Con “Sangue color della luna”, Andrea Morstabilini prende la metafora del “mostro” come diverso e la supera. Il suo mostro è un vampiro che scopre nello stesso momento la sua sessualità e il colore del suo sangue: rosa, il “correlativo oggettivo della sua diversità”. Partendo da riferimenti culturali legati all’immaginario queer, in particolare “Intervista col vampiro”, l’autore riflette sul ruolo del “mostro”: “Anche se chi cerca di farci star zitti c’è sempre, conosciamo la nostra voce e abbiamo imparato a usarla. I mostri sono usciti dall’armadio e quello che prima era allusione, enigma e cifrario è diventato dichiarazione”
Qualche anno fa, su questa stessa rivista, ho raccontato la storia di un’epifania. Faceva così: avevo undici anni quando ho letto Intervista col vampiro per la prima volta, e quel libro ha cambiato la mia traiettoria di lettore e di scrittore. Non è troppo retorico dire che mi ha cambiato la vita. Quello che, qualche anno fa, non ho raccontato – per riserbo? per pavidità? – è che quel libro non fu solo un’epifania, ma anche una conferma di qualcosa che sapevo già, anche se confusamente. Leggevo di Louis, Lestat e Armand e dovevo ammetterlo a me stesso come fino a quel momento avevo cercato di non fare: mi piacevano i ragazzi.
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Orrore e omosessualità, diversità, queerness
Orrore e omosessualità, diversità, queerness, sono sempre andati di pari passo: dalle pulsioni trasformative dei licantropi alla sessualità eretica delle streghe al sabba, dal bacio del vampiro ai laboratori pazzi dove i mostri vengono costruiti pezzo a pezzo, da Irena Dubrovna nel Bacio della pantera a Jesse Walsh in Nightmare 2 – La rivincita, il mostro è sempre stato metafora, e fra le tante possibili, metafora dei diversi e dei reietti, degli abbandonati, degli spinti ai margini, e così da metafora è diventato manto per chi ai margini ci viveva davvero, icona (camp e non), simbolo ribaltato di orgoglio e di speranza: torneremo a ballare il Time Warp, ancora e ancora.
In Nostalgia dell’orrore – uno dei saggi più intelligenti scritti sul tema negli ultimi anni, fuori e dentro l’Italia – Marco Malvestio scrive:
Le figure di alterità rappresentate nell’horror e nel gotico, le figure marginali che […] pattugliano i confini del possibile, devono i loro tratti mostruosi e disumani alle trasgressioni della norma che operano, ed è anzi proprio il fatto di trasgredire a renderle mostruose. Allo stesso tempo queste trasgressioni sono contestazioni dell’ordine costituito, che nascondono un implicito desiderio […] di vederlo disintegrato.
Devo a Marco anche di avermi introdotto a Carla Freccero e alla sua teoria della spettralità queer, che significa fare un’esperienza medianica, aprire un canale di comunicazione con chi è stato spazzato via dalla storiografia ufficiale, “ascoltare voci che ‘avrebbero potuto’ parlare”.
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Penso allora a queste voci, a questi spettri. Penso a chi abbiamo perso, alle epidemie note e a quelle silenziose. Penso agli amori che non osano pronunciare il proprio nome.
Penso agli sguardi che si vergognano ma insistono lo stesso, agli abbracci di qualche secondo troppo lunghi, penso a tutte le parole che abbiamo detto per non dirne altre, alle lingue inventate che avrebbero dovuto proteggerci, ai mostri che abbiamo adottato perché ci facevano sentire meno soli e forse forti, forse pericolosi: lasciateci in pace, girate alla larga, abbiamo i denti lunghi, mordiamo.
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Basta allegorie, basta metafore
Oggi, però, anche se chi cerca di farci star zitti c’è sempre, conosciamo la nostra voce e abbiamo imparato a usarla. I mostri sono usciti dall’armadio e quello che prima era allusione, enigma e cifrario è diventato dichiarazione. Il sottotesto è diventato testo, e il film più bello del 2026 non è l’anodina Odissea di Christopher Nolan ma Camp Miasma – Adolescenza, sesso e morte di Jane Schoenbrun, che parla di desiderio e di codici segreti dell’orrore per farli detonare dall’interno.
Oggi, oltre a Schoenbrun, abbiamo Jennifer Kent e Queens of the Dead di Tina Romero, abbiamo Adrian Chiarella e il suo Leviticus (ancora non arrivato in Italia, però), e abbiamo la serie tv di Intervista col Vampiro (AMC, qui da noi la si vede su Netflix), che non è solo uno degli adattamenti più intelligenti mai visti, ma anche un sogno sognato dal me adolescente, che non avrebbe mai sperato di vederlo realizzato: basta allegorie, basta metafore, we’re here, we’re queer, get used to it.
