Isabella Guanzini, teologa e docente di Storia della Filosofia, su ilLibraio.it riflettere sul ruolo della tenerezza nell'attuale società, anche alla luce dell'impeto del messaggio di Papa Francesco su alcuni temi cardine...

L’impeto del messaggio di Papa Francesco su alcuni temi cardine – misericordia, tenerezza, prossimità, ascolto, missione, frontiere, apertura, vicinanza, povertà – ha rimodellato drasticamente il paesaggio simbolico più corrente del discorso cristiano, consegnandoci una nuova chiave per la “gerarchia delle verità nella dottrina cattolica” (Evangelii Gaudium, 36). L’annuncio che “si concentra sull’essenziale, su ciò che è più bello, più grande, più attraente e allo stesso tempo più necessario” (EG 35), ci impone ormai senza reticenze “di correre il rischio dell’incontro con il volto dell’altro, con la sua presenza fisica che interpella, col suo dolore e le sue richieste, con la sua gioia contagiosa in un costante corpo a corpo. L’autentica fede nel Figlio di Dio fatto carne è inseparabile dal dono di sé, dall’appartenenza alla comunità, dal servizio, dalla riconciliazione con la carne degli altri. Il Figlio di Dio, nella sua incarnazione, ci ha invitato alla rivoluzione della tenerezza” (EG 88).

È sullo sfondo del nuovo paesaggio della tenerezza che sembra soprattutto muoversi il nuovo pontificato. Ma cosa si può intendere con questo? La tenerezza, ossia provare tenerezza per qualcuno o qualcosa, appare in prima linea una questione di percezione dei segni che toccano la vulnerabilità della vita, che sa aprire a una comprensione della delicatezza del reale che ha i tratti del mistero. C’è, infatti, qualcosa di molto misterioso nel fatto di sentirsi toccati da qualcuno, di provare tenerezza per qualcuno. Quando ci sorprende nell’intimo, e nel profondo, questa tenerezza è molto più che un vago sentimento di vicinanza e di empatia: è come la percezione elementare della fragilità e caducità di tutte le cose. Sotto lo sguardo della tenerezza le persone e le cose si illuminano nella loro propria semplicità, senza maschere e irrigidimenti, senza coperture ideologiche o sovrastrutture identitarie. La realtà si presenta così come è, nel suo oscillare fra forza e debolezza, fra stabilità e precarietà, fra chiusura e dedizione. La tenerezza non mira al dominio o al possesso della realtà, ma ne coglie il lato radicalmente indifeso, indisponibile, impagabile. La tenerezza di Dio è costituita, per il filosofo Whitehead, dalla “tenera preoccupazione che nulla vada perduto”. In modo simile scrive Francesco in Evangelii Gaudium: “Ogni essere umano è oggetto dell’infinita tenerezza del Signore, ed Egli stesso abita nella sua vita” (EG, 274).

Entro questa prospettiva, la tenerezza è il gesto che non soltanto percepisce, ma anche reagisce alla fragilità del mondo, intensificando la cura, la protezione, l’affezione. La rivoluzione della tenerezza si propone allora di generare un nuovo umanesimo, in cui in primo luogo devono essere favorite pratiche di prossimità capaci di rinunciare a un “cristianesimo monoculturale e monocorde” (EG, 117) e alla sua “rigidità autodifensiva” (EG, 45), spesso “rinchiusa in un groviglio di ossessioni e procedimenti” (EG, 28). Tali atteggiamenti mantengono infatti “a distanza dal nodo del dramma umano”, e sono dunque incapaci di entrare in contatto con l’esistenza concreta degli altri, anche prendendo parte alle loro lotte per il riconoscimento e la giustizia. In questo senso la rivoluzione della tenerezza corrisponde a un “lavoro artigianale” (EG, 244) necessario e urgente, in quanto, non in ultimo, è ciò che realizza la più grande gioia, ossia la sensazione di animare un lavoro di condivisione che genera affezione per la vita. La rivoluzione gioiosa della tenerezza destabilizza e disarticola le compatte burocrazie del potere, dove i soggetti languiscono in una rassegnata tristezza inattiva, per far circolare la potenza aggregante degli incontri e dei contatti fra i corpi. Se il potere ricerca sempre la stasi, il controllo, la chiusura e la sicurezza, la rivoluzione della tenerezza resiste e reagisce a ogni regime di oppressione, di paura e di separazione, nell’intenzione di produrre una socialità gioiosa, in cui la vita chiama la vita, in un lavoro infinito di costruzione del comune. “Oggi, quando le reti e gli strumenti della comunicazione umana hanno raggiunto sviluppi inauditi, sentiamo la sfida di scoprire e trasmettere la ‘mistica’ di vivere insieme, di mescolarci, di incontrarci, di prenderci in braccio, di partecipare a questa marea un po’ caotica che può trasformarsi in una vera esperienza di fraternità, in una carovana solidale, in un santo pellegrinaggio” (EG, 87). Se gli affetti sono le impronte che gli uomini si lasciano reciprocamente, è la tenerezza la disposizione umana fondamentale dei legami che tengono insieme il mondo. E rianimano la fragile società che abitiamo: così separati, così divisi, così insensibili alla nostra reciproca vulnerabilità. La tenerezza evangelica di cui parla Francesco è dunque la rivoluzione più necessaria, per renderci vicini e sensibili alla verità elementare e delicata della nostra comune fraternità e umanità.

L’AUTRICE – Isabella Guanzini è nata a Cremona. È laureata in Filosofia presso l’Università Cattolica di Milano, ha conseguito la licenza e il dottorato in Teologia, e il dottorato in Studi Umanistici.  Dal giugno del 2013 è ricercatrice a Vienna e docente a contratto presso l’università di Linz. Dal 2009 è docente di Storia della Filosofia presso la Facoltà teologica di Milano. Da quando ha tre anni pratica la danza classica. Ha scritto diversi libri di filosofia, recensiti e apprezzati dal mondo accademico. In autunno uscirà per Ponte alle Grazie il suo primo libro per il grande pubblico.

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