Il fenomeno dei libri “feel good” provenienti dal Giappone, quei libri che nascono con lo scopo (anche) di far stare bene chi li legge, negli ultimi anni è stato al centro di un vero e proprio boom. Ci siamo interrogati sulle sue origini, sulla sua diffusione e sul perché un’ampia parte del pubblico ami farsi “consolare” da letture provenienti dall’altra parte del mondo. Con l’aiuto di alcune addette ai lavori (editor e traduttrici), abbiamo ripercorso le tappe del fenomeno che ha travolto lettrici e lettori, e le innovazioni positive che ha portato: dal rinnovamento nell’ambito dei rapporti tra le case editrici italiane e giapponesi, al cambio di percezione nei confronti della narrativa proveniente dal Paese del Sol Levante (“fino a una ventina di anni fa, questa letteratura era spesso vista come cupa e malinconica, poi c’è stato un cambiamento”). Quella a cui stiamo assistendo è una generale apertura alla cultura nipponica, e la speranza è che, anche grazie a questi libri, si crei un “ponte culturale”

Da diversi anni si è diffuso il termine feel good in riferimento a un certo tipo di letteratura giapponese tradotta in Italia. Altri modi per descrivere questo tipo di libri sono “romanzi da caffè”, “libri coccola“, “libri che fanno stare bene“. Questi termini designano un tipo di letteratura di largo consumo, che ha creato quasi un genere narrativo a parte (qui una selezione delle uscite più significative).

Libri che sì, hanno sempre frequentato gli scaffali delle nostre librerie, ma che raramente, prima di 5-6 anni a questa parte, provenivano da paesi come quelli orientali.

Il fenomeno non è certo passato inosservato: si è scritto e parlato tanto al riguardo. Ma se abbiamo presente a cosa facciamo riferimento, ci siamo chiesti da dove sia partito il tutto? E come abbia fatto a funzionare così bene? A stregare così tante lettrici e lettori?

Quest’articolo prova a fare proprio questo, cercando di delineare il contesto in cui il trend è sbocciato, in cosa consiste e in quale direzione sembra stare andando.

Per farlo, ci siamo avvalsi dell’aiuto di alcune addette ai lavori (editor e traduttrici), con cui abbiamo provato a ragionare sul tema.

Indice

I libri che fanno stare bene

Di cosa parliamo quando ci riferiamo ai “libri che fanno stare bene“? Si tratta di romanzi che rispondono al desiderio di leggerezza e di evasione di lettrici e lettori. Sono testi che riflettono il desiderio di rallentare, di esorcizzare la quotidianità e di ripensare il proprio tempo, tutto questo in un contesto “lontano”: quello giapponese.

Questi libri hanno spesso al centro temi universali come l’amore, il lutto, il destino, la famiglia, la solitudine, la ricerca di equilibrio: i protagonisti sono sempre sul punto di svolta, chiamati ad affrontare una sfida, o a ripensare al proprio passato.

Libreria giapponese, libri giapponesi che fanno stare bene

Uno scorcio di Kanda Jimbocho, il quartiere di Tokyo famoso per le sue librerie

Ma se i temi sono universali, non si pensi che la presenza del Giappone passi in secondo piano: ciò che lega queste opere al loro luogo d’origine è la presenza di elementi appartenenti alla cultura nipponica, come la cucina, le feste nazionali, e le tradizioni popolari.

Per lo iamatologo Giorgio Amitrano – docente presso L’Università degli Studi di Napoli L’Orientale e traduttore, tra gli altri, di Banana Yoshimoto e Haruki Murakami – intervistato da Elle, “da un lato c’è una componente consolatoria: (questi libri, ndr) gratificano il lettore dandogli l’idea che sia possibile guarire le emozioni tristi con facilità. Dall’altro, lo stile di vita giapponese attrae sempre più: in passato era solo una suggestione esotica, ma oggi gli italiani viaggiano, conoscono il Paese anche tramite film […] e anime…”.

