Come bisognerebbe intervistare e profilare qualcuno di cui non si condividono i valori? E sulla base di quale approccio e di quali intenti è lecito appropriarsi delle storie altrui per poi divulgarle? Su questi temi si interrogava alla fine del secolo scorso Janet Malcolm – penna di spicco del “New Yorker” – nel reportage “Il giornalista e l’assassino”, ora pubblicato per la prima volta in Italia: un’indagine esemplare sul potere narrativo e a tratti oscuro del giornalismo d’inchiesta, che ricostruisce un caso di cronaca nera reso ancora più torbido dalla gogna mediatica di qualche anno dopo…

Il giornalista e l’assassino, o meglio, “il detenuto e lo scrittore”

Nel 1970 il ventisettenne Jeffrey MacDonald è sospettato di aver massacrato la moglie e le figlie in California. Inizialmente scagionato, nel 1979 viene riportato in tribunale e accoglie nella squadra della difesa il giornalista Joe McGinniss, convinto che scriverà un’apologia sul suo conto.

Dopo la sua condanna all’ergastolo e quattro anni di fitta e fiduciosa corrispondenza, scopre invece che McGinniss lo ha ritratto come un mostro narcisista. Lo cita allora per frode nel 1987, e la faccenda viene archiviata con un accordo extragiudiziale.

Copertina del libro Il giornalista e l'assassino di Janet Malcolm

Dopodiché, a due anni di distanza, la nota cronista del New Yorker Janet Malcolm ripercorre il legame tra i due nel reportage Il giornalista e l’assassino (ora edito per la prima volta in Italia da Adelphi, nella traduzione di Enzo D’Antonio), anche se sarebbe più corretto definirli “il detenuto e lo scrittore“.

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Poco crime, e ancora meno true

Sì, perché da un lato troviamo un carcerato la cui colpevolezza è sempre rimasta dubbia, visto che i presunti killer additati da MacDonald erano stati notati pure dai vicini, e che a pesare sul verdetto era stata soprattutto l’aria troppo serena ostentata dall’uomo in un talk show.

Jeffrey MacDonald (Bettmann Archive, via Getty Images, 18-04-2026)

Il capitano medico dei Berretti Verdi Jeffrey MacDonald, accusato di aver ucciso la famiglia a colpi di bastone e con un punteruolo da ghiaccio, nell’avamposto militare di Fort Bragg (Bettmann Archive, via Getty Images)

Mentre, dall’altro lato, c’è un sedicente professionista che inganna attivamente l’intervistato, cliente e socio in affari a cui aveva promesso un riscatto d’immagine, salvo trasformarlo in un raggelante personaggio di finzione pur di battere sensazionalisticamente cassa (benché MacDonald non confessi ulteriori dettagli sull’omicidio e si riveli tutt’altro che disturbato).

“È il tremendo tema del furto prometeico”, commenta Malcolm, “della trasgressione al servizio della creatività, del furto come fondamento del fare“, tendenza a cui McGinniss è avvezzo da tempo.

Se lo scopo si riduce allo scoop

Il caso più eclatante risale al 1968, anno in cui si era infiltrato nell’agenzia pubblicitaria di Richard Nixon per sensibilizzare la gente comune su certe strategie di marketing. Se non fosse che alla fine aveva dato alle stampe il libro-scandalo Come si vende un presidente, in cui svelava le inquietanti tecniche “con cui Nixon era riuscito ad apparire meno orribile in televisione” durante le elezioni.

Al netto del piano morale, però, ne Il giornalista e l’assassino l’intento di Malcolm è capire se un reporter abbia il diritto di comportarsi così anche sul piano legale. E qui (ri)casca l’asino.

Joe McGinniss (The Washington Post, via Getty Images, 18-04-2026)

Joe McGinniss, autore del non-fiction novel “Fatal Vision” sul caso MacDonald, che avrebbe avuto un’enorme risonanza e ispirato l’omonima miniserie diretta da David Greene nel 1984 (The Washington Post, via Getty Images)

La giuria del processo per frode contro McGinniss è infatti composta da persone senza istruzionefamiliarità con il mondo editoriale, strutturalmente incapaci di giudicarlo.

L’imputato ottiene quindi a stento un patteggiamento – e per Malcolm (che intanto è sotto udienza per la presunta distorsione delle dichiarazioni di uno psicanalista, ma che poi verrà assolta) sarebbe più vantaggioso sostenere il collega, difendendo a priori il diritto alla libertà di parola e di espressione; mentre invece ricostruirà i casi MacDonald e McGinniss senza partigianerie, gettando una luce laddove McGinniss buttava solo fumo negli occhi.

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Il giornalista e l’assassino, da personaggi a persone

Il risultato è “un modello di reportage letterario che dovrebbe essere studiato nelle scuole di giornalismo”, scrive Emmanuel Carrère nell’intervento che chiude l’edizione italiana de Il giornalista e l’assassino, dal momento che Malcolm si dedica a questa anatomia della caduta dando prova di un rigoroso equilibrismo, e interpellando chiunque accetti di riceverla: dagli indiziati ai loro legali, dai magistrati ai testimoni.

Del resto, il suo obiettivo è arrivare al grado zero dell’inchiesta, stavolta da intendersi non come arma di adescamento o di voyeurismo, ma come chiave di accesso all’ambivalenza delle vicende umane, basata su un metodo trasparente e (auto)critico che non basterà a decifrare tutta la verità, ma che almeno restituirà alle circostanze la loro sordida tridimensionalità.

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Un racconto dei racconti

Non a caso, è merito di Malcolm se a fine lettura realizziamo che nessuna presunta history sul carattere, sulle azioni e sulle istruttorie riferite a MacDonald e McGinniss si era mai fondata su prove documentate: erano tutte stories determinate da una spessa rete di ipotesi, credenze, tecniche retoriche e stime di valore, e da molte meno evidenze oggettive, anche se tanto era bastato per orientare l’opinione pubblica.

Senza considerare che rimane una storia anche Il giornalista e l’assassino (come “A sangue freddo era la storia di Capote“), incentrata sulle diverse maniere in cui si può raccontare e interpretare lo stesso dato di fatto.

Più che di un testo risolutivo a livello giudiziario, si tratta dunque di un servizio attraversato da una grande onestà intellettuale, che dopo quasi quarant’anni funge ancora da punto di riferimento.

E che, citando Thomas Mann, ci ricorda quanto “lo sguardo che, come artisti [o giornalisti, ndr], si getta sulle cose esterne e interne” debba mantenersi diverso “da quello con cui le si considera come uomini“: insieme “più freddo e più appassionato“, ma specialmente più consapevole dei propri limiti narrativi, e della responsabilità deontologica e di impatto collettivo che ogni battito di ciglia potrebbe portare con sé.

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