In libreria “Brava Giulia”, il romanzo postumo di Anna Toscano (1970-2025), poetessa, fotografa e autrice per il teatro. Un libro che si inserisce in una vena della letteratura italiana che ha lavorato sul difetto di linguaggio, più che sulla sua pienezza. Una narrazione sullo sguardo come alternativa a un linguaggio negato
In alcuni involucri di mura che possono essere chiamati abitazioni, il silenzio non è vuoto, è la materia stessa della casa. Ha un peso, una temperatura, una consistenza che si deposita sugli oggetti, sui corpi, su tutte quelle parole che era meglio dire, ma non hanno mai visto la lingua poggiarsi sui denti, sulle labbra. Brava Giulia (nottetempo) di Anna Toscano abita esattamente in questo spazio: un appartamento veneziano in cui il linguaggio si è ritirato, lasciando dietro di sé una famiglia che comunica per sottrazione, per gesti minimi, per ostinate omissioni.
“A Giulia mancano molto le parole”
Mi sono accorta presto, leggendo, che non stavo più cercando una storia, ma un modo per restare al mondo. E che quel modo mi riguardava più di quanto volessi ammettere. Perché alcuni libri ti costringono a riconoscerti in un dettaglio laterale: un gesto, una frase, più spesso un’assenza. Qui, per me, è stato questo: “A Giulia mancano molto le parole”. Non è solo una constatazione, è una diagnosi esistenziale. E, in controluce, una possibilità .

Giulia cresce in una famiglia dove il padre – medico – tenta di governare ogni cosa attraverso il controllo, la previsione, la neutralizzazione dell’imprevisto. Il suo sguardo è clinico, non contempla deviazioni: l’anomalia va evitata, contenuta, possibilmente cancellata. La madre, al contrario, oppone a questa rigidità una resistenza fragile e splendida, fatta di estetica, di colore, di teatralità : velluti, rossetto rosso, oggetti che non servono a funzionare ma a esistere. Due mondi che non dialogano, due linguaggi senza interpreti.
In mezzo, Giulia.
Un romanzo sullo sguardo come alternativa a un linguaggio negato
Giulia che non impara a raccontarsi, Giulia che non impara a confidarsi – che “non ha mai imparato a farlo”, che non lo farà mai più – Giulia che assimila qualcos’altro, qualcosa di più sottile e più ambiguo: guardare. Brava Giulia non è semplicemente un romanzo familiare: è un romanzo sullo sguardo come alternativa a un linguaggio negato.
“Guardare, usare gli occhi, non solo vedere”: è una delle poche frasi che le restano, a Giulia, una sorta di mantra trasmesso dal professor Gosti, tanto potente da diventare chiave di lettura dell’intero romanzo. Vedere è automatico, quasi involontario. Guardare, al contrario, implica una scelta, un atto di presenza. E Giulia sceglie – o forse è costretta da qualcosa che sta nella sfumatura tra condanna e salvezza – a stare nel mondo così: attraverso gli occhi.
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Al Prado, davanti a un dipinto, Giulia si ferma. Non succede nulla, eppure è qui che tutto accade. Giulia non osserva soltanto, entra in relazione: “Erano stati gli occhi […] ad averla presa, rapita, incantata”. In quegli occhi, ci legge il freddo, la malattia, la solitudine; una storia, senza che nessuno la racconti: la bambina del quadro “le parlava senza parole”. Ma lo sguardo, in Toscano, non è quasi mai reciproco, non costruisce veri legami, Giulia, infatti, guarda per colmare un’assenza, ma non sempre viene guardata.
Qui si innesta il conflitto più profondo, quello tra due epistemologie, da una parte il padre, con il suo sguardo scientifico, che cerca sintomi, cause, soluzioni e dall’altra Giulia, che ne sviluppa uno artistico, intuitivo, capace di accogliere l’ambiguità , in linea con l’attitudine materna. Là dove il padre teme – “È malata come loro?” – Giulia apre uno spazio di senso.
Nel romanzo, si delinea una resistenza sottile: lo sguardo, infatti, non salva, ma, almeno, tiene insieme. Nonostante la distanza. Anche il trasferimento a Londra, più che fuga e rottura si configura come sospensione: Giulia non appartiene, non radica, attraversa senza abitare, “si sente come in prestito, in quel luogo”. Non basta, quindi, uscire per essere liberi: se il tuo modo di essere al mondo è costruito nel silenzio, quel silenzio può anche cambiare forma, ma è tutto ciò che ti resta. E la protagonista guarda proprio per restare, per non essere inghiottita da qualcosa di più oscuro e insoluto, per provare a costruire un contatto dove tutto il resto ha fallito.
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Il romanzo di Toscano si inserisce in una vena della letteratura italiana che ha lavorato sul difetto di linguaggio più che sulla sua pienezza. Viene in mente, per contrasto e per affinità , Lessico famigliare (Natalia Ginzburg, Einaudi, 1963): lì, il linguaggio costruisce la famiglia, qui la sua assenza la disgrega. Ma ancora più vicino, per tono e per ossessione, I quindicimila passi (Vitaliano Trevisan, Einaudi, 2007): anche qui lo sguardo è una forma di controllo, una deriva percettiva che sostituisce il dialogo. Se Trevisan, però, implode nella mente, Toscano resta sul confine tra percezione e relazione, senza mai cedere del tutto alla chiusura.
Un libro che non offre soluzioni (e fa bene)
Ma c’è anche una parentela più recente, meno dichiarata: quella di un Veneto che ha ripreso a lasciarsi vedere e che, tra letteratura indipendente e cinema, sta raccontando spazi e identità della pianura e del Nord-Est come luoghi di sospensione emotiva. Penso, nel cinema, a Piccolo corpo (2021) o Atlantide (2021), dove i personaggi sono sempre leggermente fuori fuoco rispetto al mondo che abitano: anche Giulia mi è parsa così, sbilanciata, sospesa: mai completamente dentro, mai salvificamente fuori: una presenza obliqua, scomoda, soprattutto per se stessa.
Brava Giulia non offre soluzioni – e fa bene. Non credo esistano guarigioni nette, ma tentativi sì, e, di quelli, molti che incontro e ho incontrato passano proprio attraverso lo sguardo, attraverso l’ambiguità del farsi vedere come vogliono gli altri o come preferiamo noi, attraverso la fragilità del lasciarsi guardare per quello che si è davvero, nel colmare vuoti e mancanze sperando di riconoscersi negli occhi di qualcun altro che non sia più straniero, passante, ma presenza consapevole. Non succede spesso, ma un’opportunità , a volte, è già abbastanza.
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Fotografia header: Anna Toscano nella foto di Grazia Fiore