Mr. Darcy e Sherlock Holmes era autistici? Anna dai capelli rossi, con la sua iperattività, soffriva di ADHD (idem Pippi Calzelunghe)? È vero che a ogni protagonista di Winnie The Pooh è associata una condizione specifica? E come mai, sempre più spesso, la comunità di lettrici e lettori neurodivergenti sente il bisogno di cercare i propri membri fra le biografie delle figure storiche, oppure nelle pagine dei romanzi? “Neurodivergenza” è un termine che racchiude diverse condizioni che si discostano dal funzionamento cognitivo della popolazione definita “neurotipica”. In questa riflessione, la scrittrice Alice Basso (dalla cui fantasia è nato il personaggio di Atena Ferraris, neurodivergente, nello specifico AuDHD, cioè autistica e ADHD) analizza le (spesso discusse) retrodiagnosi che si tende a fare nei confronti dei personaggi della letteratura: “Del resto, anche i neurotipici leggono i romanzi cercandoci quello che interessa a loro…”
Mentre studiavo le neurodivergenze per scrivere la mia serie su Atena Ferraris (personaggio appunto autistico e ADHD), ho scoperto che diversi luminari del settore danno quasi per certo che Lewis Carroll, oggi, avrebbe avuto una diagnosi di autismo di livello uno (quello che si chiama anche “ad alto funzionamento” – brrr, che termine gelido – e che una volta, più o meno, con qualche differenza, sarebbe rientrato nella definizione di sindrome di Asperger, che oggi non si usa più).
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Il bisogno di identificazione
Mi è capitato di raccontare questa cosa una volta in cui stavo parlando di Lewis Carroll e diverse persone si sono interessate moltissimo.
In effetti, questo argomento delle retrodiagnosi di neurodivergenza su personaggi del passato o letterari è un campo interessantissimo: per capirci, è quando la comunità neurodivergente va a cercare i propri membri fra le biografie delle figure storiche, oppure nelle pagine dei romanzi.
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C’è chi lo affronta quasi come un gioco, chi con una ricerca scientifica rigorosa (specie quando riguarda figure storiche). Alla base però ci sono sempre le stesse due cose: un bisogno e una convinzione.
1) Il bisogno: di vedersi rappresentati. Di non doversi accontentare sempre e solo di “roba che ci va vicino”. Pensiamo alla letteratura: uno dei maggiori pregi dei libri è di non farti sentire solo, giusto? C’è sempre un libro, da qualche parte, che ti dimostra che non sei il primo e non sarai l’ultimo a vivere una certa situazione umana… o almeno ci speri, che ce ne sia uno, almeno uno, che sia perfetto per te;
2) la convinzione: che le neurodivergenze siano sempre esistite. Ed è proprio così. Mica sono nate adesso. Adesso, semmai, hanno un nome, si riconoscono meglio, eccetera. E dunque, se le persone autistiche o ADHD sono sempre esistite, deve essercene traccia anche nella Storia (con la maiuscola), e nelle storie (plurale), visto che la narrativa ritrae l’umanità.
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È giusto retrodiagnosticare i personaggi storici?
Ora: dovete sapere che questa pratica è molto dibattuta. Non è una cosa che si possa fare tanto a cuor leggero. Si viene guardati storto, come se ci si appropriasse indebitamente di qualcosa.
Io però, vi devo dire, più ci penso più mi convinco che non ci sia nulla di male.
Cerco in primis di spiegare perché sia controversa. Per quel che riguarda il retrodiagnosticare i personaggi storici, okay, è abbastanza ovvio: “Sono [stati] persone reali, complesse, e tu non le conoscevi; ti basi su poche conoscenze biografiche per dire, che so, che Leonardo fosse ADHD o Isaac Newton autistico, e questo è delicato quanto sparare una diagnosi analoga nei confronti del compagno di classe di tuo figlio o del tuo collega d’ufficio.”
Vero. Infatti, come dicevo, le retrodiagnosi sulle figure storiche sono giustamente quelle condotte con maggiore rigore scientifico, e di solito non vengono proposte come dati di fatto, ma con le cautele dei condizionali: “Potrebbe essere che.”
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“Non bisogna mettere in bocca agli autori del passato cose che non volevano dire!”
