Dalla poesia di Federico García Lorca ai testi della tradizione giudaico-cristiana, passando per Jalāl al-Dīn Rūmī, Carl Gustav Jung e tanti grandi autori della letteratura europea e americana, l’universo musicale dell’indimenticabile cantautore (e scrittore) canadese Leonard Cohen, nato nel 1934 a Montréal e scomparso ormai dieci anni fa, è costellato di richiami e suggestioni letterarie. Lo (ri)scopriamo in questo viaggio tra i versi delle sue canzoni, per osservare fino a che punto i libri abbiano dialogato con gli aneliti, i desideri e le fragilità raccontate da una delle voci più significative del folk novecentesco, che ha ispirato artisti del calibro di Fabrizio De André, Lou Reed, Nick Drake, Tom Waits, Nick Cave e tanti altri…
È il 1950 e al civico 599 di Belmont Avenue, nel quartiere collinare di Westmount, a Montréal, un quindicenne si imbatte in un libro che sta per cambiargli la vita. La folgorazione arriva con una strofa che recita:
Per l’arco di Elvira
voglio vederti passare,
per sentire le tue cosce
e mettermi a piangere.
L’autore dei versi è il poeta e drammaturgo spagnolo Federico García Lorca (1898-1936) – e il quindicenne che lo ha appena scoperto è nientemeno che Leonard Cohen (1934-2016).
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Nel poemetto, intitolato Gazzella del Mercato del Mattino e tratto dal volume postumo Divano del Tamarit (Passigli, traduzione di Arianna Fiore), il giovane canadese di origini lituano-polacche intravede una ferinità che lo colpisce, tra il voluttuoso e il viscerale, e che lo spinge a chiedersi se un giorno sarà altrettanto capace di parlare di amore e lacerazione.
Quando Leonard Cohen si avvicina alla scrittura
Nel dubbio, ci prova.
Si avvicina alla scrittura stringendo per caso un fecondo sodalizio con l’autore canadese Irving Layton (1912-2006), che lo aiuterà a pubblicare la sua prima silloge alla McGill University e a cui Cohen dedicherà la traccia Go No More A-Roving nel 2004 (che prende le mosse da un omonimo componimento di George Byron), e intanto imbraccia per la prima volta anche una chitarra.
Nel corso degli anni, la vita lo porterà ad affermarsi più come cantautore che come scrittore, ma la sua carriera parte in realtà da questo periodo della giovinezza in cui nel suo orizzonte creativo fioccano per lo più poesie e racconti – quando non i brani che suona con il piccolo gruppo folk dei Buckskin Boys fondato da ragazzo, e che un po’ alla volta cederanno il passo a una sensibilità sempre più essenziale e al tempo stesso contaminata…
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Tra i misteri del sacro e la morsa del profano
La bellezza sanguigna e spirituale delle canzoni di Leonard Cohen è infatti legata a doppio filo alle parole della letteratura, e lo rimarrà lungo tutta la sua fortunata e popolarissima attività musicale.
Uno degli esempi più evidenti, probabilmente, è rappresentato dall’influenza che ha sui suoi testi la tradizione giudaico-cristiana. Cohen proviene del resto da una famiglia ebrea ortodossa, e suo nonno materno era l’insigne studioso talmudico Solomon Klonitsky-Kline (1869-1958): non stupisce, quindi, che le immagini, le storie e i personaggi della sua formazione religiosa confluiscano spesso nei brani che compone, aiutandolo a esplorare l’ancestrale dicotomia fra il sacro e il profano.

Leonard Cohen (Getty Editorial)
Pensiamo a Suzanne (1967), Story of Isaac (1969), Last Year’s Man (1971), The Future (1992), Amen (2012) e You Want It Darker (2016), ma soprattutto a un brano morbido e minimalista come The Land of Plenty del 2001 – che, come affermano Brunetto Salvarani e Odoardo Semellini ne Il vangelo secondo Leonard Cohen (Claudiana), suona come “un’autentica, commossa, dolorosa preghiera” – e a Hallelujah del 1984, forse uno dei suoi singoli più conosciuti e amati di tutti i tempi, grazie anche alle innumerevoli cover registrate da artisti come John Cale, Jeff Buckley e Rufus Wainwright, per citare giusto alcuni dei più noti.
