“Non ho mai portato la tonaca. Sono allergico a tutte quelle liturgie. Sono sempre stato un prete un po’ matto. Senza la follia non sarei riuscito a entrare in sintonia con i miei ragazzi e diventare per loro un educatore, e un padre”. Don Antonio Mazzi, che ha da poco compiuto 96 anni (“Ho chiesto al Padreterno una proroga perché ho ancora molto da fare”), ha festeggiato i quarant’anni della prima Carovana di Exodus, un’intuizione nata nel 1985 per spingere più in là la notte dei ragazzi tossicodipendenti portandoli in giro per un cammino educativo, di consapevolezza e rinascita. In quest’intervista si racconta a tutto campo, parlando della sua infanzia in collegio, del suo percorso, delle sue battaglie, del suo metodo (“All’inizio non sapevo niente di droga, ma piano piano ho imparato e ho creato un metodo basato sulla comunicazione”), del suo rapporto con la fede e con la Chiesa (“Il Vangelo dobbiamo ancora scoprirlo davvero. Soprattutto noi preti…”) e dei più giovani: “I figli sono come aquiloni, a un certo punto li devi mollare. Se non hai il coraggio di lasciarli andare, li rovini. Un figlio, per diventare davvero sé stesso, deve prendere il vento, inciampare, anche cadere”
Ogni giorno nel suo ufficio in mezzo al verde del Parco Lambro scrive lettere a mano e legge i giornali. Tra le foto ce n’è una incorniciata con il tronco di un albero e decine di siringhe conficcate. C’è scritto: “Parco Lambro 1984”. Un monito per ricordare quando e dove tutto è cominciato: la palude sociale dell’eroina che inghiottiva le vite di tanti giovani in questo polmone verde tra l’ospedale San Raffaele, la tangenziale e il quartiere residenziale di Milano 2.
Il 2025 è un anno di anniversari importanti per don Antonio Mazzi che il 30 novembre ha tagliato il traguardo dei 96 anni (“ho chiesto al Padreterno una proroga perché ho ancora molto da fare“, dice prima di tagliare la torta preparata per il suo compleanno) e festeggiato i quarant’anni della prima Carovana di Exodus, un’intuizione nata nel 1985 per spingere più in là la notte dei ragazzi tossicodipendenti portandoli in giro per un cammino educativo, di consapevolezza e rinascita.
Maglione e pantaloni scuri, sneaker, capelli un po’ scarmigliati. Sulla scrivania, in mezzo a una distesa di carte, alcune copie del libro Voglio ancora cambiare il mondo (San Paolo) e di Saggezza e follia (Piemme), appena uscito in libreria, in cui il “prete dei tossicodipendenti e degli assassini”, come l’hanno definito, racconta la sua vita, più avventurosa di un romanzo, e la sua vocazione a farsi padre di chi l’ha perso.

Don Mazzi, il suo primo ricordo da bambino?
“Nel collegio fondato da don Calabria a Verona piangevo come un disperato. Mi mancava papà, morto di broncopolmonite quando avevo tredici mesi. Mia mamma viveva di ricamo, soldi non ce n’erano. Mi mandò nell’istituto, dove sono cresciuto. Don Calabria diceva che ero intelligente, ma matto. In terza media fui anche bocciato per cattiva condotta. Ero ribelle e arrabbiato”.
Perché?
“Andavo in chiesa perché mi costringeva mia mamma, ma non mi convinceva quel Dio che, dicevano tutti, aveva preso papà. Ero orfano anche di madre, in un certo senso, perché mamma era innamorata del marito e non riusciva a elaborare il lutto. La sentivo distante, quasi estranea. E poi non sopportavo i preti. Tutti con la fissa dell’obbedienza e della preghiera”.

Allora come è diventato prete?
“Dopo il liceo, Don Calabria mi mandò a lavorare nella ‘Città dei ragazzi’, dove il vescovo di Ferrara aveva raccolto giovani e adolescenti in situazioni di disagio, tuttora attiva. Nel 1951 arrivò l’alluvione del Polesine. Ci portavano i disperati a centinaia. Io, che avevo sempre sofferto la mancanza di papà, mi trovai con frotte di orfani che mi cambiarono il cuore e lo sguardo sulla vita. Se questi avevano perso tutto in una notte, chi ero io per soffrire? Andai dal vescovo e gli dissi: ‘Pianto tutto e rimango con loro'”.
E il vescovo?
