Arriva in libreria "Le bambine dimenticate", il primo libro di una nuova serie di thriller dalla Scandinavia, firmata dalla danese Sara Blædel...

Arriva in libreria per Fazi Le bambine dimenticate, il primo libro di una nuova serie di thriller provenienti dalla Scandinavia, il cui primo volume è firmato dalla danese Sara Blædel, scrittrice e proprietaria della casa editrice Sara B.

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Il cadavere di una donna viene trovato in un bosco isolato. Ha subito violenze sessuali e ha una strana, lunga cicatrice che le solca il viso. Nessuno ne ha denunciato la scomparsa. A essere incaricata delle indagini è Louise Rick, a capo del Servizio Investigativo Speciale, affiancata da Eik Nordstrøm. Lei donna materna sotto la scorza dura, lui bello e dannato. Agnete Eskildsen, una vecchia infermiera, finalmente riconosce il corpo: la donna si chiama Lisemette ed era una paziente dell’ospedale psichiatrico infantile Eliselund, dove lei lavorava trent’anni prima.

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Una bambina dimenticata, come tutti gli altri dell’istituto, abbandonata dalla famiglia e dal mondo. Presto Louise scopre che Lisemette aveva una sorella gemella, ed entrambe erano state dichiarate morte quand’erano ancora piccole. È solo la prima di una serie di scoperte sempre più inquietanti, sull’infanzia di Lisemette e su quello che accadeva dietro le porte di Eliselund. A complicare ulteriormente le cose, le indagini portano Louise nei pressi della casa dov’è cresciuta, costringendola a fare i conti con un terribile segreto del suo passato che tornerà a galla insistentemente…

Per gentile concessione dell’editore, su ilLibraio.it le prime pagine del volume:

Prologo

Arriva Via, arriva Via. Parole che le martellavano nelle orecchie, mentre i rami del sottobosco e le pietre le graffiavano i piedi e i polpacci. Aveva un ronzio nella testa, e il terrore le stringeva il cuore.

Era diretta verso lunica luce che riuscisse a vedere. Come unapertura nel buio, quel taglio bianco lattirava nelle profondità della foresta. Confusa e spaventata, incespicava fra gli alberi, respirando affannosamente.

La paura del buio le serrava la gola. Era sempre stato così, fin da quandera bambina e le veniva imposto di spegnere la luce prima di coricarsi, altrimenti Via sarebbe venuto a prenderla.

Via, Via, Via, quel nome rimbombava a ritmo. Non riuscì a scansare il ramo che le frustò il viso.

Si fermò e trattenne il fiato, restando immobile, completamente circondata dalla densa tenebra degli alberi che si ergevano tuttintorno. Le gambe tremavano dalla stanchezza. Atterrita dal suo stesso pianto, riprese ad avanzare a passi lenti, con lo sguardo saldamente puntato sulla luce in lontananza. Quando la fissava, restava abbagliata.

Non sapeva come avesse fatto a perdersi. La porta era dischiusa, e loro non si erano accorti che sulla soglia cera lei. Era stata sopraffatta dalla gioia nel vedere il sole, che la scaldava e lattirava a sé, ma questo accadeva diverse ore prima, e nel frattempo tutto si era fatto gelido e pericoloso.

Cera stato un momento in cui la fame laveva fatta cedere, e si era seduta, chissà per quanto tempo. Era calato il crepuscolo, mentre una congerie dimmagini frammentarie le turbinava nella mente, e alla fine, non riuscendo a calmarsi, si era rialzata. Non era abituata alle cose interrotte, e stare da soli non era piacevole, soprattutto per chi restava indietro.

Accelerò il passo, avvicinandosi alla luce bianca che la traeva a sé con una forza irresistibile, e ignorò il dolore e i suoni. In questo era diventata brava. Ma non aveva mai imparato a dominare la paura. Doveva uscire dalle tenebre, altrimenti Via lavrebbe catturata.

Ormai era vicinissima, doveva soltanto superare gli ultimi alberi. Scorse un lago illuminato dal chiarore della luna, e il batticuore si acquietò. Stava perrallentare, quando allimprovviso le mancò la terra sotto i piedi.

I capitolo

Quattro giorni. Ecco quanto tempo era passato da quando il cadavere della donna era stato trovato nella foresta, e la polizia non era ancora riuscita a identificarlo. Non c’era la minima traccia da seguire, e Louise Rick si sentiva frustrata, quel lunedì mattina, mentre parcheggiava davanti all’Istituto di Medicina Legale.

L’autopsia era cominciata alle dieci, cioè poco prima che Ragner Rønholt, capo del Dipartimento Investigativo, entrasse in ufficio e le chiedesse di recarsi lì per dare man forte al collega Eik Nordstrøm. Nel frattempo il medico legale aveva comunicato la decisione di approfondire ulteriormente l’esame, prelevando campioni di DNA.