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Un piccolo passo indietro: la narrativa giapponese in Italia

Ma in quale contesto fanno la loro comparsa i romanzi “feel good” nipponici? Come si era comportata, fino alla loro uscita, l’editoria italiana nei confronti del panorama narrativo giapponese?

Il primo arrivo significativo di opere in Italia si ebbe tra la fine degli anni ‘50 e l’inizio degli anni ‘60, quando cominciano a fare la loro comparsa autori come Kawabata Yasunari (primo premio Nobel giapponese nel 1968), Jun’ichirō Tanizaki (comparso in Italia molto in anticipo rispetto ad altri paesi) e Yukio Mishima (tra gli autori giapponesi più tradotti in Italia, con all’attivo almeno una quarantina di libri editi nel corso di mezzo secolo).

Questi scrittori facevano compagnia a testi che erano stati proposti già nei decenni precedenti, primo tra tutti il grande classico La storia di Genji della scrittrice Murasaki Shikibu, scritto nel XI secolo e da molti considerato il primo romanzo moderno. Il libro, oggi edito da Einaudi, fu portato per la prima volta in Italia nel 1935 dalla casa editrice Corbaccio, in una versione che proponeva alcuni capitoli dell’opera.

copertina di La storia di Genji, libri giapponesi

L’opera di Murasaki porta alla corte di Genji, “il principe splendente”, nel Giappone feudale. Ne seguiamo gli amori, l’arte la musica, la fortuna, ma anche le tragedie inaspettate. Dall’introduzione di Maria Teresa Orsi: “Il ‘Genji monogatari’ viene spesso indicato come il primo esempio di romanzo psicologico. Se simili attribuzioni suonano sempre alquanto arbitrarie, leggendolo non si può evitare di avvertire quanto si proceda in profondità nello scandagliare l’animo umano e come il quadro che ne deriva sembri spesso in sintonia con il modo di sentire di oggi”

Altro autore che ebbe poi una discreta fortuna da noi (fortuna che continua ancora oggi) è Dazai Osamu con il suo Il sole si spegne, presente nella collana di Feltrinelli Le comete, curata da Valerio Riva, che lo definì “il Gattopardo del Giappone”.

Ma è a partire dagli anni ’80 che l’interesse per il Paese si rafforzò e in Italia arrivarono prodotti giapponesi che interessavano vari media: cinema, manga, anime e, naturalmente, romanzi.

Gli anni ‘90 videro poi l’arrivo di nomi destinati a influenzare fortemente il mercato editoriale italiano, come Banana Yoshimoto e Haruki Murakami.

Yoshimoto debuttò in Italia nel 1991 con Kitchen, edito da Feltrinelli (che la cura tutt’ora), primo editore a pubblicare l’autrice al di fuori dell’Italia e primo titolo giapponese a diventare bestseller nel nostro Paese. Nel 1993 fu la volta di Tokyo Blues di Murakami, sempre edito da Feltrinelli (poi acquisito da Einaudi, che nel 2006 lo ristampò con il titolo Norwegian wood; da allora è la casa editrice torinese a pubblicare l’autore).

Il primo decennio degli anni 2000 vede confermato l’interesse per autori come Yoshimoto, Murakami, ma anche Mishima e Kawabata. Si affianca a questa letteratura anche una di genere con, ad esempio, i gialli, che già avevano fanno capolinea nel decennio precedente (ad esempio, nei Gialli Mondadori era uscito nel 1989 Come sabbia tra le dita di Seichō Matsumoto, il “Simenon giapponese”, oggi pubblicato da Adelphi).

Arrivano anche romanzi di genere horror, ad esempio con Suzuki Kōji, e la letteratura rosa, con Gridare amore dal centro del mondo di Kyōichi Katayama, edito da Salani nel 2001 e da cui sono stati tratti un film, una serie tv e un manga.

A partire dagli anni ’10 la narrativa giapponese contemporanea pubblicata in Italia diventa sempre più copiosa e sviluppa un rapporto più diretto con quella originale: compaiono, infatti, opere vincitrici di riconoscimenti come il Premio Akutagawa, pubblicate a breve distanza rispetto all’uscita in patria: è il caso dell’autrice Murata Sayaka, vincitrice del premio nel 2016, che viene pubblicata nel ’18 da e/o con La ragazza del convenience store, un libro sulle aspettative della società e della famiglia.

