Pietro e Paolo, i protagonisti dell’omonimo nuovo romanzo di Marcello Fois, sono amici fin dai primi anni delle loro vite: uno è di origini povere, l’altro, invece, è figlio di un famoso proprietario terriero. Crescono insieme come fratelli, ma quando arriva la chiamata alle armi, i due sono costretti ad andare in guerra. Si ritrovano sul fronte, dentro divise imperfette ma in grado di rendere tutti uguali, e in questa dimensione spersonalizzante, in cui l’estrema precarietà umana è descritta con echi ungarettiani, l’unica cosa che conta è comprendere cosa sia successo tra i due amici… - L’approfondimento, che è anche un’occasione per un viaggio nella produzione dello scrittore, autore di libri come "Del dirsi addio” e "L’importanza dei luoghi comuni"

Diventare adulti significa “nient’altro che prepararsi a distruggere, con un soffio, il castello di carte che abbiamo costruito da bambini” (p. 121): Pietro e Paolo, i protagonisti dell’omonimo nuovo e attesissimo romanzo di Marcello Fois (Einaudi – nella foto Getty, ndr), sono amici fin dai primi anni delle loro vite.

Pietro Carta, di origini povere, è il compagno di giochi di Paolo, figlio del famoso Pasqualino Mannoni, proprietario – tra le altre – della terra su cui lavora la famiglia di Pietro. I due bambini trascorrono insieme le giornate, e “si guardavano crescere, presumevano il proprio vicendevole sviluppo osservandosi l’un l’altro. Ma senza concepire una fine, perché quelle erano estati infinite” (p. 29).

marcello fois pietro e paolo

La crescita è, in effetti, l’unica dimensione in cui Pietro e Paolo sono uguali: per il resto, le differenze sociali si sentono, e Pietro è da sempre ben conscio della sua inferiorità, anche quando l’amico gli insegna a leggere e far di conto. Ma, d’altro canto, Paolo sa bene che la sua salute non gli consente di correre tanto quanto Pietro, o di sviluppare altrettanta forza.

È in questo conoscersi profondo, in questo fidarsi reciproco, che i due diventano ragazzi. E quando la chiamata alle armi arriva anche per i nati nel 1899, don Pasqualino fa di tutto perché Pietro si arruoli accanto a suo figlio, per proteggerlo. La promessa è chiara: se Pietro starà accanto a Paolo, senza mai esporsi al pericolo, al ritorno per i Carta ci saranno tempi migliori. Tanto più che non gli è neanche richiesto di andare in prima linea, ma di svolgere compiti nelle retrovie! E tuttavia il lettore non mancherà di notare nel tono del capofamiglia dei Mannoni molto più di una richiesta, un fare imperativo, da padrone nei confronti del servo, misto a un ricatto: dopo tutti i giorni trascorsi insieme a casa con Paolo, davvero Pietro sarebbe tanto irriconoscente da non aiutare quel quasi-fratello?

E allora al ragazzo non resta che accettare. La guerra arriva, sconquassa tutte le certezze fin dalla partenza dal paese natale di Lollove, per andare “in continente”, dove i ragazzi con mani malferme e l’agitazione nel corpo entrano dentro divise imperfette ma in grado di rendere tutti uguali. Paolo prega, come mai ha fatto prima, che Pietro non lo abbandoni, e questa implorazione è un ricordo indelebile, attorno a cui ruota tutto il fulcro narrativo del romanzo. 

Perché, infatti, Paolo viene mandato in prima linea il 15 giugno, quando le truppe conquistano Montello e Nervesa, dopo essere entrati a Pieve di Soligo e a Falzè di Piave? Dov’è Pietro? In questa dimensione spersonalizzante della guerra (“tutto, tutto era perfettamente credibile. Tranne trovarsi lì a combattere”, p. 45), in cui l’estrema precarietà umana è descritta da Marcello Fois con echi ungarettiani, l’unica cosa che conta è: aver mantenuto o aver rotto la promessa. Per riconoscenza, per amicizia, per fede, per fiducia, per onore. 

Per comprendere cosa sia successo davvero, bisogna aspettare: il romanzo si apre, infatti, con il ritorno a casa di un Pietro Carta ventenne, arricchitosi come bandito, in un’alba che coglie il paese ancora addormentato e che esclude Pietro, partito e ormai escluso dalla società nuorese (che ci sia, forse, un omaggio ribaltato alla memorabile conclusione dei Malavoglia?). 

I capitoli, sobriamente numerati dal sedici allo zero, procedono in un conto alla rovescia inesorabile verso il momento della risoluzione finale. Ma in ogni sezione il presente è solo la premessa di un più ampio riaffacciarsi del passato (tratto frequente nei romanzi di Fois, si pensi anche solo a Del dirsi addio, Einaudi, 2017), visto come una dimensione rassicurante, a tratti onirica, in cui i valori – l’amicizia e la lealtà, tra tutti – non erano messi in dubbio. Il presente è invece pieno di incertezze: sappiamo che Pietro ha un “abboccamento” e che deve recarsi da solo a rivedere Paolo, in un giorno di gennaio freddo quanto i loro rapporti di oggi. 

Cosa sia accaduto e cosa accadrà sono gli interrogativi entro cui si muove una narrazione a tratti fortemente lirica, a tratti scabra tanto quanto la guerra e le sue atroci conseguenze. Pare che la dimensione mitica dell’infanzia (come non ricordare la bella saga familiare dei Chironi?) sia ormai contraddetta dal dover venire a patti con tutto, e questo crea insicurezze continue (“Non si sentiva ammirevole, non si sentiva ammirabile. Solo come uno che si agita per non affogare, si sentiva”, p. 25).

“Le distanze cambiano, le cose cambiano…” (p. 136): anche l’amicizia? Le prime scoperte fatte insieme – come quella della morte e dei primi amori –, quel misto di fede e fiducia che Pietro fatica a distinguere, sono stati sufficienti a perdonare per sempre un rapporto che va oltre qualsiasi razionalità? 

Viene spesso il dubbio che alla fine dell’opera non esisterà un vero vincitore, un po’ come avveniva ne L’importanza dei luoghi comuni (Einaudi, 2013), ma qui la dimensione affettiva è assolutamente più pervasiva. E intanto si spera che Pietro e Paolo, con i loro nomi apostolici, portino avanti la loro amicizia con assoluta perseveranza, nonostante le incrinature del presente. 

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