Biblioteche e librerie spesso non sanno come classificarli. Eppure non è un genere nuovo, e ha avuto una solida fortuna nel mondo anglofono (decisamente meno in Italia). Parliamo del romanzo in versi: un genere letterario a sé, che fonde la libertà della poesia per raccontare una storia come un romanzo. Ecco un percorso di lettura ricco di spunti a cura di Fabiano Alborghetti, poeta e critico, in uscita con il romanzo in versi “Il movimento elementare”

Il romanzo in versi: camminare sui bordi per andare lontano…

Il romanzo in versi: un genere letterario a sé, che fonde la libertà della poesia per raccontare una storia come un romanzo. Le biblioteche non sanno come classificarli (normalmente li mettono nella sezione poesia) e le librerie fanno uguale; il pubblico non sa cosa aspettarsi e chi lo scrive, perlomeno in Italia, incontrerà reticenza da parte degli editori.

Eppure, non è un genere nuovo. Eliminando i precursori storici (i poemi epici), la prima lunga narrazione in versi moderna è Eugene Onegin di Puškin; il modello trova poi una forma pienamente contemporanea con Aurora Leigh di Elizabeth Barrett Browning (1856), il primo esempio di scrittura in versi sciolti.

Nel tempo, questa forma di scrittura troverà una solida fortuna nel mondo anglofono (dove è definitivamente sdoganato) una costellazione di risultati in italiano e, tranne rarissimi casi, l’inesistenza in quasi ogni altra lingua.

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La ragazza Carla di Elio Pagliarani

Il romanzo in versi in Italia

Gli albori del romanzo in versi in Italia vengono spesso ricondotti a Elio Pagliarani con La ragazza Carla (1962), storia di una segretaria nel pieno del boom economico, e La ballata di Rudi (1995), vicenda di un giovane marginale nella riviera romagnola di fine anni Cinquanta. In entrambi i casi si tratta però di poemi lunghi.

La camera da letto di Attilio Bertolucci

Il primo vero romanzo in versi contemporaneo è La camera da letto di Attilio Bertolucci (1984–1988; edizione completa Garzanti, 2020), dove in 46 capitoli si snoda la storia familiare dell’autore e dei suoi antenati. Tutti dicono Germania di Stefano Vilardo (Garzanti, 1975), racconto corale dell’emigrazione siciliana verso il Nord Europa, ne rappresenta un importante antecedente. Per tutti loro, la narrazione in versi di largo respiro non si ripeterà.

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La maggior parte degli autori scrive infatti romanzi in versi “spot”, legati a progetti specifici: dal racconto di una generazione di universitari all’impasse (Perciò veniamo bene nelle fotografie, Francesco Targhetta, 2012; Mondadori 2019) all’amore travagliato nella Sarajevo degli anni Novanta (La cotogna di Istanbul, Paolo Rumiz, Feltrinelli 2010); dal suicidio inspiegabile della moglie (Cemento e vento, Noé Albergati, Capelli 2025) alla Torino delle periferie contrapposta a un altrove potenziale (Pacific Palisades, Dario Voltolini, Einaudi 2017), fino alla biografia di una cantante (Ballata di Nina Simone, Francesca Genti, HarperCollins 2021).

Una menzione a parte va a Stefano Massini con Qualcosa sui Lehmann (Einaudi 2016) e Donald. Storia molto più che leggendaria di un golden man (Ibid. 2025), entrambi debitori della sua formazione drammaturgica.

Colui che invece ha fondato la propria carriera scrivendo esclusivamente romanzi in versi è Alberto Bellocchio, raramente accreditato come il più prolifico autore del genere. Tra i suoi titoli: Il libro della famiglia (Il Saggiatore, 2004), Il romanzo di Aldo (Effigie, 2006), Sirena operaia (Il Saggiatore, 2000). Con uno stile tanto riconoscibile quanto talvolta irriverente, Bellocchio affronta temi a largo delta: storia familiare, infanzia, coscienza politica, in una produzione coerente sviluppata nell’arco di due decenni.

Romanzi in versi in traduzione

In questa costellazione di storie (dove ho tralasciato molti titoli), vanno citate alcune opere fortunatamente tradotte: un amore travolgente che è però un tradimento coniugale (Vero e mio e segreto e doloroso, di Sarah Crossan, Mondadori 2021) e, sempre a sua firma, la storia di due gemelle  siamesi (One, Feltrinelli, 2017); la vita di Anne Beaumanoir, militante della Resistenza francese e neuroscienziata (Annette, un poema eroico, di Anne Weber, Mondadori 2021), la tossicodipendenza (Crank, di Ellen Hopkins, Fazi, 2011), la San Francisco degli anni ’80 (The Golden Gate di Vikram Seth, Guanda, 2008), i vagabondaggi di Fred durante la Prima guerra mondiale (Freddy Nettuno, di Les Murray, Giano 1998) o la riscrittura di un mito greco attraverso la vita di un quattordicenne contemporaneo (Autobiografia del Rosso di Anne Carson, La Nave di Teseo, 2020).

