Torna in libreria Valentina D’Urbano, e in "Non aspettare la notte" ci porta a Roma in un’estate dei primi anni Novanta - Su ilLibraio.it un capitolo dal nuovo romanzo

Torna in libreria Valentina D’Urbano, scrittrice e illustratrice per l’infanzia romana classe ’85, con il romanzo Non aspettare la notte, sempre pubblicato da Longanesi, che ha già proposto l’esordio Il rumore dei tuoi passi, Acquanera (2013), Quella vita che ci manca (2014) e Alfredo (2015).

Nel nuovo libro D’Urbano abbandona le atmosfere della Fortezza, quartiere di periferia degradato e senza speranza, per narrare la storia dell’incontro speciale di due fragilità sullo sfondo di un assolato paesino in un’estate dei primi anni Novanta.

La trama ci porta nel giugno del 1994, quando Roma sta per affrontare un’altra estate di turisti e afa quando ad Angelica viene offerta una via di fuga: la grande villa in campagna di suo nonno, a Borgo Gallico. Lì potrà riposarsi dagli studi di giurisprudenza. E potrà continuare a nascondersi. Perché a soli vent’anni Angelica è segnata dalla vita non soltanto nell’animo ma anche su tutto il corpo. Dopo l’incidente d’auto in cui sua madre è morta, Angelica infatti, pur essendo bellissima, è coperta da cicatrici. Per questo indossa sempre abiti lunghi e un cappello a tesa larga. Ma nessuno può nascondersi per sempre.

A scoprirla sarà Tommaso, un ragazzo di Borgo Gallico che la incrocia per caso e che non riesce più a dimenticarla. Anche se non la può vedere bene, perché Tommaso ha una malattia degenerativa agli occhi e i momenti di buio sono sempre più frequenti rispetto a quelli di luce. Ma non importa, perché Tommaso ha una Polaroid, con cui può immortalare anche le cose che sul momento non vede, così da poterle riguardare quando recupera la vista. In quelle foto Angelica è bellissima, senza cicatrici, e Tommaso se ne innamora. E con il suo amore e la sua allegria la coinvolge, nonostante le ritrosie. Ma proprio quando sembra che sia possibile non aspettare la notte, la notte li travolge…

Su ilLibraio.it un capitolo, pubblicato per gentile concessione dell’editore

«Angelica, se non scendi mi butto in piscina!»

«E buttati, ma sai che me ne frega!»

«Guarda che lo faccio eh? Io quando dico una cosa poi la faccio sempre!»

«Bravo, fallo!»

«Allora mi butto eh? Io mi butto, hai capito? E non so manco nuotare!»

Angelica sbuffò. Ma figurati se si tuffa davvero.

Ci fu un istante di silenzio denso, quel tipo di assenza cheprecede di un attimo i temporali. E subito dopo ci fu il rumoredell’acqua, ma non era pioggia, no, era acqua che si apriva e tornavaa richiudersi, acqua che traboccava.

Tommaso si era veramente buttato in piscina, Angelica nonci poteva credere.

Corse ad affacciarsi, spalancò la finestra e si sporse.

L’acqua agitata si muoveva da una parte e dall’altra, ma lapiscina era vuota.

Tommaso non c’era.

 

«Comunque non dicevo sul serio. So nuotare, non ti preoccupare.»

La voce di lui le arrivò alle spalle mentre ancora penzolavadal davanzale, chiedendosi che fine avesse fatto. Si voltò conun salto, sbilanciandosi all’indietro nel tentativo di mantenerel’equilibrio, e sarebbe volata giù dalla finestra se non ci fosse stato Tommaso. Con uno scatto l’afferrò per le braccia, rimettendolain piedi.

Era bagnato fradicio, da strizzare. I capelli appiccicati alla testa, la maglietta appesa addosso come uno straccio steso. Lescarpe gonfie d’acqua avevano lasciato delle pozze enormi sulparquet, un lago che si allargava fino a lambire il tappeto.

«Brava, eh? Fosse stato per te, m’avresti lasciato affogare.»

«Chi ti ha fatto entrare?»

«Nessuno. C’era la portafinestra aperta.»

Angelica sapeva che non sarebbe riuscita a mandarlo via. Eraingovernabile, cocciuto e testardo, faceva come gli pareva.

«Volevo restituirti la foto, guarda.» Tommaso si frugò nelle tasche e tirò fuori la Polaroid.

