"Mio fratello Carlo" è il commovente atto di amore di un fratello, ed è, al tempo stesso, il racconto del rapporto di due fratelli che, uno sceneggiatore e scrittore, l’altro regista, hanno attraversato e segnato il mondo culturale italiano - Su ilLibraio.it un estratto

Cosa succede quando, senza avvertire, una notizia rompe il legame quasi simbiotico che aveva tenuto due fratelli uniti sin dai loro primi giorni su questa Terra? È quello che racconta Enrico Vanzina che, in Mio fratello Carlo (HarperCollins Italia), ripercorre la storia del loro rapporto, fino alla scoperta della malattia che ha colpito Carlo, portando, nel giro di un anno, alla sua scomparsa.

Mio fratello Carlo è il commovente atto di amore di un fratello, ed è, al tempo stesso, il racconto particolare e privato del rapporto di due fratelli che, uno sceneggiatore e scrittore, l’altro regista, hanno attraversato e segnato il mondo culturale italiano come pochi altri artisti nel XX secolo, la storia universale dello spaesamento, della rabbia, dell’essere umano di fronte al dolore profondo.

Mio fratello Carlo - libro Vanzina

Enrico Vanzina, figlio del grande regista Steno, uno dei fondatori della commedia all’italiana, nel 1976 ha iniziato a scrivere sceneggiature. Nel corso degli ultimi quarant’anni ha firmato, insieme al fratello Carlo, alcuni dei più grandi successi al botteghino. e ha pubblicato diversi libri, tra cui il recente La sera a Roma (Mondadori).

Per gentile concessione della casa editrice, su ilLibraio.it proponiamo un estratto

Quando ripenso a mio fratello Carlo, mi torna sempre in mente una sua frase, concisa come era conciso lui nel modo di parlare, pronunciata con la sua grazia fascinosa, con il suo timbro infallibile da regista abituato a correggere le intonazioni degli attori, una frase leggera e allo stesso tempo profonda, semplice ma densa di umanità, buttata lì con disinvolta sapienza drammaturgica.

Era un giorno di marzo del 2018. Carlo era già molto malato. Lottava, con fatica ma con lucida consapevolezza. Ogni mattina, tirando fuori una forza interiore che non riesco ancora oggi a definire, veniva comunque in ufficio a lavorare. Era già debole, dimagrito, con le sopracciglia e i capelli, sempre meno folti, imbiancati dalle cure immunologiche. Ma voleva testardamente terminare, insieme a me, la scrittura di Weekend a 5 stelle, il film che sognava di fare e che poi Marco Risi, il suo migliore amico, avrebbe girato al posto suo con un titolo diverso: Natale a 5 stelle.

Come spesso capita quando si sceneggia un film, mentre si cercano battute, dinamiche di una scena o talvolta ispirazione, nel grande salone dove stavamo scrivendo – un luogo carico di magnifico disordine, libri, soggetti, fotografi e, ritagli di giornale, appunti sparsi alla rinfusa – calò un improvviso e infrangibile silenzio. Un silenzio che bucava addirittura il silenzio, per quanto mi parve assordante. E lungo, lunghissimo. Era uno di quei momenti che Carlo e io avevamo vissuto mille volte nel corso della nostra lunga carriera insieme. Sempre insieme. Mai, però, mi ero trovato a vivere con lui un intervallo di pausa così intenso. Qualcosa di simile agli attimi che precedono un terremoto, quando tutto si congela, il tempo si ferma, l’aria diventa spaventosamente rarefatta e immobile. Capii che stava per succedere qualcosa di speciale. E infatti successe. Carlo si alzò dalla sua sedia. A piccoli passi, fissandomi con un sorriso appena accennato, venne verso di me, che ero seduto dalla parte opposta del nostro grande tavolo di lavoro. Mi raggiunse. Restò un attimo fermo, poi con un gesto dolce, quasi pudico, mi sfiorò i capelli con il palmo della mano. E mi disse: «Stai tranquillo. Ho avuto una vita meravigliosa».

Fu come una fucilata al cuore. O forse all’anima.

Era il suo ultimo addio, prematuro. Sapendo, o temendo, quello che gli sarebbe successo a breve, volle rassicurarmi.

E lo fece alla maniera di Carlo Vanzina. Con leggerezza. Una leggerezza che aveva sempre preteso nei nostri film, i migliori o i peggiori, un suo modo di intendere la vita. La vita tutta. Quella che inventavamo per lo schermo e quella vera, quella privata, quella spesso un po’ monotona e scialba di tutti i giorni. Perché la leggerezza era il suo marchio di fabbrica esistenziale.

Avrei voluto piangere. O scappare. O nascondermi in una delle stanze accanto dell’ufficio, per non fargli percepire la mia disperazione. Ma dentro di me, improvvisamente, si fece largo un sentimento diverso. Lo fissai con ritrovata tranquillità. Con ammirazione. Quasi con riconoscenza. Nel momento più intenso della nostra carriera insieme, Carlo mi aveva regalato la sua più bella battuta di sempre. Stai tranquillo. Ho avuto una vita meravigliosa. In quella che sicuramente era la scena da risolvere più difficile della sua vita, aveva tirato fuori il talento del grande scrittore, quando con poche parole illumina il senso di una storia.

La nostra. Poi, vennero giorni più tristi. Più dolorosi. Nei quali non si trattò più di inventare battute, ma di affrontare e combattere la morte.

© 2019 HarperCollins Italia S.p.A., Milano

L’APPUNTAMENTO – Enrico Vanzina presenterà il libro il 12 settembre alle ore 18.30 a Roma, presso il Circolo Canottieri Aniene (Lungotevere dell’Acqua Acetosa n.119). Con l’autore intervengono Francesco Cognetti, Salvatore Lauro, Giuseppe Tornatore, Marina Valensise e Carlo Verdone.

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