Si fanno sempre più spazio le distopie e i libri sulle questioni di genere (per quest’ultima si può citare Seni e uova di Mieko Kawakami, edito da e/o nel 2020).

In questi anni fioriscono anche nuove collane, come Asiasphere della casa editrice Atmosphere, Kimochi di Rizzoli e ancora Asia di add editore.

I numeri parlano chiaro: come si legge su La Lettura del 13 luglio 2025, in ambito editoriale il Giappone “non smette di esercitare un clamoroso fascino sull’Occidente, e sull’Italia in particolare. Se tra 2000 e 2017 uscivano in media all’anno quindici volumi di autori nipponici, nel 2022 i titoli erano sessantatré. Nel 2024, tra ristampe, vecchie glorie e nuove uscite, hanno sfiorato quota cento”.

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L’arrivo del “feel good” nipponico in Italia: il fenomeno Kawaguchi

Una volta delineato il contesto, possiamo adesso provare a tracciare una linea di demarcazione, un punto di partenza che ha aperto le porte alla diffusione del genere “feel good” (giapponese) in Italia. Per farlo, dobbiamo tornare al marzo del 2020, quando usciva per Garzanti un romanzo di poco meno di 200 pagine, capace di dare il via al fenomeno di cui stiamo parlando.

Si tratta di Finché il caffè è caldo (traduzione di Claudia Marseguerra) del giapponese Toshikazu Kawaguchi (che noi abbiamo intervistato nel 2021), un caso editoriale mondiale, capace di scalare le classifiche e di restare in vetta anche dopo anni dalla pubblicazione.

copertina di Finché il caffè è caldo, libri giapponesi che fanno stare bene

Nato come un’opera teatrale, il libro racconta di un piccola caffetteria di Tokyo che nasconde un segreto: bevendo il caffè servito nella locanda si può tornare nel passato. Ma ci sono delle regole da rispettare: la prima, e la più importante, è che bisogna tornare indietro prima che il caffè si freddi. Al libro sono seguiti altri quattro titoli: Basta un caffè per essere felici, Il primo caffè della giornata, Ci vediamo per un caffè, Quando il caffè è pronto 

A colpire l’attenzione è il momento in cui il libro è uscito, proprio allo scoppiare della pandemia. Ma quella che sarebbe potuta essere una partenza disastrosa, è riuscita, nella realtà dei fatti, a stupire tutti. Già nel luglio del 2020, a pochi mesi dalla pubblicazione, questi erano i termini con cui veniva descritto (sempre da La Lettura): “Piccole lezioni preziose che hanno conquistato oltre un milione di lettori, mostrando una strada possibile per trovare pace, consolazione. Per ricucire le proprie esistenze in una stagione dominata dall’angoscia e dall’incertezza come quella in cui stiamo vivendo oggi…”.

La caffetteria giapponese si è trovata al posto giusto nel momento giusto per conquistare i cuori di lettrici e lettori italiani? Si poteva prevedere un caso editoriale di questa portata? Lo abbiamo chiesto a Elisabetta Migliavada, direttrice della narrativa di Garzanti, che ci ha raccontato di alcuni retroscena: “Uno dei primi elementi che ha colto la nostra attenzione è stato quello del caffè e del legame che il lettore italiano poteva avere con questo luogo. Subito dopo è partita una valutazione sulla narrativa giapponese, che fino ad allora in Italia era arrivata con testi più letterari, sulla scia di autori come Banana Yoshimoto. Dunque, la veste più popolare di un romanzo giapponese ci ha incuriosito, anche perché gli italiani hanno una grande passione per il Giappone, per tutto quello che è la cultura, il modo di vivere”.