“Non ci credeva. Mi disse: ‘Tu? Balordo come sei?’. Gli dissi che quei bambini mi chiamavano papà. Lì il vescovo cambiò tono: ‘Prima ti devi convertire’ e mi spiegò, un po’ perplesso, come funzionava”.
Che ricordo ha dell’ordinazione il 26 marzo 1955?
“Dissi che non avevo soldi per comprare la veste e me la prestò il vescovo e aveva tre taglie in più. Non ho mai portato la tonaca. Sono allergico a tutte quelle liturgie. Sono sempre stato un prete un po’ matto. Senza la follia non sarei riuscito a entrare in sintonia con i miei ragazzi e diventare per loro un educatore, e un padre”.
La prima esperienza con i giovani?
“Negli anni Sessanta, dal ’62 al ’69, sono stato responsabile del centro giovanile della parrocchia di San Filippo Neri, nella borgata Primavalle a Roma. Ho salvato dallo sbando decine di ragazzi con calcio, pallavolo e pallacanestro. Mi sono spaccato tre volte le gambe”.
Quando arriva a Milano?
“Nel 1979 mi chiedono di venire a dirigere l’Opera don Calabria di via Pusiano, a ridosso del Parco Lambro, famoso come il più grande mercato europeo dello spaccio. Mi ero preparato per occuparmi di disabili. Di droga non sapevo nulla. Ma qui negli anni Settanta l’emergenza non era tanto la disabilità quanto la droga. Ricordo i tronchi degli alberi trafitti di siringhe come puntaspilli”.

Aveva paura?
“Nel frattempo Carlo Maria Martini era diventato vescovo di Milano. Insieme decidemmo che questo sarebbe diventato il presidio estremo dell’attenzione per gli ultimi. Ho rischiato la pelle, sui muri scrivevano scritte minacciose contro di me. Nel settembre 1988 organizzai la pulizia del Parco e il Comune mi assegnò la Cascina Molino Torrette, che diventò il mio campo base”.
Oggi Exodus ha alle spalle quarantuno anni di attività e una trentina di centri sparsi in tutta Italia. Qual è il suo segreto?
“Non ho inventato nulla. Don Bosco, il fondatore dei Salesiani, educava i ragazzi con il gioco e l’oratorio. Io invece ho pensato alle carovane”.
Cosa sono?
“A San Patrignano li tenevano dentro la comunità. Io ho fatto una scelta diversa: ai disperati del Parco Lambro proposi di venire con me a fare un’avventura perché se ai ragazzi dai un’avventura, cambia tutto. E nel 1985 partimmo con la prima carovana, quattordici ragazzi e sei educatori nove mesi in giro per l’Italia con le bici e il camper. Arrivammo a Milano la notte di Natale. Non ho segreti, credo negli spazi aperti, nelle alternative alle carceri. All’inizio non sapevo niente di droga, ma piano piano ho imparato e ho creato un metodo basato sulla comunicazione, sulla parola. Parlare è una cosa, comunicare è un’altra“.
Può interessarti anche
L’hanno definita in tanti modi: “prete vip”, “ribelle” “teleparroco”, “lingua lunga”, “prezzemolino”. Lei come si definirebbe?
“Non mi piacciono le definizioni. Neanche quella di prete. Mi piace di più la parola padre, perché non l’ho mai avuto e perché quello che cerco di dire ai cosiddetti specialisti, quelli che hanno sempre la formula pronta per tutto, che il padre non è colui che genera ma colui che fa crescere il figlio, che è l’avventura più complicata e straordinaria da compiere. Tra fare il padre ed essere padre passa il mondo”.
Lei dice spesso che gli adulti e gli educatori devono riscoprire la disobbedienza come virtù civile.
“Noi abbiamo sempre legato l’obbedienza alle regole. Ma nel Vangelo non è così. Nel Vangelo c’è una disobbedienza che non nasce dal rifiuto, ma dall’amore. E il più grande disobbediente è proprio Cristo. Una disobbedienza positiva, che scandalizza, che dà fastidio, soprattutto in certi ambienti. Io credo questo: dentro di noi non c’è bisogno prima di tutto delle regole. Il padre non è quello che fa rispettare le regole”.
E chi è?
