Come capire fino a che punto l’amore di un genitore ci condiziona? E quando è bene prendere le distanze? Nel suo nuovo romanzo, “Il padre della pioggia”, Lily King ci fa entrare in una famiglia statunitense borghese, lì lì per sfaldarsi sulla scia di un divorzio travagliato. A dominare la scena, un padre manipolatore e imprevedibile, con una dipendenza dall’alcol che non riesce ad ammettere. Lo sguardo è quello di sua figlia, Daley, che cresce davanti agli occhi di chi legge e deve imparare a fare i conti con una figura paterna tanto ingombrante…
«Ma noi viviamo lì. Lunedì ci torniamo. Io vado in prima media. Mamma ha trovato un appartamento in centro, a Water Street». Dico queste cose per avere conferma che siano ancora vere. (p. 50)
Daley è abituata a osservare la sua famiglia e a dedurre verità da quello che gli adulti dicono e fanno.
Ha imparato presto, dato che nessuno le ha mai spiegato perché deve lasciare la casa dove ha sempre vissuto ad Ashing e seguire la madre a casa dei nonni, a chilometri di distanza, tenendo il tutto segreto al padre.
L’estate degli undici anni
L’estate degli undici anni è diversa da quanto si aspettava: lontana dai suoi amici, senza il nuovo cucciolo che il padre le ha appena regalato per il compleanno, cerca di capire l’umore altalenante della madre. Quando risponde al telefono, coglie la disperazione del padre e gli promette di tornare. Perché Daley deve fare i conti con l’affetto che ha per suo padre Gardiner, qualunque cosa lui faccia o dica.
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Muove da queste prime pagine Il padre della pioggia, nuovo romanzo di Lily King, molto atteso dopo il successo di Cuore, l’innamorato. Tradotto da Manuela Francescon per Fazi Editore, il libro parte dalle dimissioni di Nixon nel 1974 e si spinge fino alle elezioni di Obama del 2008.
Ci sono più di trent’anni di Stati Uniti, ma anche più decenni della vita di Daley, che, dagli undici anni della prima parte, si vede diventare una giovane adulta nella seconda sezione del testo, quindi una donna più matura nella breve parte conclusiva.

A tenere unite le tre sezioni è il rapporto con suo padre, Gardiner (nome ironicamente parlante, perché significherebbe “giardiniere”, ma l’uomo non coltiva niente, se non il proprio ego).
Possessivo ed egoista, a lungo inconsapevole di avere una dipendenza dall’alcol, Gardiner è un uomo bianco e privilegiato, che negli anni ’70 guarda con sospetto alla comunità nera e alla lotta per la parità di genere.
A lui bastano le donne, i suoi cani, il club del tennis, i suoi quattro amici con cui fare cin-cin e mangiare un filet mignon. Verso i figli avuti dal suo primo matrimonio – Daley e il fratello maggiore Garvey – ha una strana forma d’amore, che prevede di essere sempre e comunque il genitore preferito. Ma, anche se è sempre in competizione con la ex moglie, non si pensi a un padre pronto a fare la lotta in tribunale per l’affidamento dei figli.
A lui basta vederli ogni tanto, litigare per inezie, ma trovare sempre il modo per essere un perno nelle loro vite. Non di rado risulta addirittura infastidito dall’averli attorno: con Garvey gli scontri sono palesi; con Daley, invece, Gardiner porta avanti manipolazioni più sottili. E la madre? Lo dice Daley stessa:
“Mia madre, che mi amava ma non mi proteggeva, […] mi ha lasciato andare da mio padre ogni singolo fine settimana, anno dopo anno, anche se ogni volta tornavo trasformata in una bestiola feroce. E non mi ha mai chiesto perché” (p. 206).
Difficile, se non impossibile, per Daley poter fare qualche sogno più strutturato per il futuro, che “è sempre stato un pensiero scomodo” (p. 161).
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L’imprevedibile umore del padre
L’imprevedibile umore del padre, ora ironico e provocatore ora rabbioso e bizzoso, ha condizionato le sue relazioni. Per questo restiamo piacevolmente sorpresi nello scoprire nella seconda parte del libro che Daley a trent’anni ha una relazione stabile con Jonathan («Voi due siete ciò che tutti noi passiamo la vita a cercare», commenta un’amica comune a p. 322) e sta per trasferirsi con lui in una nuova casa. Infatti, ha vinto un posto prestigioso e molto ambito all’Università di Berkeley per portare avanti le sue ricerche in Antropologia.
Eppure, quando suo fratello Garvey le telefona e le chiede un aiuto con il padre, distrutto dopo essere stato lasciato dalla seconda moglie, Daley non riesce a resistere. Jonathan e altri amici le fanno notare che il padre l’ha sempre manipolata e non merita nulla, ma Daley non riesce a restare indifferente e torna nella sua vecchia casa. Con un conto alla rovescia: pochi giorni e partirà per Berkeley. Ad aspettarla ad Ashing, un padre ubriaco, i suoi cani, un passato con cui fare i conti, una casa che ha cambiato aspetto ma, negli angoli, testimonia ancora i segni della sua infanzia lì.
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Lily King non offre facili soluzioni ai suoi personaggi
Il padre della pioggia piega allora verso importanti interrogativi (etici e al tempo stesso esistenziali): fino a che punto è giusto sacrificarsi per un genitore che in passato spesso è stato assente o, peggio, ci ha fatto del male? Quanto è sottile il crinale tra voler bene agli altri e voler bene a sé stessi?
Come nei romanzi precedenti, Lily King non offre facili soluzioni ai suoi personaggi: preferisce lasciare che sperimentino, che sbaglino, che tornino sui loro passi o che prendano una direzione del tutto diversa da quella che ci si aspetterebbe.
A dominare il tutto c’è un’umanità che prova a cercare la propria serenità, e non è detto che stare insieme, in famiglia, sia la soluzione migliore.
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Fotografia header: Lily King nella foto di Eloise King-Clements