Il libro viene dunque acquisito tenendo a mente questi tre fattori – l’interesse per la cultura giapponese, l’elemento del caffè e, non da ultimo, una casa editrice che ha già alle spalle diversi titoli che seguono il genere (solo per fare un esempio, 20 anni prima era già uscito per Garzanti Chocolat della scrittrice francese Joanne Harris) – eppure nessuno può immaginarsi quello che succederà di lì a poco: la chiusura di tutte le librerie fisiche…

Cosa fare, a quel punto? “Dall’uscita di Finché il caffè è caldo, avvenuta il 12 marzo 2020, quindi una settimana dopo la chiusura delle librerie per la pandemia, il libro sembrava destinato a non avere chance”, racconta sempre la direttrice della narrativa Garzanti, e continua: “Quello che è successo in seguito è stato un po’ sorprendente: da parte nostra abbiamo comunque lavorato cercando di promuovere il libro online, l’unico canale aperto in quel momento. E, in effetti, Finché il caffè è caldo ha iniziato a vendere sulle principali librerie digitali. Lì abbiamo visto che stava andando particolarmente bene, forse anche per alcuni elementi della trama che lo rendevano adatto a quel particolare periodo: c’è molto la filosofia del carpe diem, ad esempio. In qualche modo ha ‘coccolato’ le persone nel momento in cui ne avevano più bisogno, riuscendone a intercettare il mood. Ma poi è stato grazie alle librerie indipendenti se il libro è decollato: i librai hanno capito che quello era il romanzo di cui i lettori avevano bisogno in quel momento”.

Un vero e proprio caso di passaparola, dunque, che ha fatto da apripista a un genere che, passati più di 6 anni, continua ad appassionare. Provando ad interrogarci sul perché questi temi siano così popolari, Migliavada sottolinea: “Evidentemente il libro ha scatenato nel pubblico un senso di empatia, che spesso chi legge chiede a chi scrive. Lettrici e lettori hanno amato molti aspetti del romanzo, e non solo quelli più rassicuranti, ma anche il modo in cui Kawaguchi racconta il dolore”.

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Nuovi rapporti tra case editrici italiane e giapponesi

Un aspetto interessante che è venuto fuori dalle conversazioni con le addette ai lavori è quello della comunicazione tra agenti ed editori fra Italia e Giappone. Non bisogna dimenticare, infatti, che parliamo di due mondi molto diversi, anche a livello editoriale. Per questo è stato utile conversare con Giulia Mignani, consulente editoriale presso la casa editrice Mondadori, che in passato è stata anche agente letteraria e che, per la casa editrice milanese, ha curato l’acquisizione e la pubblicazione (tra gli altri) di Il caffè della luna piena di Mai Mochizuki.

copertina di Il caffè della luna piena, libri giapponesi che fanno stare bene

Il libro (nella traduzione di Giuseppe Strippoli) narra di un caffè molto particolare, che compare nelle notti di luna piena per le vie di Kyoto: a gestirlo, infatti, sono un gatto tigrato, esperto di astrologia, e due felini, suoi aiutanti

Per Mignani, le case editrici italiane si sono rese presto conto della possibilità di “proporre una narrativa rassicurante e destinata al grande pubblico. Libri che confortano con storie di vita quotidiana, in ambientazioni suggestive. E infatti non è un caso se il fenomeno è cominciato proprio durante il periodo del Covid: i lettori avevano voglia di evadere, di cercare nuove ambientazioni e, soprattutto, di trovare un po’ di leggerezza”.

Bisognava dunque attrezzarsi di conseguenza: gli agenti hanno cominciato a recuperare titoli di catalogo giapponesi, diventando un elemento chiave per le case editrici per potersi “mettere in contatto con una realtà editoriale che funziona in maniera completamente diversa. Ad esempio, gli autori sono rappresentati da più case editrici, dunque c’è la difficoltà di doversi interfacciare con editori diversi, affiancata al fatto che questi autori sono molto prolifici, il che rende difficile per l’editore italiano riuscire a tenere le fila e comprare tutti i titoli”, spiega la consulente editoriale.

