"L’arte di rialzarsi" è il romanzo d'esordio del giovane Salvatore Falzone, che racconta la battaglia di un ragazzo contro un male insidioso e oscuro, trattando allo stesso tempo lo smarrimento e la fragilità degli adolescenti di oggi - Su ilLibraio.it un estratto

Diciotto anni, un tentato suicidio e quattro ricoveri psichiatrici alle spalle: Salvatore decide di ritirarsi definitivamente dal liceo, che ha cercato di riprendere più volte, sempre senza risultato. Prima era uno studente modello, con voti eccellenti in tutte le materie, e ora non fa che dubitare di tutto, paralizzato tra il desiderio di morire – anche se la morte lo terrorizza – e quello di vivere per diventare famoso ora e subito – la fama postuma non gli interessa.

Nel suo libro di esordio a sfondo autobiografico, L’arte di rialzarsi (Marsilio), Salvatore Falzone, nato ad Alessandria nel 1998, racconta la battaglia di un ragazzo contro un male insidioso e oscuro, trattando allo stesso tempo lo smarrimento e la fragilità degli adolescenti di oggi.

Come dice sempre il suo psichiatra, Salvatore scappa dai problemi come uno struzzo che nasconde la testa sotto la sabbia. E allora lui scappa ancora una volta, e va a passare le vacanze di Natale a Roma dalla nonna e gli zii, sperando di potersi costruire una nuova vita. Stavolta, però, a Roma le cose non funzionano. E Salvatore cade, ma questa caduta è la più dura di tutte. Tornato ad Alessandria prima del previsto – la depressione che ricomincia a piegare i rami degli alberi – capisce di avere solo due opzioni: rialzarsi o morire.

L’arte di rialzarsi Salvatore Falzone

Per gentile concessione dell’editore, su ilLibraio.it un estratto:

Interludio primo

da: Salvatore

a: Carla

OGGETTO: Cronache di un ragazzo perso alla ricerca del suo Io

Cara professoressa,

è passato un bel po’ di tempo da quando ci siamo sentiti via email.

Pare che per quest’anno la scuola non faccia per me. Non me ne faccio più una colpa. A volte provo solo un po’ di tristezza: quando vedo scorrere le vite dei miei ex compagni, veloci come razzi, pronti a essere sputati nella luce accecante del futuro. Ma la tristezza è bella. Tutti a demonizzare questa emozione,

tutti alla ricerca frenetica della felicità… La tristezza è la chiave di tutto. La tristezza lascia davvero il segno. Si tratta di segni sbiaditi, certo, che il tempo spazza via… ma segni.

All’inizio di quest’anno scolastico ho fatto solo prove. Per lo più volute dal mio psichiatra, comunque io ero d’accordo a sperimentare. Cercavamo una risposta. Perché la scuola mi fa sentire così male?

Scuola.

Mi svegliavo e vomitavo. Salivo in macchina con la mia pelle pallida e il mio corpo scheletrico, a guardare le cose e le persone mischiarsi oltre il finestrino. Papà che mi chiedeva se stessi bene. «Non sei costretto, lo sai» diceva. E io annuivo e basta. Non me la sentivo di dirgli che invece sì, ero costretto. Dalla società e da me stesso. Allora annuivo, dicevo che volevo, volevo davvero andare a scuola. E ci andavo. E a parte il batticuore prima di varcare la soglia dell’aula, tutto a posto. Compagni orribili e infantili, ma era quasi divertent osservarli e criticarli nella mia testa. Professori disponibili. Filava tutto liscio, se non fosse stato per le fitte alla pancia e la nausea che mi costringeva a correre in bagno a ogni cambio dell’ora. Segretarie e bidelli che mi sorridevano: «Ben tornato!» E anche qualche professore che scherzava: «Sei un’apparizione?»

Cosa c’era che non andava?

