Ambientato nella Factory di Andy Warhol a metà degli anni ’60, “Niente di speciale” di Nicole Flattery è un romanzo sulle necessità di diventare adulte, che si interroga sul limite della consapevolezza quando si parla di successo e di aspettative personali. Ma è anche libro su un’amicizia narrata, quella tra Mae e Shelley
Nei racconti contenuti nella raccolta Bad Behavior, l’autrice statunitense Mary Gaitskill racconta le relazioni, il desiderio e la ricerca identitaria di un gruppo di persone che provano a iniziare la propria vita. In uno di questi in particolare, dal titolo Secretary, una giovane donna è alle prese con un turbolento ingresso nel mondo del lavoro, in cui i limiti delle relazioni interpersonali si fanno molto duri e lo stile asciutto e chirurgico di questo racconto mette in scena con una forza vivida le continue scelte della ragazza e il suo senso di inadeguatezza e precarietà tanto nella relazione amorosa che sviluppa quanto nelle aspettative che si era creata.
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Questa protagonista, per molti aspetti, è lo specchio frazionato in due metà simmetriche che sono Mae, protagonista, e Shelley, la sua amica, di Niente di speciale di Nicole Flattery, il romanzo tradotto da Claudia Durastanti e di recente pubblicato da La Nave di Teseo.
Mae, adolescente precaria e senza prospettive, dattilografa alla Factory di Andy Warhol a metà degli anni Sessanta e Shelley, l’altra dattilografa dello studio con cui Mae stringe amicizia, sono le giovani donne attorno a cui ruota il romanzo.

Le due ragazze di Niente di speciale sono rappresentate perfettamente come i due lati della medaglia dell’aspirazione e del desiderio di successo, che si fonda su una ricerca identitaria sulla base della quale l’intero romanzo si svolge.
Mae e Shelley sono molto vicine alla protagonista di Secretay di Gaitskill, certo, ma anche a molte descritte in Show Them a Good Time, la raccolta di racconti, esordio della stessa Nicole Flattery: giovani donne dall’umorismo secco e una certa dose di sincerità che si trovano a fare i conti con la precarietà di ogni aspetto della vita.
Mae e Shelley, però, in un certo senso evolvono. Sembrano più cresciute delle donne che le hanno precedute; l’illusione del futuro le abita per brevi secondi e credono di aver capito cosa fare della propria vita. Shelley dice di voler fare quello che fa – la dattilografa, Mae vuole andare in California e nel frattempo si lascia contagiare da ciò che vive: “Non era successo nulla di veramente significativo. Avevo visto un film per tre ore in una stanza buia. Ma nei giorni successivi mi sono sentita vibrante in un modo che non mi aspettavo”.
Quando si incontrano, Mae e Shelley hanno in comune una scelta simile: sono andate via di casa. Inoltre, sono focalizzate a dare al proprio tempo un significato più grande. Si impegnano, cioè, a dare a se stesse una parvenza di unicità, di connessione con il mondo vivo e artistico della Factory in modo più profondo rispetto alle altre ragazze dello studio. Vedono il lavoro come un’opportunità unica, perché non rispondono al telefono, ma creano una cosa che non esiste, sono delle scrittrici in fondo. Infatti, lavorano all’interno dello spazio, in una zona più intima e raccolta, in cui il frastuono esterno, di New York, come dello studio, le tocca solo se lo desiderano. Il loro compito è dattiloscrivere in ordine cronologico ciò che è registrato su alcune cassette: in un flusso di coscienza, si trovano di fronte dialoghi, suoni, rumori, silenzi, di alcuni avventori della Factory e di Warhol stesso. Il compito è rispettare fedelmente ciò che ascoltano, descrivere ciò che sentono, annotare il percepito, le parole degli altri e colmare i buchi come solo la prosa a volte può fare: rendendo fedele ciò che manca.
“Ho avvicinato le cuffie all’orecchio destro. Potevo sentire il clic di una chiamata, poi i rumori della strada, le ambulanze, il brusio della città. Erano gli stessi rumori che sentivo ogni giorno, ma smeravano amplificati, più chiari. Poi, la voce di un uomo. Parlava di quello che aveva fatto la sera prima; ho riconosciuto subito il tono ironico e consapevole, la velocità. Conoscevo quel sermone”.

Nicole Flattery nella foto di Conor Horgan
Il punto di vista del romanzo è quello di Mae che narra e ci presenta una Shelley molto lontana da sé: quando si conoscono la ragazza fa già il lavoro che viene assegnato a Mae; quindi, è già dentro i racconti e gli audio e lo spirito della loro relazione iniziale vede Mae più restia a lasciarsi andare e Shelley più accomodante. È quest’ultima che tenta di conoscerla, che si fa inseguire, che la invita fuori e cerca di coinvolgerla nel suo tempo libero. Mae, dal canto suo, sta fuggendo da un contesto preciso e vuole allontanarsi dalla famiglia, è stata tradita dalle relazioni e da vecchie compagne di scuola e non cerca una vicinanza, non in prima istanza.