Le argomentazioni contro le diagnosi verso i protagonisti dei libri, invece, sono un po’ diverse. La più quotata è: “Non bisogna mettere in bocca agli autori del passato cose che non volevano dire! Jane Austen con Mr. Darcy mica voleva descrivere un autistico!”
Ma qui la risposta è: no, infatti, e chi mai vuole sostenere una cosa del genere?!
Certo che la Austen non voleva descrivere “un autistico”. Non sapeva nemmeno cosa volesse dire, “autistico”: è chiarissimo a tutti. La Austen voleva descrivere una persona. E… si dà il caso che, assemblando il carattere di quella persona attingendo alla propria osservazione dell’umanità (come tutti i romanzieri), abbia scelto dei tratti che oggi riconosciamo come potenzialmente neurodivergenti. Ma semplicemente perché già allora facevano parte del campionario, del cestino da cui poteva pescare.
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L’equazione è facile: la letteratura pesca dall’umanità; le neurodivergenze hanno sempre fatto parte dell’umanità; le neurodivergenze finiscono per essere ritratte anche dalla letteratura.
Senza “volerlo fare per forza”. Semplicemente perché sono sempre state lì.
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Anche i neurotipici leggono i romanzi cercandoci quello che interessa a loro
È questo che a volte ai denigratori sfugge. L’invito alla cautela è saggio – si sta pur sempre parlando di temi scientifici e importanti – ma a volte non si tratta solo di quello: guardi in controluce e ci vedi una matrice di prevenzione e pregiudizio. Chi si accanisce contro le retrodiagnosi talvolta purtroppo è mosso dalla convinzione che parlare di neurodivergenze sia una moda seccante, che i neurodivergenti cerchino di appropriarsi di tutto ciò che è umanamente interessante, che l’unico interesse dei neurodivergenti sia la neurodivergenza e che rileggano il passato con l’unico scopo di vederci quello che vogliono loro, non quello che la storia o gli autori volevano dire.
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Be’, scoop: anche i neurotipici leggono i romanzi cercandoci quello che interessa a loro. E sapete cosa? Non solo si può fare, non solo lo facciamo tutti, ma non è nemmeno un reato: è proprio così che funziona.
Esempio? Quando fai il tema in classe su Orgoglio e pregiudizio lo sai benissimo (e lo sa sia un neurotipico sia un neurodivergente) che ci sono cose fondamentali da rilevare sul contesto sociale e storico, la condizione della donna, lo stile e la tecnica di Jane Austen. Queste non le nega nessuno.
Ma mentre lo leggi per i fatti tuoi sei anche autorizzata a concentrarti sul tormento morale di Darcy, a empatizzare con l’anticonvenzionalità di Lizzie, o a fantasticare su quanto vorresti che il tizio che ti piace della III C ti beccasse da sola un giorno nel corridoio delle palestre e ti facesse una dichiarazione d’amore fulminante come quel musone là.
Ogni autore sa benissimo che, una volta pubblicata, la sua roba non è più sua
Siete tu e il libro, e tu puoi farci quel cavolo che ti pare.
E scommetto dieci centimetri della mia già scarsa statura che Jane Austen dall’aldilà non solo non se la prende, ma se lo immaginava benissimo già mentre lo scriveva.
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Perché ogni autore, di oggi come di ieri, sa benissimo che, una volta pubblicata, la sua roba non è più sua.
E anche se non gli andasse bene, anche se fosse uno di quei tignosi che «iiio ho detto così e non voglio che nessuuuno ci veda un cosà o un cosù»… eeeh: pazienza. Ci spiace, amico. Non funziona così, neanche se ti arrabbi. (Qui ci vorrebbe un’emoji che allarga i braccini e ride, ma immagino che l’autore tignoso del passato non solo la troverebbe simpatica, ma nemmeno capirebbe cosa sia un’emoji).
Il lettore ha dei diritti e dei poteri sul libro. E il libro è lì apposta. Perché, se il libro dovesse appartenere solo al suo autore, non avrebbe motivo di uscire dal suo cassetto.
Per questa ragione, a me, se una ragazzina ADHD trova che Anna dai capelli rossi sia come lei e per questo divora i suoi libri ancora più volentieri, mica sembra un male. Può vederci quello che vuole. Come tutti.