L’ho scoperto poco dopo, quando è stato fissato il primo compito in classe. Ho aperto il libro. Parole e parole e parole, stampate o scritte a mano sui margini. E allora ecco l’ansia e l’angoscia esplodere nel petto, e io che mi ritrovo immerso nei ricordi, in quei ricordi bluastri dei primi tre anni di liceo. Io, che studiavo ogni singolo dettaglio degli appunti e del libro e mi costringevo a farceli stare tutti nella testa, perché dovevo averel’approvazione di tutti, dei professori e dei compagni. Era uno dei pochi metodi per riceverla. Volevo amore, ma dato che l’amore era parecchio complicato da ottenere, mi facevo bastare quelle attenzioni. L’adorazione e i sorrisi. E poi c’era l’ansia, l’ansia che mi mangiava da dentro prima di ogni verifica, e che poi svaniva subito dopo, seguita da una sensazione di insoddisfazione profonda nonostante il buon voto. Tutto qua?, mi chiedevo. Tutto qua?

Qualche giorno fa, durante una seduta con il mio psichiatra, parlavamo di anatomia, e lui si è sorpreso di tutte le nozioni che ho e che sapevo dedurre. «Peccato solo tu non possa sfruttare questa dote a scuola» mi punzecchia.

Io mi stringo nelle spalle. Sappiamo sia io che lui che la scuola deve tornare e forse iniziare a essere per me quello che dovrebbe essere: un luogo di apprendimento. «Ma c’è tempo, e io sono con te tutto il tempo.»

Mentre siedo in treno e guardo le montagne innevate diluirsi nella nebbia, mi chiedo quanto tempo ci voglia.

Non sono bipolare. Non sono nemmeno depresso. Ho un disturbo borderline di personalità, le cui conseguenze possono essere talvolta depressione e ansia. Il mio problema fondamentale è che non riesco a gestire le emozioni. È come se tutto quello che sento fosse solo vuoto, e talvolta a questo vuoto ci si appiccicano emozioni varie, e sono forti e mi disorientano, perché durano poco e poi si staccano. E rimane il

vuoto. Vuoto. Per me è come precipitare in un abisso e non sentire nulla. Guardare un monumento bellissimo o un tramonto e non sentire nulla. E poi ci sono le emozioni forti. La rabbia è quella più brutta. Viaggio, leggo, scrivo. Parlo in inglese. Cerco lavoro, soprattutto nelle librerie. E nei momenti di angoscia e ansia, esco a fare una passeggiata e mi dico che andrà tutto bene. Ogni giorno litigo con mia madre, che fatica a capire il mio disturbo. Alla fine chiariamo, però le parole brutte dette rimangono nell’anima.

E mentre sono su questo treno, cara professoressa, mentre vedo il mare ligure in lontananza, vorrei semplicemente che questo mio malessere scivolasse via come il paesaggio. Ma non è possibile.

E va bene. Vado avanti. Vado indietro. E mi fermo. Ma ci sono. Sono qui, che esisto e cerco quel piccolo spazio. Il piccolo spazio in cui potrò infilarmi e finalmente trovare. Trovare cosa sono davvero.

Con affetto,

Salvatore Falzone

 

da: Carla

a: Salvatore

OGGETTO: Conversazione

Caro Salvatore,

scusami se non ti ho scritto prima, ma la stanchezza mi ha impedito di avvicinarmi al computer. Mi piace oggi inviarti un saluto.

Non ho particolari cose da riferirti. Ho potuto vederti qualche volta su Facebook, e mi ha fatto piacere constatare che stavi bene. Forse sei ancora lontano oppure sei ormai rientrato ad Alessandria: in ogni caso sono sicura che la vacanza ti ha giovato. Fa molto bene allontanarsi ogni tanto dalle solite mura e dalle solite facce. Lo sperimento anch’io: ci si rigenera un po’.

Le mie vacanze stanno per finire. Il vecchio detto «L’Epifania tutte le feste porta via» è una grande verità che trova puntuale e triste conferma ogni anno. Dovrò riprendere la solita fatica… Ma, del resto, non può essere sempre festa!

Tu hai qualche progetto? Spero che il tuo percorso interiore stia proseguendo in senso positivo. Abbi fiducia, ce la farai. C’è una strada per tutti… In salita oppure piana, in disce90 sa mai, solitamente con alti e bassi, per tenerci in allenamento…

Un abbraccio affettuoso,

Carla Dalmasso

 

(Continua in libreria…)

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