Una risata, forse, vi disseppellirà… In questa sorta di decrescita infelice, ritratta con parossismo tagliente, ritmo vigilissimo e ribaltamento esilarante antirealistico eppur vero, l’umano è ridotto a essere, in assenza di tenerezza e prospettive: dal 24 al 29 marzo, al Teatro Studio Melato di Milano, “Orgasmo – Prosa dispiaciuta sulla fine del sesso” di Niccolò Fettarappa, regista dalla voce riconoscibile e ficcante…
Una risata, forse, vi disseppellirà. Se è vero, riecheggiando Marx e lavorando sul paradosso, che “una minaccia sessuale incombe sull’Europa”, un’Unione immaginaria e surrealmente realistica è quella concepita liberamente (con disillusione al limite del cinismo, e spinta all’insubordinazione) da Niccolò Fettarappa come ulteriore “apocalisse tascabile” (il suo titolo manifesto) del nostro quotidiano e politico.
Votata retoricamente alla gioia (come inno/tormentone insinua) e motivazionalmente fondata sulla resilienza piuttosto che sulla Resistenza, con dosi massicce di autoaiuto senza vie d’uscita e posizioni yoga del baratro come panacee fai-da-te, la de-scrive Fettarappa con visionario caustico intuito.
L’autore e regista, e attore, laureato su Adorno, classe 1996, lo fa mescolando con voce riconoscibile e ficcante in questo ultimo Orgasmo (sottotitolato: “Prosa dispiaciuta sulla fine del sesso”; edito da Luca Sossella editore, visto nel suo esordio sulla scena a ERT di Bologna, sarà a Milano a maggio – 21 e 22 – per il festival Indicativo Presente del Piccolo), che è una forma aliena di stand up d’autore, ostensione e corrosione dei cliché, disincantato ascolto del vuoto che ci attraversa e della frustrazione odierna, e anelito rivoluzionario ad abbattere quei confini spesso autoimposti (disco rotto e distopico). E chi è senza Pec, scagli la prima pietra.
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Nell’invenzione comica e parossistica di un presente interiore e sociale sempre più annichilito e spento, con una suadente Ursula al comando delle istituzioni (connesse, via botola nel materasso, alla camera da letto di ciascun cittadino (o al telefono, con una citazione forse involontaria del Gianfranco D’Angelo/Spadolini mellifluo al telefono con Regan che giunge direttamente dagli anni Ottanta del Drive In) e orsi sessualmente attivi e rapaci che premono alle porte (orsù, un’eco della fiaba buzzatiana?).
Il programma politico del Vecchio Continente (che pare ridotto a un cimitero di burocrazia e una promessa commerciale da call center), che si fa privatissimo (intimo), prevede che l’ultimo orgasmo avrà non-luogo nel 2030.
A farlo rispettare, uno zoologo, guardiano della morale e agente del Sistema, propiziatore spietato delle crisi di coppia, che è lo stesso Fettarappa, anche nel nome del personaggio. “Ce lo chiede l’Europa” è dunque qui un invito a rinunciare al piacere, alla dissipazione antieconomica del godimento, alla propulsione anarchica della jouissance che trascende ogni controllo, e l’ingiunzione a restarcene soli nel nostro stanzino/loculo di uno smart working istupidito, a lavorare a obiettivi tautologici quanto fantasmatici, con consolazioni in forma di abbonamento a ipotetici servizi Premium (di seduzione), auto abbracci motivazionali nell’imperativo a bastare a noi stessi, evasioni codificate, tristi e vane, incastrati come in dimore che paiono tombe imbellettate di design senza più luce, cripte/prigioni il cui altare è un “letto a forma di patibolo” (come ricorda in prima didascalia l’autore, nel testo meritoriamente pubblicato con una bella introduzione di Graziano Graziani, utile a ricostruire genesi e genealogia di una forma drammaturgica fra le più originali, vive ed eversive dei nostri tempi, che emerge da una scena teatrale romana frammentata ma non spenta).
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La scrittura di Fettarappa intercetta la traiettoria precipitante del desiderio che sembra il destino di un Occidente ridotto a una dimensione mercantile-lavorativa, che spegne ogni voglia e ideale (salvo che “l’Europa promette a tutti una seconda vita lavorativa”). Lo fa con un ritratto impietoso della caricatura che rischiamo di diventare (siamo diventati) e cogliendo un’esistenza votata a una etichetta del fare senza telos, in cui il godimento pare contentarsi del “micro coito della vita comoda”.
In questa sorta di decrescita infelice, ritratta con parossismo tagliente, ritmo vigilissimo e ribaltamento esilarante antirealistico eppur vero, l’umano è ridotto a essere, in assenza di tenerezza e prospettive, posseduto da oggetti che pronunciano a vanvera e a pappagallo promesse di benessere, diventa una creatura spenta, sepolta viva, che esercita relazioni vicarie o vampiresche (il giornalista, le dinamiche di coppia), di dominio burocratico/propagandistico (lo zoologo) o di illusione autarchica o ribelle (la promessa di bastare a se stessi non appare quasi mai credibile, l’altrove che sembra un deus ex machina che una reale alternativa).
Eppure il teatro di Fettarappa, mai tenero, ferino non solo nell’evocare gli orsi come potenziale mostruoso e liberatorio del selvaggio, ma nel praticare il comico nel suo potenziale aggressivo e sovversivo, apre brecce, come nelle scene finali, per una fuga o un rapimento, foss’anche solo quello del teatro (senza fare spoiler, l’immagine ultima mi ha ricordato la didascalia più stramba del teatro shakespeariano, contenuta nel Racconto d’inverno, e dedicata a un orso) che ci fa vedere luminescenze fuori dallo spazio claustrofobico dell’eurozona dell’anima.
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Orgasmo nella foto di Matilde Piazzi
Visto il 27 gennaio al Teatro Arena del Sole (dal 24 al 29 marzo al Teatro Studio Melato di Milano)
di Niccolò Fettarappa
con Gianni D’Addario, Niccolò Fettarappa, Lorenzo Guerrieri, Rebecca Sisti
regia Niccolò Fettarappa
aiuto regia Lorenzo Guerrieri
assistente alla regia Roberta Gabriele
disegno luci Tiziano Ruggia
costumi Elena Dal Pozzo
sound design Massimo Nardinocchi
scene costruite nel Laboratorio di Scenotecnica di ERT
responsabile del Laboratorio e capo costruttore Gioacchino Gramolini
costruttori Veronica Sbrancia e Tiziano Barone, Keolo Camara
scenografe decoratrici Martina Perrone, Alice Di Stefano, Sarah Menichini, Bianca Passanti, Noemi Ruth Biganzoli
logistica Achour Meradji
direttore di scena Claudio Bellagamba
elettricista Tiziano Ruggia/Omar Scala
tecnico audio Massimo Nardinocchi
sarta Carola Tesolin
produzione Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale, Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, Teatro di Roma – Teatro Nazionale, Agidi, Sardegna Teatro
Testo finalista al premio Pier Vittorio Tondelli / Riccione Teatro 2023