avanzare altre ipotesi, ma preferisco attenermi all’affermazione degli autori: «The mechanism by which reading confers survival benefits is unknown, and the finding that this benefit was restricted to men is enigmatic» (3, p. S78), «il meccanismo alla base dei benefici della lettura sulla sopravvivenza è ignoto e l’evidenza che tale beneficio sia limitato ai soggetti maschili è enigmatico».

La lettura non ha alcun effetto sulle donne, mentre sugli uomini produce un aumento molto significativo delle aspettative di vita.

Un altro studio del 2008 ha dimostrato a sua volta un effetto positivo della lettura sulla mortalità, ma solo limitato alle donne (1).

La ricerca più vasta e nel contempo più significativa finora realizzata riguardo agli effetti della lettura di libri sulla mortalità è stata pubblicata nell’estate 2016 e si riferiva a una coorte di 3635 soggetti (62% femminili) di un importante studio su salute e pensione (Health and Retirement Study) condotto negli Stati Uniti dal National Institute of Aging (2). Nell’arco del periodo di osservazione, durato mediamente nove anni e mezzo, è deceduto il 27,4% dei soggetti. Semplici analisi statistiche (χ 2) hanno mostrato che i lettori di libri erano soggetti femminili, istruiti e abbienti (rispettivamente p < 0,001). Queste variabili sono state pertanto considerate come covariabili per la valutazione insieme a età, appartenenza etnica, condizioni di salute, stato di famiglia e condizione lavorativa.

All’inizio della ricerca nel 2001 le abitudini di lettura sono state rilevate come segue: «La settimana scorsa, quante ore ha dedicato alla lettura di libri?» e, «La settimana scorsa, quante ore ha dedicato alla lettura di quotidiani e riviste?» Come avvenuto anche in ricerche precedenti, i soggetti sono stati suddivisi sulla base della quantità di tempo dedicata alla lettura (considerata separatamente, ovvero per libri e quotidiani/riviste) in tre gruppi di grandezza omogenea: rispetto alla lettura di libri, la fascia inferiore registrava un valore di tempo dedicato alla lettura nella settimana precedente pari a 0, quella di mezzo da 0,01 a 3,49 ore e quella superiore maggiore di 3,5 ore. Per quanto riguarda i giornali, i valori rispettivamente erano 0-2 ore (fascia inferiore), 2,01-6,99 ore (fascia di mezzo), maggiore di 7 ore (fascia superiore). La lettura dei libri aveva una correlazione minima con quella dei periodici (r = 0,23) e il 38% del totale dei soggetti (pari a 1390 persone) leggeva esclusivamente libri oppure quotidiani e/o riviste.

Nel 2004, inoltre, è stato inserito un criterio di misurazione (per quanto approssimativo) delle capacità cognitive (cognitive score) aggregando in un unico valore otto parametri (immediate recall, delayed recall, serial 7s, backwards count from 20, President naming, Vice President naming and date naming; Bavishi et al. 2016, p. 46).

Il risultato fondamentale dello studio è riportato nel grafico n. 2: paragonando la quota di sopravvivenza dei soggetti della seconda e della terza fascia dei lettori di libri con quella dei soggetti del terzo inferiore – in altre parole: chi legge rispetto a chi non legge – si evidenziava una marcata disparità. Il 33% dei soggetti non-lettori era deceduta contro il 27% dei lettori.

La diminuzione del 77% del rapporto di rischio (Hazard ratio, HR 0,77), vale a dire la probabilità di decesso, rispetto ai non-lettori era estremamente significativa con un p < 0,0001, sebbene in questa statistica fossero state prese in considerazione tutte le covariabili del modello. Nell’ambito di quotidiani e riviste, identiche valutazioni hanno evidenziato solo un lieve effetto di riduzione delle probabilità di decesso all’89% (HR 0,89). Anche un confronto statistico diretto della riduzione delle probabilità di decesso tramite la lettura di libri rispetto alla lettura di riviste ha evidenziato un effetto significativamente superiore del leggere libri.

Grafico 2

Curva di sopravvivenza dei non lettori e dei lettori di libri (senza introduzione di covariabili). La distanza temporale tra i punti in cui in entrambi i gruppi si registra il decesso del 20% dei soggetti è pari a 23 mesi. (da 2, ill.1, p.46)

Grafico 2

Al contrario della ricerca di Jacobs e collaboratori, non emergeva alcuna differenza tra uomini e donne: l’effetto benefico sulle aspettative di vita era quasi identico per entrambi i sessi (HR uomini: 0,81; HR donne: 0,80).

