In edicola con "La Gazzetta dello Sport" il libro di Simone Moro "Cometa sull'Annapurna", il racconto della spedizione del 1997 sul monte himalayano, in cui persero la vita i due compagni di cordata Anatolij Boukreev e Dimitri Sobolev... - Su ilLibraio.it un capitolo

Dal 24 febbraio è (anche) in edicola con La Gazzetta dello Sport il libro dell’alpinista Simone Moro, Cometa sull’Annapurna, in libreria Corbaccio, che racconta la spedizione del 1997 sul monte himalayano, dove persero la vita i due compagni di cordata Anatolij Boukreev e Dimitri Sobolev.

Partendo dalla propria infanzia, Simone Moro descrive la passione per la montagna, spiegando come, e perché, ha deciso di diventare un alpinista e cosa significhi, per lui, conquistare la vetta; racconta del rapporto che lo legava a Anatoli Boukreev, caro amico e compagno di cordata.

Cometa sull’Annapurnia narra dell’amicizia che legava i due alpinisti e delinea un ritratto umano e toccante dell’alpinista russo, che in quella spedizione di vent’anni fa perse la vita; Moro racconta anche come fece a sopravvivere alla valanga che costò la vita ai due compagni di cordata, alla quale lui sopravvisse.

Per gentile concessione dell’editore, sul ilLibriao.it pubblichiamo un estratto del libro:

La cornice

Arrivò anche il momento di partire, di fare sul serio. Dalle nostre bocche non uscirono più parole e cominciarono le ritmiche respirazioni affannose provocate dall’inizio della salita. Ci trovammo subito di fronte a un ponte di neve che ci avrebbe sbarcati al di là della grossa crepacciata terminale, alla base della ripida parete che dovevamo salire. Immensa e minacciosa la parete est dell’Annapurna Fang stava proprio sopra di noi e passato il ponte, timidamente, cominciammo a salirla. Dopo 200 metri di dislivello arrivammo al luogo dove il giorno precedente avevamo lasciato le quattro bobine di corde fisse. Era una piazzola di 1 metro per 2 sotto un grosso sasso. Presi il capo di una delle bobine e lo annodai alla mia imbracatura. Anatolij e Dima si sedettero sugli altri rotoli di corda e mi guardarono. Io feci lo stesso e per un secondo rimanemmo così, fissandoci.

«Vado!» dissi.

«Ok Simone…» rispose Tolij.

Uscii da quella nicchia al riparo dalla vista dell’immensa parete sovrastante. Cominciai a salire e subito a sprofondare nella neve oltre le ginocchia. Lenti e faticosi si susseguivano i miei passi e dopo averne contati trenta arrivava anche il momento in cui mi piegavo sulle ginocchia e mi riprendevo dall’affanno. Dentro di me sapevo che quello avrebbe potuto essere l’ultimo giorno di lavoro in neve  fresca e ciò mi dava la forza e la rabbia di continuare. Infatti il vento che aveva soffiato costante per quasi un mese lassù sulla cresta mi faceva sperare nelle condizioni del manto nevoso.

Ogni tanto trovavo qualche lastra di «neve ventata» e, come se stessi camminando sulle uova, cercavo di essere leggero nel tentativo di rimanere sulla fragile superficie nevosa. Pochi passi e arrivava poi il primo di una lunga serie di buchi che avrebbero segnato il mio passaggio su quella chiazza di speranza. Salivo lento e a zig zag, alla ricerca di «macchie» più solide e ogni tanto ricordo di avere avuto fortuna e particolare  leggerezza.

Il primo stop di Anatolij arrivò puntuale. Era finita la prima bobina di corda e con essa i primi 200 metri di  salita. A mano a mano che avanzavo l’inclinazione della parete si faceva più ripida e severa e la mia tensione cresceva. Affondare nella neve su un terreno quasi verticale dava una sensazione di insicurezza ed elevava di molto le difficoltà tecniche.

Arrivò anche il secondo momento in cui Anatolij e Dimitri mi fermarono per collegare la terza e ultima bobina di corda. Ormai arrampicavo da parecchie ore e su terreno misto. Cercavo ovviamente i passaggi più facili e logici ma le difficoltà erano sostenute. Sapevo che stavo percorrendo gli ultimi metri di salita e poi sarebbe arrivata la fine della parete o la fine della corda. Questo ormai era il gioco mentale che riusciva a distogliermi dall’avere quasi 800 metri di parete sotto di me.