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Le agenzie europee, dunque, hanno cominciato ad attrezzarsi assumendo più persone che conoscessero la lingua, e anche quelle giapponesi si sono mosse per potersi lanciare nel mercato occidentale. Meccanismi, commenta sempre Mignani, “che sono andati costruendosi in maniera veloce e dinamica”.

copertine di libri giapponesi

Foto di Andrea Ferrara

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Un ponte tra due culture

A proposito di questi scambi tra le due culture, un ruolo importante è stato svolto da traduttrici e traduttori. Come emerso dalle interviste, il nostro Paese ha fatto in qualche modo da apripista per il genere, che poi successivamente si è diffuso nel resto d’Europa.

Anna Specchio – docente di Lingua e Letteratura giapponese all’Università di Torino e traduttrice per diversi marchi, tra cui Einaudi, e/o, Marsilio, Mondadori e altri – a tal proposito sottolinea: “Nel campo delle traduzioni, l’Italia è molto reattiva. Nel caso dei ‘feel good’ c’è stata un’intuizione felice, seguita da un’operazione editoriale che ha portato a ulteriori pubblicazioni affini; ma se l’Italia pullula di titoli giapponesi è anche grazie ai suggerimenti delle traduttrici e dei traduttori che collaborano con le case editrici. Un altro elemento distintivo del contesto italiano è infatti la presenza di traduttrici e traduttori che fanno scouting e propongono titoli, capendo quale romanzo possa adattarsi a un determinato marchio”.

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Dialogando con Gala Maria Follaco – docente e ricercatrice presso l’Università degli Studi di Napoli L’Orientale e traduttrice per diverse case editrici, tra cui Adelphi, Neri Pozza e Feltrinelli, per cui ha tradotto, tra gli altri, Banana Yoshimoto e Satoshi Yagisawa – è emerso un altro aspetto interessante riguardo al “ponte” che questa letteratura può creare, non solo tra gli addetti ai lavori, ma anche, più in generale, tra il pubblico italiano e il Giappone.

Il caso di I miei giorni alla libreria Morisaki

La professoressa Follaco ha tradotto I miei giorni alla libreria Morisaki di Satoshi Yagisawa (Feltrinelli), un romanzo con numerosi riferimenti a titoli giapponesi, molti dei quali sconosciuti o poco conosciuti dai lettori italiani. Il riscontro, d’altro canto, è stato molto positivo: “I riferimenti all’interno del libro avevano destato in me delle perplessità, che ho comunicato all’editore: vengono menzionati dei romanzi e degli autori che in Italia non sono tradotti, quindi sconosciuti alla maggior parte del nostro pubblico. E invece poi il libro ha avuto molto successo anche da noi, un successo che spero abbia generato interesse nei confronti della letteratura giapponese. Mi auguro, quindi, che grazie a questi libri possa crearsi un ponte culturale tra i due Paesi”.

copertina di I miei giorni alla libreria Morisaki, I miei giorni alla libreria Morisaki

A Jinbōchō, il famoso quartiere delle librerie di Tokyo, si trova anche la Morisaki, gestita dallo zio della protagonista, Satoru, che offre alla ragazza, che non esce di casa da quando è stata lasciata dal suo fidanzato, di trasferirsi al piano di sopra del negozio in cambio di qualche ora di lavoro. Takako non è una grande lettrice, ma si lascerà conquistare dalla libreria e dai suoi clienti

Ancora, la professoressa Follaco sottolinea un vero e proprio cambio di percezione nei confronti di questa letteratura: “Fino a, diciamo, una ventina di anni fa, la narrativa giapponese era spesso vista come qualcosa di cupo, di malinconico, di amaro. Cosa comprensibile, se si pensa che tra gli autori più popolari c’erano Murakami, Yoshimoto (che agli inizi era più ‘cupa’), Mishima e Dazai. Poi c’è stato un completo cambio di percezione, attraverso la pubblicazione dei romanzi Iyashi (il termine giapponese con cui si identificano i romanzi ‘feel good’, n.d.r). Sì, c’è sempre il rischio che il lettore medio identifichi tutta la letteratura giapponese in quello che è, in fondo, un filtro che non è rappresentativo, ma questo è un discorso che si può fare su qualsiasi letteratura importata”.