“Il padre è quello che vive relazioni così vere che accanto a lui nasce un figlio. Non perché gli ha dato un ordine, ma perché la sua vita è generativa. Il padre non è un controllore: è uno che genera continuamente. Anche Gesù Cristo ha fatto fatica a capire il Padre. Lo si vede sulla croce, quando gli fa quella domanda drammatica: ‘Perché mi hai abbandonato?’. Anche per lui la paternità è stata una lotta, un cammino. E gli apostoli non hanno mai capito fino in fondo questo Cristo disobbediente: l’hanno capito come profeta, come maestro, ma non nella sua disobbedienza radicale. Il Vangelo dobbiamo ancora scoprirlo davvero. Soprattutto noi preti”.
Scopri il nostro canale Telegram
Ogni giorno dalla redazione de ilLibraio.it notizie, interviste, storie, approfondimenti e interventi d’autore per rimanere sempre aggiornati
Ha anche detto che per educare bene serve applicare la “regola dell’aquilone”. Cos’è?
“Il figlio è come un aquilone, a un certo punto lo devi mollare. Tieni pure un filo minimo, ma lo devi mollare. All’inizio i figli sono i nostri bambolotti, ti fanno tenerezza solo a guardarli. Ma se non hai il coraggio di lasciarli andare, li rovini. Perché un figlio, per diventare davvero sé stesso, deve prendere il vento, inciampare, anche cadere”.
Vale anche per i ragazzi di Exodus?
“Sì. Secondo alcuni la regola per recuperare i ragazzi è: pur di non lasciarti libero, con il rischio che combini chissà cosa, ti incateno. La mia invece è: pur di non incatenarti, ti lascio libero di andare via”.
E se poi non torna più?
“Una persona quando deve scegliere tra la vita e la morte sceglie sempre la vita. Ma bisogna che qualcuno glielo dica. E io ai miei ragazzi gliel’ho sempre detto”.
Quanto è cambiato il mondo della droga oggi?
“Tantissimo. Prima, con l’eroina e la cocaina, le persone si potevano disintossicare e imparavano un mestiere, ora le droghe chimiche e sintetiche bruciano il cervello e il cattivo esempio degli adulti fa il resto”.
Nella sua comunità ha ospitato, tra gli altri, l’ex terrorista Marco Donat-Cattin, figlio del ministro Dc, Erika De Nardo e Milena Giambattista, che con altre ragazze nel 2000 uccise suor Maria Laura Mainetti a Chiavenna.
“Marco soffriva tanto, il rapporto con il padre era difficilissimo. Una sera ebbe una crisi fortissima: ‘Se mio padre fosse stato il don, forse non sarei così’. La notte di Natale me lo trovai alla Messa, gli diedi la comunione”.
Scopri la nostra pagina Linkedin
Notizie, approfondimenti, retroscena e anteprime sul mondo dell’editoria e della lettura: ogni giorno con ilLibraio.it
Che ricordo ha di Erika De Nardo?
“L’ha salvata il papà, che l’ha sempre seguita e le è rimasto accanto nonostante tutto. Aveva un carattere forte, era una leader anche in carcere. Si è rifatta una vita, non la sento più da tempo”.
Cos’è la fede?
“Una domanda. Davanti a Dio siamo tutti dei poveretti, anche il Papa, anche i cardinali, perché tutti siamo lì a domandare”.
Come ha festeggiato il compleanno?
“Pensando ai prossimi quarant’anni di Exodus. Cascina Mulino Torrette, la nostra storica prima casa, è a rischio allagamento a causa delle esondazioni del fiume Lambro e non può più ospitare una comunità residenziale. I 24 giovani che ci sono adesso traslocano a Garlasco mentre a Milano nascerà un Centro diurno educativo specialistico per ragazzi fino ai vent’anni che vivono situazioni di crescente disagio. L’obiettivo è seguirne 150 all’anno. I primi ad arrivare saranno i minori dal penale, in accordo con il Centro di giustizia minorile. Poi i ragazzi che i reparti di neuropsichiatria non riescono a intercettare in tempo”.
Ha intitolato uno dei suoi ultimi libri Voglio ancora cambiare il mondo. Come si cambia il mondo?
“Non lo so, ma credo che se ogni mattina mi alzo è perché il Padreterno vuole che io cambi qualcosa. Se non fosse così, non mi farebbe neanche alzare”.
Ha paura di morire?
“No, ma ho chiesto al Padreterno una proroga perché ho ancora un po’ di cose da fare”.
Scopri le nostre Newsletter
Notizie, approfondimenti e curiosità su libri, autori ed editori, selezionate dalla redazione de ilLibraio.it