Arrivai sotto una roccia, quella che dal basso sembrava essere l’ultimo ostacolo prima della cresta sommitale. La aggirai e… un torrente di adrenalina mi lasciò senza fiato e mi invase con velocità fulminea.

Sopra di me, tremenda, una gigantesca cornice di neve  e ghiaccio si estendeva come un’onda oceanica. A sbalzo sulle nostre teste c’era la morte, che per uno strano equilibrio di forze non ci era ancora piovuta  addosso. Era impossibile vederla da sotto e fu per questo che mi sentii ancora più sbigottito e perso a un soffio da questa bomba  a orologeria. Lì, proprio in quel punto, arrivò il segnale  che la corda era finita e che dovevo creare l’ancoraggio dove fissare il lunghissimo cordone ombelicale che mi legava ai miei due amici. Ero a 6300 metri di quota. Individuavo un punto di passaggio strapiombante sulla destra della grande cornice, ma sarebbe stata necessaria una progressione in sicurezza effettuata dal compagno. In ogni caso, comunque, lì sotto dovevo aspettare…

Velocemente mi feci una piazzola e fissai due viti da ghiaccio alla parete. Slegai la corda dalla mia imbracatura e ne assicurai il capo alle due viti da ghiaccio appena messe. Mi tolsi poi anche lo zaino e con un moschettone  lo ancorai alla stessa sosta. Feci un cenno per non stuzzicare con schiamazzi la spaventosa mano di ghiaccio che 70-100 metri sopra di me sembrava pronta ad afferrarmi, per sempre!

Anatolij cominciò la sua salita e ritmicamente fece scivolare il suo jumar lungo le corde. Accuratamente metteva i suoi piedoni nei buchi che avevo creato con il mio pas- saggio e che a centinaia segnavano tutta la via di salita. Procedeva speditamente e dopo alcuni minuti anche Dimitri, uscito da sotto il sasso al riparo, iniziò la sua salita. Ottocento metri più su io cominciavo a raffreddarmi e a sentire la schiena bagnata. L’esposizione a est infatti mi aveva fatto godere del sole per alcune ore ma già da tempo l’ombra si era impadronita della parete.

Avvertii sempre più forti i segni del freddo himalayano ed è per questo che iniziai a muovermi nella disperata ricerca di combattere l’ipotermia. Decisi di filmare i miei due amici e aprii lo zaino che stava di fronte a me, afferrai la videocamera, l’accesi e puntando l’obiettivo sotto di me inquadrai Tolij che saliva. Avevo i guantoni d’alta quota e per questo la maneggiavo male. Decisi allora di togliermi i guanti, e li riposi nello zaino. Adesso la manualità era decisamente migliorata ma gli oltre 300 sotto zero bussarono quasi subito alla porta della saggezza. Dopo trenta secondi di ripresa avevo già le mani insensibili e fermai di nuovo la videocamera. Mi girai faccia alla parete di fronte al mio zaino, misi dentro la telecamera e… guardai istintivamente sopra di  me.

Una frazione di secondo dopo un boato sancì definitivamente il momento in cui quella gigantesca cornice e con essa le nostre vite avevano finito la loro esistenza.

«Anatoliiijjjj…» riuscii a emettere solo quell’urlo disperato prima che l’esplosione di ghiaccio e rocce cominciasse a precipitarmi addosso. Feci ancora in tempo a girarmi verso di lui e ancora oggi ricordo i suoi occhi. Non so come, ma nonostante le centinaia di metri che ci separavano io ricordo il suo sguardo proprio come se l’avessi avuto  di fronte.

È difficile esprimere ciò che quegli occhi azzurri mi dissero. Se dovessi interpretare quello sguardo, quell’ultimo sguardo di Tolij penso abbia rappresentato un misto di paura e di ferma volontà di farcela. Non ricordo quella frazione di secondo come la sintesi della disperazione. Anatolij si mise infatti immediatamente in moto come se recitasse un copione già conosciuto e interpretato. Non accettò passivamente quello che stava capitando, ma cercò con la fuga di spostare più in là il film della morte. Quel film che ci vedrà comunque tutti, un giorno, attori protagonisti…

Dimitri, lui, non ricordo di averlo visto e non riesco ancora oggi a pescare tra i fotogrammi di quei secondi un’immagine che lo ritragga. Non so e non saprò mai dov’era e cosa fece.

Anatolij iniziò una disperata traversata laterale con l’intento di uscire dalla traiettoria di quella massa diabolica che come un missile puntava su di noi. Io ebbi solo il tempo di prendere in mano le corde appena fissate e sperare di essere scavalcato dalla morte.