Da meno di due settimane Louise era direttore tecnico del Servizio Investigativo Speciale, la nuova unità del dipartimento. Ogni anno, in Danimarca, veniva denunciata la scomparsa di milleseicento-millesettecento persone, molte delle quali ricomparivano da sé, altre venivano ritrovate morte, ma secondo una stima della Polizia di Stato circa cinque di tutti questi casi erano riconducibili a un crimine.

E l’unità di Louise era stata istituita, appunto, per investigare su questi casi.

Scese dall’auto e la chiuse a chiave. Non aveva ben capito perché l’avessero convocata per l’autopsia, dato che c’era già Eik Nordstrøm. Non lo conosceva. In tutto il dipartimento, era l’unico a cui non si fosse ancora presentata, perché era appena rientrato dopo quattro settimane di ferie.

Era stata lei, il venerdì pomeriggio, a passare in rassegna l’elenco delle persone scomparse e a constatare che nessuna delle donne corrispondeva alla descrizione di quella che era stata trovata nel bosco. Forse era per questo che Rønholt riteneva necessario che anche lei presenziasse all’esame del cadavere, o magari perché, provenendo dalla Omicidi, aveva più esperienza in fatto di autopsie rispetto ai nuovi colleghi.

In realtà era piacevole, dopo una settimana fuori dal vecchio ambiente, tornare a mansioni più familiari. Non aveva tenuto conto dello spaesamento che accompagna l’inizio di un nuovo lavoro, quando non si riesce a tenere a mente i nomi delle persone e non si sa dove sia la fotocopiatrice. Per tutta la prima settimana non aveva fatto altro che riordinare la Topaia. Che maniera di soprannominarla!, pensò, sperando che fosse un appellativo passeggero: cominciava già a stancarsi delle battutacce dei colleghi sulle stanze inutilizzate in fondo al corridoio. Il doppio ufficio si trovava sopra la stanza ristoro ed era vuoto dalla primavera scorsa, quando i disinfestatori avevano guerreggiato contro un’invasione di ratti. Ma ora i roditori erano spariti, nessuno li aveva più visti, a detta del suo nuovo superiore.

Ragner Rønholt aveva fatto di tutto pur di rimettere in sesto il dipartimento. Aveva fatto acquistare nuove poltroncine girevoli, bacheche e piante. Da buon appassionato di orchidee, evidentemente aveva ritenuto necessario un po’ di verde per ridare vita a quell’ufficio vuoto, e Louise approvava in pieno. Ma la cosa che apprezzava di più era la sollecitudine: si vedeva benissimo che Ragner Rønholt era ben determinato a mettere in funzione la nuova unità speciale. Gli era stato concesso un anno per dimostrarne l’utilità, e Louise aveva solo da guadagnarci. Aveva detto addio alla Omicidi, perciò, se questo nuovo incarico non fosse diventato permanente, avrebbe rischiato di ritrovarsi ispettrice presso chissà quale sede decentrata.

«Decidi tu con chi lavorare», le aveva generosamente detto Rønholt quando le aveva proposto di dirigere il Servizio Investigativo Speciale.

Da allora, Louise aveva meditato a lungo sui possibili candidati, mettendo in lista solo persone con cui aveva già collaborato, esperte e competenti.

Il primo era Søren Velin dell’Unità Mobile, abituato a operare su tutto il territorio nazionale, con buoni contatti presso i commissariati locali. Ma era contento del suo impiego, perciò Louise sospettava che non sarebbe stato facile convincerlo. Inoltre, restava da capire se Rønholt fosse disposto a concedergli uno stipendio pari a quello attuale.

Poi c’era Sejr Gylling della Polizia Tributaria. La sua capacità di pensare fuori dagli schemi sarebbe stata un’ottima risorsa, ma il suo albinismo non gli permetteva di esporsi troppo al sole, e Louise dubitava di riuscire a lavorare con le veneziane costantemente chiuse. Ma senz’altro sarebbe stato il più bravo a sfruttare le reti internazionali per fare ricerche sulle persone scomparse o ricercate.

Infine c’era Lars Jørgensen, suo ultimo compagno di squadra alla Omicidi. Si conoscevano benissimo, con lui si sarebbe trovata del tutto a suo agio. In più, questo tipo d’impiego sarebbe stato adattissimo al suo carattere e alla sua condizione di scapolo, padre di due bambini boliviani.

Insomma, c’erano diverse buone alternative, ma Louise non aveva ancora deciso a chi gettare l’amo per primo.

(Continua in libreria…)

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