Prolifica autrice è stata Dorothy Porter: che sia la vita di un faraone (Akhenaton, Fandango, 2000), un omicidio e seguente investigazione (La maschera di scimmia, Ibid. 2001) oppure la caduta morale e psicologica di un accademico narcisista (Che gran capolavoro, Ibid. 2001) le sue narrazioni hanno il potere di transitare sia verso un grande pubblico che verso altri media: radio, teatro e La maschera di scimmia verrà trasposto per il cinema nel 2000; un destino recentemente capitato a Aniara, dello svedese Premio Nobel Harry Martinson (1904-1978): dal suo scritto del 1956, il film Aniara – Rotta verso Marte del 2018. Quello di Martinson è inoltre un caso unico: è un romanzo in versi di fantascienza (una “space opera”, ma non più disponibile in italiano).

Poemi e poemetti…

In parallelo ai romanzi in versi, coesiste una moltitudine di poemi e poemetti: dal già citato Elio Pagliarani a La comunione dei beni di Edoardo Albinati; da Il conoscente di Umberto Fiori a Poema di noi di Giorgio Piovano (1950, poi 2008) o i molti lavori di Ottiero Ottieri (ma la lista è davvero lunga).

Quando un romanzo in versi finisce, non resta un finale

I due generi hanno consonanze forti e spesso è arduo distinguerli ma c’è una differenza sostanziale: se il romanzo in versi nasce per raccontare una storia come un romanzo, ma usando i versi (i versi sono lo strumento e non il fine; se tolgo i versi, la storia comunque regge), nei poemi e poemetti la forma poetica viene prima (se tolgo i versi, l’impalcatura collassa). Una distinzione irrilevante per il lettore e di interesse solo per gli addetti ai lavori, che però spesso sono i primi a non notarne le differenze.

Il romanzo in versi è una creazione di rara postura: cammina sui bordi, con un passo che non riconosciamo del tutto, eppure ci porta molto lontano. Non corre, non riassume, non spiega: avanza battendo il proprio tempo e nei suoi versi la storia non si scioglie ma si incide. E quando un romanzo in versi finisce, non resta un finale: resta piuttosto una voce che continua a camminare nel lettore. Somiglia alla verità, ma profuma di poesia.

Copertina di Il movimento elementare di Fabiano Alborghetti

IL LIBRO E L’AUTORE – Fabiano Alborghetti è nato a Milano nel 1970 ma da tempo vive in Canton Ticino (Svizzera). Poeta, critico e promotore culturale, negli anni ha fondato riviste, creato programmi radio e rappresentato la lingua italiana in festival nazionali e internazionali, e non di meno è stato co-autore e presidente della Casa della Letteratura per la Svizzera italiana (2019-2025). Oggi collabora come consulente editoriale per case editrici e riviste.

Dopo aver pubblicato sette raccolte di poesia – tra cui Corpuscoli di Krause, candidato al Premio Strega Poesia nel 2023 e pubblicato da Gabriele Capelli Editore – e il romanzo in versi Maiser (Marcos y Marcos), con il quale ha vinto il Premio Svizzero di Letteratura, ora arriva in libreria con Il movimento elementare (Gabriele Capelli Editore).

Fabiano Alborghetti nella foto di Michela Di Savino

Fabiano Alborghetti nella foto di Michela Di Savino

Questo nuovo romanzo in versi (genere che l’autore studia e colleziona da oltre quindici anni) vuole “raccontare le vite dei fragili”, e muovendo da una lunga tradizione cerca di rispondere ad alcune domande fondamentali. Cosa resta della vita di un uomo? Come raccontare quella vita, se è quella del proprio padre?

Partendo da una storia vera, Alborghetti ricostruisce le vicende umane del proprio genitore, e così facendo amplia lo sguardo sulla Storia e sui cambiamenti che hanno segnato un mondo. Si sviluppa così un’opera che tende al memoir, tra desiderio di riscatto e scelte sbagliate, un’educazione fatta di “mani pesanti” e un matrimonio fallito…

È così che il privato e il pubblico si uniscono all’interno di una riflessione sul legame padre-figlio e sull’eredità di ciò che è stato. 

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