“Ilaria nella giungla”, romanzo di formazione d’esordio di Ilaria Camilletti (di cui proponiamo un estratto), autrice classe 2005, tra ironia e commozione affronta temi come l’integrazione, la povertà e i disturbi alimentari. La protagonisista ha finito il liceo e non ha idea di cosa fare da grande. In attesa di settembre, e nella speranza che l’estate porti consiglio, inizia a lavorare all’Oasi, uno sgangherato bar multiculturale a Ostia…
Ilaria Camilletti, classe 2005, è al debutto per Accento con un romanzo “dove la più profonda ironia si alterna alla commozione, le preghiere in romanesco lasciano spazio alle poesie in rima e dove uno spirito genuinamente naif si affianca a una sensibilità concreta verso questioni di integrazione, povertà, disturbi alimentari, in una carovana di emozioni che solo una ragazza di vent’anni avrebbe potuto raccontare con tanta libertà”: nata a Siena (“dove non vive neanche un giorno”), l’autrice all’esordio studia Filosofia a Firenze.
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Ilaria nella giungla, questo il titolo del suo primo romanzo (di formazione), ha per protagonisista Ilaria, che ha finito il liceo e non ha idea di cosa fare da grande. In attesa di settembre, e nella speranza che l’estate porti consiglio, inizia a lavorare all’Oasi, uno sgangherato bar multiculturale a Ostia. Quella dell’Oasi è una fauna atipica, di cui Ilaria impara presto a conoscere le sfumature.
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Ci lavorano Syed, Irina, Alicia e Amin, arrivati in Italia da diversi angoli del mondo, ognuno con una storia intensa alle spalle e con una lingua zoppicante e affettuosa tutta da decifrare. Ma ci sono anche Davide, il figlio-del-capo, con le sue ingenue pretese e i suoi compiti da fare, e Viola, una ragazzina silenziosa che tutti i giorni monta un mercatino davanti al locale.
In questo confusionario contesto, Ilaria dovrà imparare a distinguere l’Aperol dal Campari (e a non rovesciarli), pulire la menta in pochi secondi e portare le comande giuste al bizzoso pizzaiolo ma, soprattutto, scoprirà che nella giungla umana che la circonda è possibile trovare esemplari insospettabilmente più simili a lei di quanto non immaginasse.

Su ilLibraio.it, per gentile concessione della casa editrice, proponiamo un estratto:
OTTO MINUTI
Un puma ci mette otto minuti a disossare una preda.
In otto minuti, può scarnificare tutte le ossa.
L’ho letto sul libro di Davide, il figlio di Pietro, il mio capo.
Bonus curiosità: otto minuti è anche il tempo di cottura delle farfalle Barilla numero 265.
Le uniche che mangia Davide.
Se sono De Cecco, no. Se sono Rummo, no. Se sono fusilli, sparate a vista sui manifestanti.
Otto minuti.
Oggi mancava Farid, il cuoco.
«Tra otto minuti, scolale» mi ha detto Irina.
«Io?»
«Sì. Manca il cuoco. Tutti i camerieri fanno qualcosa oggi in cucina. Non devi fare abbacchio, per Dio. Devi scolare pasta».
«Va bene».
Dovevo scolare la pasta.
Non so cosa sia successo dopo questa informazione, esattamente. Non so quale cataclisma si sia scaraventato su di me.
Ma mi hanno detto di sparecchiare un tavolo.
Di portare uno spritz.
Di portare un altro spritz.
Di apparecchiare per due, Ah no aspetta per tre che hanno bambino.
Di mettere Coca Zero e Coca-lattina su un vassoio. Di portare i fritti.
Metti il seggiolino per il bambino.
Di ricaricare la cisterna col ghiaccio.
Quando sono passata e ho visto Davide, ho orridamente ricordato.
Erano passati inequivocabilmente più di otto minuti.
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Sono corsa in cucina.
Il vapore e la cipolla che preannunziavano il mio martirio.
Ho guardato la pentola.
Sul fuoco avevo lasciato centotré grammi di farfalle Barilla numero 265; ho ritrovato i dragoni di Dragon Trainer.
Sulla pentola, tre dita di acqua nemmeno. Sopra, deltaplani di colla e semola di grano duro.
«L’hai tolta, la pasta?» mi ha chiesto Irina.
Spero con tutta me stessa che una farfalla esca volando e mi porti via.
«In pratica è successo che…»
«Lascia perdere, pitipoanca. Esci. Faccio io. A voi italiani non si può chiedere nemmanco di scolare pasta. Fa ridere, eh?»
In religioso silenzio, torno nella cella frigo.
Non è nella mia lista scolare la pasta.
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Io apparecchio sparecchio levo cannucce butto tovaglioli monto seggiolini pulisco tavoli spazzo la sala LAVO I BAGNI preparo gli aperitivi sistemo i vassoi faccio la lista della cena porto le pizze.
Io non scolo la pasta.
Ma lo sai fare fuori dal lavoro. Certo. Fuori, sì.
Fuori so anche avere una conversazione che dura più di un minuto. Conosco più frasi di “in-fondo-a-destra” e “pizza-o-lasagna”.
Fuori, ho una serie variegata di risposte che darei a un bambino di tredici anni con le richieste di Davide.
Fuori sono altro, sono io. Non monto seggioloni. Non colleziono tanga trovati pulendo i bagni delle donne.
Ma fuori è fuori.
Dentro, ognuno ha dei codici. I suoi codici. Chiama porta sparecchia lava.
Scola la pasta non è tra i miei.
(continua in libreria…)
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Fotografia header: Ilaria Camilletti nella foto di © Sandro Michahelles