Un libro in cui i grandi accadimenti della Storia sono filtrati dalle esperienze individuali quotidiane. L’atteso ritorno di Elena Varvello con “La vita sempre”, un romanzo che vede come protagonisti i nonni dell’autrice e che prova a ricucire ciò che è stato strappato, all’ombra delle pagine ingiallite dal tempo…
“Ciò che scompare – dovunque, in ogni momento – non scompare davvero: si somma a tutto il resto”.
Quando la Storia distrugge tutto, qualcosa resta e ricordare è accumulare i pezzi rimasti, un modo per colmare i vuoti del tempo, e rendere giustizia alle esistenze interrotte.
La guerra, vista dal margine di un cortile popolare di Alba, è una presenza domestica, fatta di fame, mutismi, sguardi persi nel vuoto, assenze, è una forza oscura che si deposita nelle case e nei corpi, opprimendoli.
Vite ai margini, travolte dalla Storia

La vita sempre di Elena Varvello (Guanda) è una riflessione sulla memoria a partire dalle vite minime, marginali, che sono travolte dalla Storia. Tutti i grandi accadimenti, tra la fine della Prima e la Seconda guerra mondiale, sono filtrati attraverso le piccole esperienze individuali, tra le mura e i ballatoi dove la speranza è sopravvivere, tenere insieme quel poco che si ha, con l’odore della scarogna attaccato ai corpi.
Quella di La vita sempre è una realtà che nasce da una vicenda intima e familiare, che stacca la guerra alla retorica e la consegna alla vita vera, è la Storia che entra nelle case, e pesa su esistenze fragili, nella carne e nella mente: il piccolo mondo del cortile di via Macrino è il luogo dove tutto accade, dove i grandi fatti rimbombano come un’eco lontana sugli sguardi, sulle rivalità, sulle ideologie contrapposte, sulle speranze e frustrazioni, e sugli amori giovanili.
“Li ha rovinati tutti la guerra.
È questo in ogni caso, ciò che ha fatto di Rina – Rinuccia – una donna di quel cortile di terra battuta: la fatica di vivere, il peso che porta addosso”.
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Teresa, la figlia di Rina, è una bambina di guerra, poi una donna che vive senza illusioni nel quotidiano devastato, che ha imparato dalla madre a contenere il dolore, accanto a un padre tornato mutilato dalla Prima guerra mondiale e spezzato dentro. Teresa cresce dentro il silenzio, carico di un presagio di rovina, ma in una sua compostezza e in un decoro rattoppati che la fanno andare avanti giorno dopo giorno.
Il figlio del macellaio, Francesco, cresce invece in una quotidianità più comoda ma priva di affetto, ed è un irrequieto e un temerario, convinto di essere destinato alla fortuna, mosso da un costante desiderio di vita, sempre, un imprudente al gioco, uno sciupafemmine bello come un divo del cinema.
“Ma Francesco avrebbe sorriso in quel modo, fiducioso spavaldo cieco, anche davanti al Duce, davanti al Re in persona, pure se fosse finito in un gran mare di merda”.
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Due opposti si incontrano in un mondo alla deriva
Con i suoi capelli scuri imbrillantinati, la camicia, il sorriso incosciente, Francesco sfida la realtà, la miseria, la violenza, sottraendosi, credendoci anche quando i fatti lo piegano. Anche lui travolto dalla Storia, dalla sua assurdità e retorica, conserva fino in fondo un’idea della salvezza che lo irradia di una luce di leggerezza, di vita, e di fascino agli occhi di tutti.
Teresa e Francesco si incontrano e inaspettatamente si amano, due opposti in un mondo alla deriva: insieme sono due modi diversi di stare nella storia, e sono due volti di un romanzo che costruisce la memoria come traccia, frammento, eco. Elena Varvello ha a disposizione pochi elementi di questa vicenda familiare, che ha per protagonisti i suoi nonni: cinque fotografie, un ricordo rimasto impresso in sua madre bambina, un uomo alto e bello che le aveva regalato caramelle, un paio di racconti di guerra.
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La memoria come resistenza
La memoria come resistenza, fatta di cose piccole che sopravvivono senza saperlo: per ricucire i lembi della storia, Elena Varvello parte da queste tracce, le combina, restituisce alle immagini ingiallite dal tempo il movimento e il colore del presente, percorre i passi dove l’umanità ha perso se stessa, e riporta indietro il passato non vissuto, immaginando la vita di chi non ha potuto esserci per crescere sua mamma, dando al racconto il potere unico di ricucire ciò che è stato strappato, di raccogliere ricordi possibili e di restituire loro pace.
“La forcina di Teresa perduta nell’infanzia, che vaga inavvertitamente sul selciato dai tempi di quella fiera, quei baracconi – il tirassegno, il lampo prodigioso della fotografia.
Nell’armadio, in via Macrino, l’abito macchiato – la crema del bignè – indossato il giorno del suo matrimonio”.
Pagine che sono come una raccolta di reliquie
Ci sono pagine in questo libro che sono come una raccolta di reliquie: schegge, immagini, odori di una realtà, o “Quel che rimane”, messe in fila in un inventario dell’esistenza che la Varvello riesce a rendere poeticamente domestico e vivo, per un romanzo che racconta la Storia, quella della gente.

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La sua prosa è concreta, fisica, attenta ai dettagli minimi, alle piccole cose insignificanti con le quali colpisce lentamente ma in profondità, facendone metafore potenti; è così che riaccende le luci sui ricordi della sua famiglia, ricostruisce il tempo, restituendo vita e solidità alle sue radici, e a un giovane uomo in posa su uno scoglio, che guardava al futuro sorridendo sicuro.
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Quello di La vita sempre è un lavoro di giustizia narrativa di profonda umanità e intimità, perché la vita è sempre, nonostante tutto: non perché sia giusta, ma perché merita di essere ricordata e custodita.
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Fotografia header: Elena Varvello nella foto di Yuma Martellanz