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Sangue color della luna
È questo movimento – dal simbolo all’affermazione, dal nascondiglio alla ribalta, dal rifiuto all’accettazione alla costruzione di una famiglia nuova, tutta da inventare – che ho cercato di riprodurre in Sangue color della luna.
Ambrose e Agata sono vampiri a cui non piace essere chiamati vampiri, avanzi di un mondo che li ha messi all’angolo, detriti dopo la fiumana. All’inizio del romanzo, Ambrose racconta una doppia scoperta: ancora bambino, scopre i contorni della sua sessualità e, nello stesso momento, il colore del suo sangue, che è rosa, non rosso, il correlativo oggettivo della sua diversità:
Allora avevo capito di essere diverso, e presto avrei scoperto che anche il mio cervello funzionava in modo differente: mi piacevano i cimiteri, non i parchi giochi. Le giostre mi facevano vomitare, l’eroismo non aveva sapore. Temevo che la mia felicità fosse velenosa per gli altri, per quelli a cui volevo bene. L’equilibrio era precario, il mondo un libro di segni che sapevo interpretare alla perfezione: tutti predicevano sventura.
Se avete mai visto un ragno che cerca di imprigionare un calabrone nella tela, sapete che cosa significa abitare nella mia testa. Io sono il calabrone, e il ragno che lo avvolge.
È un credo, un manifesto per chiunque abbia mai preferito a Edward mani di forbice a Die Hard, ma anche una richiesta di aiuto.
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Ambrose rifiuta la sua identità per paura e per paura del dolore, spera in un paradiso in cui essere felice e quando capisce che il paradiso non c’è, forse non c’è mai stato, cerca conforto in una scienza medica che non sa che farsene di lui, di un corpo come il suo, se non farlo a pezzi per studiarlo. Alla fine capirà che l’aiuto di cui è in cerca viene da chi ha il sangue rosa come il suo, dalla sua comunità, ma soprattutto viene da dentro.
Non solo un processo di accettazione
È un processo di accettazione, sì, ma anche di guarigione, e forse non c’è differenza. Per questo il sangue dei miei vampiri è di segno opposto a quello della tradizione, da Dracula ai vampiri di Stephen King: non infetta, ma cura; non uccide, ma dona vita.
Perché, adesso, siamo noi a raccontare la nostra storia.
La nostra voce è forte e chiara, e non abbiamo più paura.
©Andrea Morstabilini

L’AUTORE E IL LIBRO – Andrea Morstabilini, scrittore, editor e traduttore classe ’83, ha esordito nella narrativa con il romanzo Il demone meridiano (2016), edito da Il Saggiatore, per cui ha anche curato e tradotto l’edizione italiana di Le montagne della follia di H.P. Lovecraft. Sempre con la casa editrice milanese ha pubblicato anche Aldilà, il suo secondo libro.
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Sangue color della luna, edito da Sellerio, è il suo ultimo lavoro. Morstabilini porta nel villaggio tedesco di Frankenstein, dove vivono quattro creature che attraversano l’Europa e il mondo contemporaneo “come se vivessero ancora in un secolo passato“, all’insegna di un romanticismo “che è al tempo stesso trappola, rifugio e slancio verso il futuro”. Questo piccolo clan condivide una particolarità: hanno il sangue rosa, un sangue capace di guarire gli altri. Ma, nonostante questa capacità, sono costretti a vivere ai margini, perché considerati diversi, disumani.
Il più giovane di loro, Ambrose, è attratto da uno studioso che promette di salvarlo dalla sua condizione, e dalle minacce che comporta: sono dei vampiri, e vanno sterminati. Ma ecco che una figura d’eccezione entra nella storia a confortarli: si tratta di Ludwig, Ludovico II di Baviera, il “re delle fiabe e della Luna” e inventore di castelli visionari, che li accoglie nella sua dimora che sfida ogni verosimiglianza.
Letteratura gotica, mitologia, poesia, scienza e satira “concorrono a dare vita a qualcosa di nuovo”, in una storia “perturbante” i cui protagonisti, esseri marginali, scelgono il proprio giorno del giudizio e si liberano dagli ultimi vincoli, costruendo “un paradiso in Terra”.
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Fotografia header: Andrea Morstabilini nella foto di © Agnieszka Mruk