Un valzer rock complesso e dai toni tormentati, che si serve dei rimandi all’Antico Testamento per evidenziare le contraddizioni e le “crepe” da cui entra la luce dei rapporti umani.
C’è il pastore Davide, in particolare, lo straordinario musicista ritenuto autore di molti Salmi e che si serve del suo dono per creare un ponte con il divino; lo stesso Davide che, una volta re, cede alla tentazione terrena sbirciando dal tetto la bellissima Betsabea, simbolo della caduta dell’uomo di fede davanti al desiderio carnale.
E c’è Sansone, l’eroe tradito da Dalila, che, privato da quest’ultima dei capelli e della forza sovrumana a loro associata, diventa un simbolo della sottomissione emotiva e della vulnerabilità all’interno di una relazione. Il tutto all’insegna di un inno che non assomiglia più a un canto di gioia verso Dio, ma al roco mormorio con cui non possiamo che prendere atto di ogni nostra fragilità.
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Un misticismo che torna sempre al corpo
Ma dire misticismo, se guardiamo a Leonard Cohen, non equivale solo a dire testi sacri.
Innanzitutto perché la sua indole curiosa e la sua mentalità aperta lo portano a confrontarsi in parallelo con altre forme di sacralità, come testimoniano il suo avvicinamento all’induismo Advaita Vedānta e la sua decisione di vivere dal 1993 al 1999 in un monastero buddhista a Mount Baldy, sulle colline di Los Angeles.
E in secondo luogo perché, nelle sue canzoni, sono parecchi anche gli echi della trascendenza cara a poeti quali Walt Whitman (1819-1882) e William Butler Yeats (1865-1939), che in verità si intreccia spesso con temi di carattere più esistenziale e sensoriale, come accade pure nei testi di altri tre suoi modelli letterari: Thomas Stearns Eliot (1888-1965), Dylan Thomas (1914-1953) e Allen Ginsberg (1926-1997).
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Fin dai suoi primi esperimenti compositivi, si può rintracciare in Leonard Cohen una tensione analoga, nata forse dalla precoce consapevolezza di non sapere né volere rinunciare al piacere: c’è qualcosa che lo attira verso una dimensione più alta della vita, eppure una forza uguale e contraria lo trascina verso il corpo femminile, come forse intuisce per la prima volta in maniera inesorabile sull’isoletta greca di Hydra, nel golfo Saronico.
Qui, all’inizio degli anni ’60, si trasferisce in cerca di raccoglimento, pubblicando di lì a poco alcuni dei suoi libri più famosi: le raccolte poetiche Le spezie della terra (minimum fax, traduzione di Giancarlo De Cataldo e Damiano Abeni) e Flowers for Hitler, e i romanzi Il gioco preferito e Beautiful losers (editi entrambi da minimum fax, nella traduzione di Chiara Vatteroni e Francesca Lamioni), considerato ancora oggi uno dei capolavori del Rinascimento Canadese.
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Eppure, sempre durante il suo soggiorno bohémien sull’isola, Leonard Cohen ha un’intensa relazione con la norvegese Marianne Ihlen (della quale parla nell’agrodolce So long, Marianne, nella ruvida ballata Bird on the Wire e in vari altri pezzi di cui sarà lei la musa): certo, si tratta di un legame dai contorni quasi platonici, come ricostruisce nel dettaglio Maxence Fermine in Dance me to the end of love (AnimaMundi Edizioni, traduzione di Roberta Castoldi), e tuttavia contribuisce a rendere le donne una colonna portante della sua vita.
Da una parte, quindi, la severa educazione che gli è stata impartita lo spinge a sentirsi in colpa per le sue pulsioni, mentre il suo bisogno di compenetrazione lo convince, dall’altra parte, a sublimare il contatto fisico e a impreziosirlo di significati, anche e specialmente mediante la musica.
Proprio come dimostra la copertina dell’album New Skin for the Old Ceremony del 1974, che raffigura la scena di un trattato alchemico del XIII secolo intitolato Rosarium philosophorum, ripreso nel ‘900 dallo psicanalista Carl Gustav Jung (1875-1961) nel saggio La psicologia del transfert (il Saggiatore-Garzanti, traduzione di Silvano Daniele) per descrivere l’unione degli opposti psichici.