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Shelley e Mae sono però insieme sempre, in ogni momento significativo della giornata e questa condizione in fretta cambia ogni cosa: le fa incontrare a un livello più intimo, le fa stare dalla stessa parte della catena di montaggio.
Man mano che le settimane trascorrono, il lavoro le rende le uniche due persone al mondo capaci di comprendere quello che stanno facendo – si scambiano opinioni su ciò che sentono continuamente – ma sempre con una differenza, che il romanzo ci presenta all’inizio e lascia latente durante la narrazione successiva: Shelley è stata Mae di sicuro, almeno una volta, almeno per un periodo, ma non sappiamo quanto Mae voglia o possa diventare Shelley.
Quest’ultima ambisce a qualcosa e fino a un certo punto non capiamo davvero cos’è e la comunanza di Mae e Shelley sembra sempre più lontana, le due facce della medaglia si separano sempre di più: crescono, ciascuna per sé. Si scombinano, ciascuna grazie all’altra.
“Non avevo l’energia per discutere o fare strategie con Shelley. Anche lei doveva sentirsi così: si era seduta di fronte a me con la testa appoggiata al metallo e aveva chiuso gli occhi. Non sapevo esattamente dove vivesse. Si nascondeva molto, ma non sembrava una cosa inquietante, solo un altro tassello della sua grande reinvenzione”.
L’immedesimazione nelle vite di cui scrivono non è mai totale. Subiscono una sorta di attrazione fatale, ma allo stesso tempo Mae cerca la distanza, percependo il disagio in certe conversazioni, la repulsione di certi silenzi. In alcuni casi sente l’eccitazione, in altre la pressione ma in ogni caso per lei, come per Shelley, diventa un’ossessione che addirittura le porta a deperire fisicamente. Il lavoro della dattilografa deve essere preciso, curato e veloce. Le impegna completamente, nella testa come nel corpo.
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I personaggi che ruotano attorno alle due ragazze sottolineano la precarietà della vita di Mae, l’essenza effimera dei desideri di Shelley. La prima si confronta con un passato di compagne di classe meschine e con una famiglia inesistente sia fisicamente sia emotivamente; invece, della seconda sappiamo solo ciò che appare nel suo modo di vestire o di fare. In Shelley scorre una vena sottotraccia e Mae ne è affascinata, per questo tenta di arrivarci e di toccarla ma quando conosce la parte più intima della sua amica ne rimane quasi delusa e in quell’occasione si sente quasi elevata. La sua esperienza alla Factory ha una svolta nel momento più cupo dell’unica amica che abbia mai conosciuto.
La famiglia di Mae rimane al margine: la madre è inconsapevole delle decisioni della figlia e ciò che tenta di insegnarle nei rari momenti di lucidità è come sopportare la povertà, la frustrazione e Mikey, uno dei compagni della donna tenta di relegare i desideri di Mae a un altrove ben confinato: il cinema. Invece, per quasi tutto il romanzo di Shelley abbiamo solo il sentore del contesto da cui proviene, perché viviamo solo ciò che Mae osserva. Entrambe però sembrano reagire allo stesso modo a ciò che esperiscono: le serate di feste a cui partecipano da complete outsider, le persone che credono di conoscere grazie alle registrazioni, con una sostanziale differenza: Shelley vuole imparare una parte, Mae vuole cercare un’identità.
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Quando per caso, mentre cammina per strada, Mae ritrova la sua ex amica Maud, che la invita a un tavolo di un caffè, si sente fuori luogo, ancora una volta; in qualche modo, però, è più consapevole e risolta.
Mae e Shelley sembrano cercare un posto nel mondo e Shelley chiede spesso a Mae di trovare una destinazione per se stessa, che somiglia quasi a un obiettivo, il fine ultimo di quel lavoro non così scintillante che stanno facendo.
Shelley, però, viene inghiottita dal suo molto prima e molto più di Mae, che proprio grazie all’osservazione dell’amica capisce quando è il caso di ripensare a se stessa, a ciò che significano per lei il desiderio e l’ambizione.
Scrive Flattery: “Quando eravamo in ascensore, Shelley ha detto: ‘Grazie, Mae’. Era buio e non potevo vedere il suo volto. Era finita. Non c’era più nessuna narrazione in cui vivere, nessuna vita di cui fingere di far parte”.
Niente di speciale è un romanzo sulle necessità di diventare adulte per Mae e sul fallimento delle occasioni per Shelley. È un romanzo che si interroga sul limite della consapevolezza quando si parla di successo e di aspettative personali. È, infine, un romanzo su un’amicizia narrata, come atti di un metaromanzo in cui ogni persona può essere un personaggio e ogni atto, espresso o mancato, possono portare a una rivelazione.
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Fotografia header: Nicole Flattery (credit Conor Horgan)