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Che poi magari per lei vuole anche dire una cosa grandiosa in più: «Se io sono come quel personaggio, e quel personaggio è finito a fare addirittura il protagonista in un libro, forse vuol dire che sono anch’io una persona interessante, non solo una che si sente sempre fuori posto».
E questa, per come la vedo io, è una visione potentissima. Una delle cose migliori che un libro possa fare per una persona. Neurodivergente e non.
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Da Mr. Darcy a Pippi Calzelunghe, le probabili neurodivergenze dei personaggi dei libri
E quindi, senza nessun oltraggio, eccovi una carrellatina dei personaggi letterari più cari alle persone neurodivergenti e il perché:
– Mr. Darcy: abbiamo già detto, tratti autistici per la schiettezza che sembra arroganza, la difficoltà nel fare small talk, il modo in cui si incaponisce su ciò che ritiene giusto, ossia prima su “Le Sorelle Bennet Sono Il Male E Vanno Evitate A Tutti I Costi” e poi, cambiando idea, sull’opposto;
– Anna dai capelli rossi: iperattiva, logorroica, piena di interessi speciali, passioni forti e impulsività: ADHD;
– Sherlock Holmes: iperlogico ma lontano dai codici del tatto e della comunicazione dell’empatia: autistico ad alto funzionamento;
– Pippi Calzelunghe: anarchica, non ingabbiabile, fantasia sbrigliata, velocità di reazione altissima a tutti gli imprevisti: ADHD;
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– Winnie Pooh e compagni: girano letture (molto brillanti) in cui a ogni personaggio è associata una condizione specifica (Tigro ADHD, Ih-Oh depressione, Pimpi ansia…) ed è sorprendente come quadrino bene;
– Holden Caulfield: ansia e depressione; poi, se vogliamo, il forte senso della giustizia, il linguaggio ripetitivo e il rifiuto delle convenzioni sociali potrebbero anche essere tratti autistici, la disattenzione e l’essere continuamente cacciato da scuola non stonerebbero con l’ADHD.
Sono CERTISSIMA che ne trovate altri… È che ‘sto articolo non può arrivare al chilometro, quindi io mi fermo qui. Anche per ché devo andare a ripassare per un laboratorio con dei bambini. Vado a rileggere Tom Sawyer. E chissà che anche lui…
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L’AUTRICE E IL NUOVO ROMANZO – La scrittrice Alice Basso è nata nel 1979 a Milano. Lavora per diverse case editrici, e vive in un ridente borgo medievale fuori Torino.
Con Garzanti ha esordito con le avventure della ghostwriter Vani Sarca (L’imprevedibile piano della scrittrice senza nome, Scrivere è un mestiere pericoloso, Non ditelo allo scrittore, La scrittrice del mistero e Un caso speciale per la ghostwriter); nel 2020 è poi uscito Il morso della vipera, il primo capitolo di una nuova serie, ambientata nell’Italia degli anni ’30, con protagonista il personaggio di Anita; nel 2021 è stata la volta de Il grido della rosa e nel 2022 è poi stata pubblicata una nuova avventura della stessa serie, Una stella senza luce; nel 2023 è arrivato in libreria Le aquile della notte, con un ritorno di Anita e degli anni ’30. La serie si è quindi chiusa con Una festa in nero.
Nel 2025 ha inaugurato una nuova serie con il libro Le ventisette sveglie di Atena Ferraris, con una nuova protagonista, Atena Ferraris (neurodivergente, nello specifico AuDHD, cioè autistica e ADHD), A cui ha fatto seguito, a inizio 2026, Le ottanta domande di Atena Ferraris.
Nel 2024, l’autrice (anche collaboratrice del nostro sito – qui le sue autoironiche riflessioni) ha debuttato nel mondo della narrativa per ragazzi con I fratelli difendieroi (sempre proposto da Garzanti). E da poco è arrivato in libreria il secondo volume del progetto nato per avvicinare i giovani alla lettura, Il castello delle sfide (sempre edito da Garzanti).
Tra le ultime novità che riguardano Alice Basso, l’uscita degli audiolibri di Le ottanta domande di Atena Ferraris e di Il castello delle sfide.
Qui tutti i suoi articoli per il nostro sito.
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