La copertina dell’album New Skin for the Old Ceremony (1974)
Leonard Cohen, cantore della soglia
Se però allarghiamo lo sguardo ad altri tipi di riferimenti letterari disseminati nelle canzoni di Leonard Cohen, noteremo qua e là anche una diversa forma di inquietudine latente: quella di chi è costretto a lasciarsi qualcosa alle spalle, o a proseguire un viaggio di cui non conosce la destinazione.
È il caso di una sofisticata canzone synth-pop come Alexandra Leaving (2001), ispirata alla poesia Il dio abbandona Antonio del poeta greco Konstantinos Kavafis (1863-1933), nella quale gli ultimi momenti condivisi da Marco Antonio e Cleopatra ad Alessandria d’Egitto inducono il cantautore a trasformare la città nella figura di Alexandra, una donna che si allontana portando con sé un’intera stagione della vita, e interpretando la separazione come un rito doloroso ma necessario.
Come pure dell’ipnotica A Thousand Kisses Deep (2001), in cui Leonard Cohen recupera alcuni versi del componimento Sostando presso un bosco in una sera innevata di Robert Frost (1874-1963), destinando una malinconica meditazione al ciclo della vita fatto di effimeri successi e inevitabili cadute, che non possiamo che affrontare trovando rifugio nell’amore.
La stessa strada che, secoli addietro, sembravano indicare alcuni illustri poeti persiani come Jalāl al-Dīn Rūmī (1207-1273) e Farid al-Din ‘Attar (1145-1221), le cui suggestioni attraversano alcuni pezzi dell’album Recent Songs (1979), tra cui il solenne The Guests, reso unico dal suo trascinante violino tzigano, e il fluttuante The Window, nei quali l’incontro con l’Altro e perfino la sofferenza sono visti come strumenti di elevazione, non potendo essere schivati nemmeno dal più distaccato degli asceti.
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Verso un ritorno alle origini
E poi, naturalmente, c’è García Lorca.
L’unico per il quale Leonard Cohen continua a provare un’ammirazione tale da decidere di chiamare Lorca la figlia nata nel 1974 dalla relazione con l’artista Suzanne Elrod (da cui aveva già avuto anche Adam, diventato a sua volta un cantautore), e di consacrare intanto “mesi di lavoro, forse anni e un esaurimento nervoso” alla traduzione linguistica e sonora di un testo altrui.
Ci riferiamo al Piccolo valzer viennese, che nell’album I’m Your Man del 1988 diventa Take This Waltz – e che mescola numerosi elementi surreali, eleganti e spettrali della capitale austriaca al disincanto di chi è intrappolato fra ciò che si ostina a desiderare e ciò che sa di non poter più tenere fra le dita.
Sempre da Lorca, peraltro, il cantautore canadese si sentirà chiamare per una delle sue ultime fatiche, ovvero il libero adattamento di una delle sue poesie più apprezzate: La sposa infedele, inserita nella silloge Romancero gitano (Passigli, traduzione di Valerio Nardoni) e trasfigurata dopo decenni di tentativi nella canzone The Night of Santiago, che con le sue sonorità ispaniche e flamenco sarebbe uscita postuma nel 2019.
Una storia passionale, consumata sulle rive di un fiume, nella quale ci viene raccontata l’unione di due corpi e la complicità della seduzione che li circonda, ambigua fino all’ultimo nei suoi risvolti passati, presenti e futuri. E che sarebbe impossibile ascoltare senza pensare d’istinto a quell’arco di Elvira di tanti anni prima, e a un toccante cerchio che si chiude.
Perché, dopo aver scandagliato per una vita la dualità dell’esistenza senza venirne a capo, è alle parole del suo primo maestro che Leonard Cohen attinge ancora una volta con stupore, a un passo dalla fine e quando è ormai all’acme della celebrità, ritrovando intatta l’esaltazione giovanile che gli avrebbe permesso per decenni di trasformare la sua irrequietezza in un immortale gioco di chiaroscuri semantici, dolci come una ferita e inestimabili come un malandato impermeabile blu…
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Fotografia header: Leonard Cohen (GettyEditorial, 19-07-2026)