Ulteriori analisi hanno poi dimostrato che l’effetto era statisticamente robusto ed emergeva anche con diversi criteri di valutazione. Inoltre non era legato a un livello cognitivo di base più elevato (rilevato nel 2000) nel gruppo dei lettori di libri. Un’analisi di mediazione ha dimostrato che l’effetto della lettura di libri sulla sopravvivenza è condizionato dalla sua azione sulle capacità intellettive, anche se personalmente reputo un po’ troppo vago questo genere di argomentazione. La lettura di (buoni) libri, infatti, ha sicuramente effetti positivi di carattere emotivo e sociale (7) che esulano da quelli meramente cognitivi (6).

Secondo gli autori le deviazioni da altri studi dipendono soprattutto da questioni metodologiche: la loro popolazione statistica è all’incirca dieci volte superiore a quella delle altre ricerche e la lettura è stata considerata in maniera differenziata – da un punto di vista qualitativo (che cosa si leggeva?) e quantitativo (per quanto tempo precisamente si leggeva?). L’effetto inoltre non era riconducibile a istruzione e benessere, e questo sottolinea la robustezza dei risultati.

Il passaggio da quotidiani e riviste ai libri potrebbe ritardare il decesso, per non parlare poi di quello dalla televisione ai libri.

Gli autori sottolineano come il semplice passaggio dai periodici (che sono letti di più e hanno un effetto minore) ai libri potrebbe ritardare il decesso, per non parlare poi del cambio dalla televisione ai libri; la televisione, con un utilizzo di 4,4 ore al giorno nella fascia di età presa in esame (secondo i rilevamenti delle autorità statunitensi per il 2014) supera di quasi un ordine di grandezza i libri nell’organizzazione del tempo libero. Questo sì che sarebbe un piccolo miracolo riguardo alle aspettative di vita della stragrande maggioranza della popolazione dei paesi occidentali «civilizzati»!

Note:

[1]  Nella ricerca di Bygren et al. (4) emergeva un effetto della lettura e della pratica musicale che tuttavia non sopravviveva al computo di variabili poco chiare come livello di istruzione ed economico e altre attività di volta in volta esaminate. Solamente la partecipazioni a manifestazioni culturali conservava il suo significato in questo studio anche dopo i controlli statistici. Nella ricerca canadese di Menec, la lettura aumentava la felicità degli anziani, senza tuttavia incrementare le aspettative di vita (5).

Bibliografia:

  1. Agahi N, Parker MG. Leisure activities and mortality does gender matter? J Aging Health 2008; 20(7): 855–871.
  2. Bavishi A, Slade MD, Levy BR. A chapter a day: Association of book reading with longevity. Social Science & Medicine 2016; 164: 44–48.
  3. Jacobs JM, Hammerman-Rozenberg R, Cohen A, Stessman J. Reading daily predicts reduced mortality among men from a cohort of communitydwelling 70-yearolds. J Gerontol Ser B Psychol Sci Soc Sci 2008; 63: S73-S80.
  4. Bygren LA, Konlaan BB, Johansson SE. Attendance at cultural events, reading books or periodicals, and making music or singing in a choir as determinants for survival: Swedish interview survey of living conditions. British Medical Journal 1996; 313: 1577–1580.
  5. Menec VH. The relation between everyday activities and successful aging: A 6-year longitudinal study. Journal of Gerontology: Social Sciences 2003; 58B: S74-S82.
  6. Spitzer M. Lesen und Schreiben. Nervenheilkunde 2012; 31: 850–852.
  7. Spitzer M. Literatur, Empathie und Verstehen. Nervenheilkunde 2013; 32: 962–965.
  8. Spitzer M. Einsamkeit – die tödlichste Krankheit. Nervenheilkunde 2016; 35: 734–741.
  9. Wang JWJ, Zhou DHD, Li J, Zhang M, Deng J, Tang M, Gao C, Li J, Lian Y, Chen M. Leisure activity and risk of cognitive impairment: The Chongqing Aging Study. Neurology 2006; 66: 911–913.
  10. Verghese J, Lipton RB, Katz MJ, Hall CB, Derby CA, Kuslansky G, Ambrose AF, Sliwinski M, Buschke H. Leisure activities and the risk of dementia in the elderly. New England Journal of Medicine 2003; 348: 2508–2516.

Nota: articolo pubblicato originariamente da www.nervenheilkunde-online.de pubblicato per gentile concessione di Manfred Spitzer. La traduzione in italiano è di Alessandra Petrelli.

L’AUTORE – Manfred Spitzer è nato nel 1958 ed è laureato in Medicina e Psichiatria. È stato visiting professor a Harvard e attualmente dirige la Clinica psichiatrica e il Centro per le Neuroscienze e l’Apprendimento dell’Università di Ulm. Autore di numerosi saggi, fra cui Lernen e Vorsicht Bildschirm!, è uno dei più rinomati studiosi tedeschi di neuroscienze. Corbaccio ha pubblicato Demenza digitale e Solitudine digitale.

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