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Quale sarà il futuro dei libri che fanno stare bene?

Per tirare le somme, dunque, possiamo dire con una certa sicurezza che il genere “feel good” bazzicava le nostre librerie ben prima che arrivassero gattini, caffè e pasticcerie a colorarne gli scaffali. Ma sicuramente il mondo giapponese ha catturato l’attenzione del pubblico italiano.

Perché? Come mai ci si è rifugiati tra le parole di scrittrici e scrittori provenienti dall’altra parte del pianeta? Forse la spiegazione sta nella possibilità di leggere di temi molto complessi e soprattutto universali, come il lutto, la malattia, la solitudine, il dolore, in un’ottica di forte straniamento, ottenuta grazie agli elementi giapponesi presenti nelle trame che, se da una parte affascinano, dall’altra restituiscono un senso di “esoticità”. La possibilità di leggere di questi temi con un certo distacco permette di ottenere un senso di catarsi, di liberazione dal dolore, senza perdere la componente “leggera” che questa narrativa al tempo stesso offre.

copertine di libri libri che fanno stare bene

Alcuni titoli di libri che rientrano nel genere “feel good” ma che non provengono dal Giappone

Bisogna ricordare, però, che ciò che viene descritto in questi romanzi è solo un lato del Giappone che, come tutti i paesi, è attraversato da mille sfaccettature.

Una cosa è certa: come sottolineato da tutte le intervistate, attraverso il boom di questa letteratura si sono creati canali inediti di dialogo tra Italia e Giappone, che potranno essere usati per esplorare nuovi temi e nuovi generi narrativi.

Quanto al futuro del “feel good”, Elisabetta Migliavada è ottimista: “La letteratura d’evasione, lo dimostra il successo dei romance, rimane sempre molto apprezzata. Le lettrici e i lettori, e non solo quelli italiani, desiderano staccare dalla realtà e dalla quotidianità, anche perché ci troviamo in un periodo storico piuttosto oscuro, tra guerre e crisi economiche”.

Lo conferma anche la pubblicazione di diversi titoli che rientrano nella categoria, ma che provengono da paesi diversi (dal Nord Europa alla Corea del Sud, senza dimenticare l’Italia stessa).

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Cosa aspettarsi dalla narrativa giapponese?

Per quanto riguarda il Giappone, c’è ancora tanto, fortunatamente, da poter esplorare. Le traduttrici qui intervistate, ad esempio, hanno fatto notare uno spostamento di interesse da parte delle scrittrici e degli scrittori giapponesi (e degli agenti che poi propongono i titoli agli editori nostrani): accanto ai sempreverdi mystery, l’horror e il distopico si stanno facendo sempre più spazio nelle nostre librerie, arrivando anche in classifica (ne è un esempio il caso Uketsu, che con Strani disegni, edito da Einaudi Stile Libero e tradotto da Stefano Lo Cigno, è stato protagonista dell’estate 2025).

copertina di Strani disegni, libri giapponesi

In questo romanzo, solo una serie di immagini, da comporre e interpretare, permette di scoprire l’identità dell’assassino

Aggiunge a questo proposito Anna Specchio: “Se fino a ieri cercavamo letture rassicuranti, come mai ora l’horror sembra offrirci più conforto del ‘feel good’? Forse ciò che, da lettrici e lettori, ci spaventa davvero, sono i romanzi ancorati al reale, quelli che mettono di fronte all’instabilità del quotidiano, rivelandone fragilità e precarietà. In questo senso, l’horror risulta paradossalmente più ‘gestibile’”.

È all’orizzonte una reazione contraria ai “libri che fanno stare bene”? Da lettori (e appassionati o curiosi di letteratura giapponese) non ci resta che aspettare per capire quali sorprese ci riserverà il Paese del Sol Levante.

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nota: l’articolo nasce dalla tesi dell’autrice per il Master in editoria e giornalismo culturale della Università Sapienza di Roma.

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