Col bagno in piscina la carta si era raggrinzita, ma l’immagineera ancora nitida. Angelica guardò se stessa nella fotografia,la sua maglia umida in pieno sole, una smorfia infelice che leincrinava la pelle. C’era qualcosa che stonava, faceva fatica a riconoscersi.

Nella foto il suo viso era pallido e liscio, le cicatrici si distinguevanoappena, erano ombre minuscole. Quella era la sua faccia, sì, ma non come era, bensì come avrebbe dovuto essere.

«Questa sono io» disse piano.

«Certo che sei tu.»

Tommaso le sorrideva come se non ci fosse nulla di strano.Le tolse la foto dalle mani, l’appoggiò sul davanzale.

«Così si asciuga.» Poi, fradicio com’era andò a stendersi sulsuo letto. I capelli lasciarono immediatamente una chiazza scurasul cuscino. Si mise con le gambe incrociate e le mani dietrola testa, e anche se nel letto ci stava a malapena un’espressionebeata gli scioglieva i lineamenti.

«Mi stai inzuppando tutto quanto.»

«Te lo meriti, volevi lasciarmi annegare!»

«Tommaso…»

«Sì.»

Angelica prese fiato. La domanda le bruciava in gola, premevaper uscire e le faceva paura. Non gliene fregava niente se lui siera piazzato sul suo letto e se ne stava lì come fosse a casa sua. Leinteressava un’altra cosa, da cui dipendeva tutto.

«Quello che mi hai detto… È vero che non ci vedi?»

«Vedo poco. Percepisco le forme, i movimenti, i colori. Houna malattia genetica, una gran rottura di palle. E come se nonbastasse ho beccato la forma più rara e più aggressiva. Qualche volta ci vedo bene, molto più spesso invece è tutto sfocato o, peggio ancora, annebbiato. Hai mai provato a sfocare la vistadi proposito?»

«Sì, certo. È così che vedi quello che hai intorno?»

«In realtà è un po’ peggio, ma l’esempio rende l’idea.»

«Ma è terribile.»

«E questo non è niente. Ci sono giorni in cui mi sveglio lamattina e sono completamente cieco.»

«Si può curare?»

«Per ora no.»

Angelica prese una sedia, l’avvicinò al letto, si sedette accanto a lui. Tommaso si sollevò sui gomiti, strizzò gli occhi per metterlaa fuoco. Quando si muoveva era più difficile vederla. Si sgranava ancora di più, ed era come guardarla da sott’acqua.

«Non ti sto prendendo in giro, non mi sto inventando niente.Se non ti fidi di me chiedi in paese. Mi conoscono tutti, losanno tutti che sono mezzo cieco.»

«E come fai a fare le cose?»

Tommaso si strinse nelle spalle. Sembrava che non gliene importasse nulla. «Finché riesco a distinguere le luci e le ombre non è poi così tremendo. Col tempo mi sono abituato. In qualche modo mi arrangio.»

«Quindi tu non riesci a vedermi nitidamente?»

«No, Angelica. So come sei fatta perché ho visto la fotografia,ma ora, per esempio, ti vedo pochissimo. Sei tutta sfuocata.»

Angelica si passò le mani sul viso. Sotto le sue dita le cicatricierano piccoli avvallamenti che ormai conosceva a memoria, carne richiusa su se stessa. Passò le unghie sul taglio lungo e irregolareche le partiva dalla tempia, aprendole la guancia fino al mento. Sembrava il letto di un fiume ormai asciutto. Si era cicatrizzatomale, le aveva scavato la pelle e aveva perso sensibilità.Era profondissimo, ci passava la lingua dall’interno e lo sentivalo stesso. In sette anni non si era ancora abituata a toccarlo.

Gli occhi del ragazzo le stavano addosso, cercando inutilmentedi inquadrarla.

«Perché continui a toccarti la faccia?» le domandò.

«È l’abitudine.»

«Posso toccarti anch’io?»

Tommaso allungò un braccio, le sfiorò appena una guancia. Angelica si tirò indietro di scatto, rischiando di perdere l’equilibriosulla sedia.

«No che non puoi toccarmi. Mi hai già visto in foto, accontentati.»

«Certo che sei strana, eh?»

«Io sono strana? E tu allora, che te ne vai in giro a scattare foto alla gente?»

La sua risata forte, allegra, riempì la stanza.

«Va bene, dai. Facciamo che siamo strani tutti e due.»

(continua in libreria…)

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