"Nel vangelo di Matteo non si narra alcuna apparizione del Cristo risuscitato a Gerusalemme, città tanto santa quanto assassina, che da sempre uccide i profeti e lapida gli inviati di Dio...". In vista della Pasqua, la riflessione del biblista Alberto Maggi

MAI A GERUSALEMME

Nel vangelo di Matteo non si narra alcuna apparizione del Cristo risuscitato a Gerusalemme, città tanto santa quanto assassina, che da sempre uccide i profeti e lapida gli inviati di Dio (Mt 23,37). Quando Gesù entrerà per la prima e unica volta a Gerusalemme, “tutta la città fu presa da agitazione” (Mt 21,10). Ma già dal suo primo apparire, Gerusalemme è presentata dall’evangelista in una luce sinistra: all’annuncio della nascita del re dei Giudei, anziché rallegrarsi, tutta la città si turba (Mt 2,3), proprio come l’illegittimo re Erode, e la stella che guida i magi non brillerà mai su questa città.

Per Matteo è possibile incontrare il Cristo risuscitato solo uscendo da Gerusalemme. La finalità dell’evangelista non è certo topografica ma teologica: Gerusalemme rappresenta l’istituzione religiosa che in questa città ha sede, dominata da una casta sacerdotale ormai idolatra che ritiene idolatri gli inviati di Dio.

Quanti vivono sottomessi, e nello stesso tempo complici di un’istituzione religiosa mummificata, dove la dottrina prevale sul bene dell’uomo, sono troppo frastornati dagli olezzi degli incensi per riuscire ad assaporare il profumo della vita, e le pompose liturgie, con le sfarzose luminarie di inutili riti, sono solo una finzione, che impedisce agli uomini di scorgere la vera luce, quella che illumina il mondo (Gv 1,9), e di riconoscere un Dio che non si manifesta nella dottrina ma nella vita.

La narrazione delle manifestazioni del Risorto nei vangeli non è una cronaca ma teologia. Gli evangelisti non intendono trasmettere fatti storici, ma verità di fede, e per questo sono sempre attuali, perché non riguardano la cronaca ma la vita.

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Matteo inizia la sua narrazione ammonendo quanti continuano a osservare la Legge, perché così facendo ritardano l’esperienza della risurrezione. Maria di Màgdala e l’altra Maria hanno infatti aspettato che fosse passato il sabato per andare alla tomba del Cristo. Ancora osservano il comandamento mosaico del riposo sabbatico (Es 20,8-11). Se le donne fossero andate prima, avrebbero già sperimentato che la tomba non poteva contenere colui che era il vivente. Al sepolcro è assente una donna. Alla crocifissione, infatti, c’era anche la madre dei figli di Zebedeo. Donna ambiziosa, che desiderava il potere e i posti di onore per i propri figli, è rimasta presso la croce sperando fino all’ultimo in un segno straordinario della forza divina che salvasse dal patibolo infame il Messia d’Israele. Niente di tutto questo. Con la morte di Gesù sono morti pure i sogni di gloria per i propri figli e le sue ambizioni di madre (Mt 20,20-21).

Il Cristo non è nel sepolcro, ma c’è voluto l’intervento dell’angelo del Signore per rotolare l’inutile pietra che separava il mondo dei vivi da quello dei morti (Mt 28,2). Paradossalmente lo splendore della luce divina anziché illuminare, terrorizza, e anziché trasmettere vita, tramortisce le guardie poste a custodia del sepolcro, che “furono scosse e rimasero come morte” (Mt 28,4). L’irruzione della vita diventa un’esperienza di morte per quanti giacciono già in un mondo di morte. Anziché essere vivificate dalla manifestazione del Dio vivente, le guardie infatti, sono come morte. I custodi della morte, non avendo vita in sé, non riescono a percepirla quando questa si manifesta, ma sprofondano ancor più nella sfera della morte, perché “chiunque fa il male odia la luce e non viene alla luce” (Gv 3,19-20). I sottomessi al potere, quelli che per obbedienza sono inutili custodi del sepolcro vuoto, non sono in grado di percepire la vita, credono di vigilare un cadavere, e non si rendono conto che sono loro a essere morti.

Poi l’angelo passa a rimproverare le donne per la loro incredulità: “È risorto, infatti, come aveva detto….” (Mt 28,6). Perché vanno a cercare il Cristo in un sepolcro? Per ben tre volte Gesù aveva annunciato la sua risurrezione, ma tutte tre le volte il suo messaggio non era stato compreso. Quando finalmente si rendono conto che il Maestro non è in una tomba, luogo dei morti, le donne abbandonano in fretta il sepolcro, solo così possono sperimentare il risuscitato, che infatti viene loro incontro. E alle donne, che per la loro condizione femminile non erano ritenute testimoni credibili, Gesù affida l’importante incarico di annunciare ai discepoli che lui è vivo.
Ma Gesù non andrà incontro ai discepoli a Gerusalemme. Come le donne hanno incontrato Gesù solo dopo avere abbandonato il sepolcro, ugualmente i discepoli, se vogliono incontrare il Cristo, devono abbandonare Gerusalemme, andare lontano dalla sede dell’istituzione religiosa, in Galilea, la terra degli umili e dei disprezzati, solo là lo vedranno (Mt 28,10).

L’AUTORE – Alberto Maggi, frate dell’Ordine dei Servi di Maria, ha studiato nelle Pontificie Facoltà Teologiche Marianum e Gregoriana di Roma e all’École Biblique et Archéologique française di Gerusalemme. Fondatore del Centro Studi Biblici «G. Vannucci» a Montefano (Macerata), cura la divulgazione delle sacre scritture interpretandole sempre al servizio della giustizia, mai del potere. Ha pubblicato, tra gli altri: Roba da preti; Nostra Signora degli eretici; Come leggere il Vangelo (e non perdere la fede); Parabole come pietre; La follia di Dio e Versetti pericolosi. E’ in libreria con Garzanti Chi non muore si rivede – Il mio viaggio di fede e allegria tra il dolore e la vita.

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