"Emergenza è la parola dietro alla quale l’Europa e l’Italia nascondono un atteggiamento di omissione, rimozione, ipocrisia e connivenza nei confronti dell’immigrazione". Su ilLibraio.it la riflessione della scrittrice Maria Pace Ottieri: "Se ci guardassimo indietro scopriremmo che le porte dell’Europa non sono sempre state chiuse..."

Emergenza è la parola dietro alla quale l’Europa e l’Italia nascondono un atteggiamento di omissione, rimozione, ipocrisia e connivenza nei confronti dell’immigrazione. Emergenza, cioè un evento, una circostanza improvvisa che coglie di sorpresa, e dunque impreparati, si evoca da molti decenni a proposito di un fenomeno, quello del movimento costante di popolazioni dall’Africa, dall’Europa dell’Est, dall’Asia e dal Sud America verso gli stati europei, che solo nelle ultime ore sembra finalmente venir riconosciuto come cronico e non occasionale, della Storia e non della cronaca.

Eppure nella provenienza degli arrivi si è sempre potuto leggere con sufficiente chiarezza che cosa stia succedendo nei paesi da cui si fugge e perfino che cosa si possa prevedere possa succedere in un futuro vicino. Se si sa che in Siria infuria da quattro anni una guerra feroce che nessuno stato o istituzione internazionale mostra di avere interesse a far cessare o si sa a cosa è ridotta oggi la Libia, grazie anche a responsabilità europee, o si conosce la situazione dei giovani sotto la dittatura di Isaias Afewerki in Eritrea, non ci si può stupire dei grandi e ripetuti esodi da quei paesi. Così come è facilmente prevedibile, lo ha annunciato di recente anche l’Onu, che siano destinati ad aumentare i cosiddetti profughi ambientali, persone espulse dall’impossibilità di vivere in paesi colpiti da inondazioni, tifoni, siccità.

Uomini, donne, bambini, adolescenti non accompagnati si spostano attraverso il pianeta, lungo rotte che cambiano, adeguandosi alle leggi, ai giri di vite, ai patti tra gli stati, ai rapporti di forza tra sempre nuove e floride reti di trafficanti, una geopolitica notturna e invisibile che rappresenta il lato in ombra di quella degli stati.

L’immigrazione clandestina non è che l’adattamento dell’immigrazione regolare alla progressiva chiusura delle frontiere, ma se ci guardassimo indietro scopriremmo che le porte dell’Europa non sono sempre state chiuse, che ci sono stati anche momenti in cui il bisogno di manodopera era tale da incoraggiare attivamente l’emigrazione dalle ex colonie da parte di Francia e Inghilterra o da ricorrere ai lavoratori turchi da parte della Germania.

“E’ una guerra pacifica che il Terzo Mondo sta conducendo contro il mondo sviluppato”, mi disse a Lampedusa nel 2003, il maresciallo Di Griegoli venuto appositamente da Catania per mostrarmi cosa avveniva su una motovedetta della Guardia di Finanza quando arrivava la segnalazione di un’imbarcazione non identificata al largo dell’isola.

Nell’ossimoro del maresciallo si nascondeva una verità incontestabile: oggi nessuno, nemmeno nel più sperduto angolo della Terra, considera più di essere legato per sempre al luogo dove gli è capitato di nascere e nessuno ignora che vi siano posti dove si viva più facilmente che nel suo angolo sperduto.

Da quell’incontro sulla motovedetta in mezzo al Canale di Sicilia, gli arrivi, per mare e per terra, e i morti annegati, si sono moltiplicati fino all’ “emergenza delle emergenze” degli ultimi mesi.

Quello che chiedono profughi e migranti è di esercitare il proprio diritto a circolare come persone in un mondo dove tutto e tutti si spostano freneticamente, i turisti, gli scienziati, gli studenti, i malati, la frutta e i pesci, i vestiti e le scarpe, le fabbriche e i capitali e solo chi lascia un paese povero o in guerra o povero e in guerra suscita sgomento e indignazione.

L’Africa o il Medio Oriente hanno una popolazione al 70% al di sotto dei 30 anni, c’ è un mondo giovane che preme per la voglia di costruirsi un futuro. Nessuno leverà mai dalla testa di chi fugge dall’inferno con la sola pretesa di salvarsi la pelle, la convinzione che in quella parte di mondo che ha tutto, ci sia un posto anche per lui, che ragione avrebbero i suoi abitanti in pace e soddisfatti, di sbattergli le porte in faccia?

Poiché d’altra parte la compassione universale non esiste e non appena fa capolino crea immediatamente, quale suo antidoto, l’indifferenza programmatica, che cosa dovremmo fare noi di tutta questa gente?

Forse vedere nella loro presenza tra noi l’occasione di un esperimento lungimirante: quello di offrire a intere generazioni a cui il gioco dell’oca planetario ha imposto di stare fermi un giro lungo un’intera vita, gli strumenti per ricostruirsi e ripartire, di interrompere il circolo vizioso dell’orrore che non sa che riprodursi.

L’AUTRICE – Maria Pace Ottieri, figlia di Ottiero Ottieri e di Silvana Mauri, nipote di Valentino Bompiani, scrittrice e giornalista, ha pubblicato, tra gli altri, Quando sei nato non puoi più nasconderti (Nottetempo, 2003), da cui il regista Marco Tullio Giordana ha tratto un film omonimo, che racconta il dramma dell’immigrazione.

 

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