Resistetti un secondo, forse nemmeno, e poi mi sentii strappato dalla parete da una potenza e una forza indescrivibili. A velocità supersonica cominciai a precipitare con la corda che mi scorreva fra le mani. Dopo qualche secondo mi sembrò di sentire che la corda cadeva con me  e che le mie mani stringessero «finalmente» qualcosa.

Da quel momento iniziò una interminabile fase di salti, scivolate, rotazioni velocissime e vorticose e di nuovo voli e violenti urti di tutte le parti del corpo sulle varie sporgenze della parete. Sbattevo la faccia, rimbalzavo nel vuoto e di nuovo sbattevo le gambe, la schiena e ricominciavo a scivolare.

Cercavo disperatamente di vedere qualcosa ma intorno a me tutto era bianco, come avvolto nel fumo e avevo la stessa sensazione che si prova su di un velivolo fra le nuvole. Nessun punto di riferimento,  nessuna capacità di orientamento e di  difesa.

Precipitavo e basta. Ricordo tutto quel lungo volo e rammento ancora che alla fine di quel viaggio mi ritrovai seduto, e immerso in un silenzio tombale.

Lentamente il fumo e il pulviscolo provocati dalla neve scomparvero e io ero approdato a un pianoro e con la faccia rivolta verso valle. Guardai subito le mie mani. Erano aperte fino all’osso e la carne bruciata orlava i profondi solchi provocati dalla corda. Perdevo sangue e non riuscivo a mettere bene a fuoco quello che stavo vedendo. L’occhio sinistro infatti era contornato da un ematoma delle dimensioni di  un’arancia.

Fissando sempre le mani le girai e per caso vidi il mio orologio-altimetro. Erano le 12,36 del giorno di Natale e la quota era:  5500!

Dopo pochi secondi cercai di alzarmi. La gamba destra era impigliata nella corda che, completamente sommersa dalla neve, mi teneva legato al mio destino. Mi divincolai, ma  non  riuscii  a  liberarmi  da  quella condanna. Decisi allora di usare le mani, o ciò che restava di loro e con dolori atroci riuscii a liberare la gamba da quella «piovra». Mi alzai in piedi e per la prima volta mi girai verso la parete sulla quale ero stato fino a pochi secondi, minuti prima.

In quel momento vidi il volo che avevo fatto. Quello che immediatamente dopo realizzai è che non mi ero fratturato nulla e che potevo muovermi. Il pensiero fu subito rivolto ai miei due  compagni.

«Anatoliiijjj…»

«Dimaaaaaa…»

«Anatoliiijjj…»

Nessuno rispose… nessuno! Vidi un pezzo di stoffa, forse uno zaino, sulla neve. Mi avvicinai, ma realizzai  che era soltanto e terribilmente un pezzo di stoffa. Vagai per dieci, quindici minuti, ma non c’era alcun segnale, non sapevo da dove cominciare. Ero impotente.

«Sono morti!»  fu la cruda considerazione che feci.

«Sono proprio morti!»

Continuavo a perdere sangue dalle mani e l’occhio si era ormai chiuso definitivamente. Ero anche seminudo, poiché la violenza della valanga e della caduta mi avevano strappato la tuta d’alta quota.

Non avevo guanti, non avevo occhiali da sole, la temperatura era oltre i –30o, ero sospeso a 5500 metri  di quota, vedevo da un occhio solo, ero gravemente ferito e… cosa faccio adesso?

Avevo appena perso due amici e le prospettive di salvezza erano praticamente  nulle.

Nessuno sapeva dove eravamo (stavamo aprendo una via nuova). Non c’era nessuno al Campo base, dato che avevo ordinato a Phurba di scendere a valle per alcuni giorni per non stare da solo durante il nostro periodo di permanenza sulla parete. Non avevo alcun mezzo di comunicazione, ero solo e con i minuti contati. Il tempo scivolava via e inesorabile si avvicinava l’ora della mia morte.

«No! Non voglio morire! Brutta bastarda di una valanga, devi scendere ancora una volta se vuoi uccidermi! Non l’avrai vinta con me. Sì, hai capito bene. Io torno giù a costo di strisciare come un verme, ma qui non crepo!» Nacque così la grande sfida della sopravvivenza e, nonostante tutto fosse contro di me, decisi subito di giocare le mie ultime, disperate carte.

(Continua in libreria…)

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