Come in “Virdimura”, anche nel nuovo libro Simona Lo Iacono propone il ritratto di una donna forte, carismatica e intrigante, e mette al centro una figura sul confine tra storia e mito, un simbolo di innocenza e indipendenza: la protagonista di “Joanna degli incanti” è infatti moglie, madre, artista, imprenditrice, prima di diventare monaca ed essere accusata (e imprigionata) dalla Santa Inquisizione. La trama del romanzo porta nel ‘600 più cupo, segnato dalla guerra fatta a tutto ciò che è diverso…

“Una buona storia svia la solitudine e inganna la morte”.

È la narrazione il vero atto di resistenza di Joanna degli incanti di Simona Lo Iacono (Guanda), e la chiave di una salvezza che è sinonimo di scelta e di libertà. La voce narrante è quella della protagonista, una monaca del Carmelo accusata dalla Santa Inquisizione e imprigionata nello Steri di Palermo, nel ‘600 più cupo segnato dalla guerra fatta a tutto ciò che è diverso.

Ancora una volta, dopo Virdimura, Lo Iacono mette al centro delle sue storie una figura di donna marginale, sul confine tra storia e mito, un simbolo di innocenza e indipendenza.

Joanna degli incanti

Joanna non pratica incanti, non è una delle streghe perseguitate, torturate e uccise, eppure è “degli incanti” perché questo è il suo modo di stare al mondo, ereditato dal padre Pedro, mercante e viaggiatore, sognatore capace di cogliere la magia della natura, un uomo che odorava le alghe come fossero fiori.

Alla morte precoce del padre, Joanna cresce all’ombra di una madre arida che cerca, inutilmente, di inculcarle regole di comportamento e di ordine sociale. Joanna è invece un’anima libera, la pelle indecorosamente cotta da sole, le mani screpolate dalla terra, le tasche piene di semi, che per Joanna sono l’essenza del mistero, la radice della vita, cosmici e minuscoli, capaci di mettere in dialogo la vita con la mancanza.

I morti infatti stavano nei semi: sono questi che contengono l’universo, attivano il ricordo di chi non c’è, con la loro promessa di germoglio, che contiene dentro di sé morte e di resurrezione. In questa idea giace il cuore di Joanna, la sua visione del mondo, il suo senso di una possibilità.

Joanna esce di nascosto, e semina, di notte, con la complicità di un’amica, Nucidda, la figlia non vedente della governante: il buio che cala a fine giornata è il loro mondo, che le rende uguali, capaci di vedere con il cuore, e con il corpo (“Io prendevo le sue mani, lei i miei occhi”) e la semina è il loro atto magico.

Nottambula, girovaga, diversa, Joanna cresce con un’anima empatica, spirituale, capace di dialogare con la natura, in ascolto di tutto ciò che sboccia, dalla terra, dal cuore, libera di accogliere il mistero con riconoscenza e accettazione, senza paura: “Perché l’unico modo che esiste per amarlo, è non capirlo”.

La struttura del romanzo alterna i giorni della prigionia con i capitoli della memoria della sua vita, che Joanna racconta a un compagno di cella senza nome, dall’infanzia fino alla scelta monastica, e in questa alternanza ci sono la cupezza della reclusione e la luce della scoperta, della crescita, anche quando la vita porta prove di dolore, e di violenza.

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“La fantasia era la porta di accesso alla felicità. Creava dal niente. Utilizzava il poco. Attingeva a tutto”.

Joanna è moglie, madre, artista, imprenditrice, prima di diventare monaca: in ogni fase affronta il suo destino che è costellato da assenze, ma anche da germogli di vita e di maturità: la sua è una storia di coraggio e di intraprendenza, che la porta a creare un’impresa di lavoro e di umanità. L’opificio che Joanna fa crescere è un luogo di fantasia, di libertà, di maestria, che produce carta, e poi libri, copertine favolose, diffonde storie, pubblica il racconto di un pazzo tra i mulini a vento, un successo insperato, che regala speranza e fa credere ai sogni, dà lavoro alle donne, alle madri, ai ciechi, conosce il valore del lavoro ma anche quello della solidarietà.

La sua non è solo un’impresa economica che sublima il suo amore per l’arte e il saper fare, ma è anche un luogo politico e simbolico.

“Si rideva, si ballava, si recitavano le lodi, si facevano piccoli spettacoli con artisti improvvisati. Si viveva in una comunità dove la produzione non era un risultato ma uno strumento, perché ciò che più contava era produrre felicità”

L’incanto di Joanna è nella sua capacità visionaria e profondamente filantropica.

Il suo è un ritratto di donna forte, carismatica, intrigante, che non si fa piegare dagli uomini, sa vedere nel buio la magia e l’incanto della natura, alleva falchetti e fa volare gli aquiloni, conosce il cuore delle persone e il grande potere della fantasia e della parola.

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“Seminare era come scrivere”, comprende Joanna adulta, in una visione sacrale della lingua in cui i semi sono parole, la terra è la pagina, la parola è potente, è liberatoria ma qualche volta può essere anche pericolosa, se non sospetta, un atto politico. Seminare equivale a scrivere, a parlare, a resistere, è un gesto etico e profondamente ostinato: dalla sua cella, in mezzo a eretici e negromanti, Joanna non si chiede mai il motivo del suo arresto, ma vive di parole, di racconto, perché raccontare equivale a esserci, a essere vivi, è una dichiarazione di identità.

È così che Joanna realizza il suo incanto, trasformando anche la reclusione in una semina di parole, cioè di affermazione e conoscenza, contro il buio, sullo sfondo di una Sicilia primitiva e piena di contraddizioni.

Virdimura, libri da leggere 2024

Virdimura, il libro precedente di Simona Lo Iacono (qui il nostro articolo)

Nella sua alternanza di prigionia e memoria, Joanna degli incanti è un perfetto equilibrio di storia e mistero, che prende fatti reali e li fa sbocciare con una lingua ricca, che ricama le parole e crea immagini dalla natura, solenni, evocative, vicino al mito. L’incanto è allora tutto in un personaggio femminile che sceglie di abitare l’esistenza come atto di immaginazione, che trova Dio in una prossimità sospesa, semplicissima, nella quale colpe e miracoli insieme fanno germogliare la vita, come sopravvivenza ma soprattutto come libertà.

“Con il tempo, ho imparato che la vita non può venire al mondo nuda, ha sempre bisogno di simboli e di figure, per questo anche il buio non mi preclude la verità”.

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