“Ancora oggi ho un ricordo esatto dei primissimi anni della mia infanzia. Credo che ognuno di noi abbia un periodo della propria vita più emblematico, per me è proprio l’arco dai tre ai quattro anni di età”. In occasione dell’uscita di “Meglio così”, la scrittrice belga Amélie Nothomb si racconta con ilLibraio.it: “Le cose non sono cambiate molto… non è fondamentale se un uomo sia bello o meno, ma è importante che una donna sia bella…”. E ancora: “Sì, l’anoressia fa parte del mio avvicinamento alla scrittura, perché mi ha fatto scoprire la fame, che è indispensabile per poter scrivere…” – L’intervista
Dopo aver raccontato la figura del padre in Primo Sangue (Premio Strega Europeo 2022), e il legame profondo con la sorella in Il libro delle sorelle (2023), la scrittrice belga Amélie Nothomb torna in libreria con Meglio così, il romanzo dedicato alla madre, Danièle Scheyven, scomparsa, l’11 febbraio 2024, all’età di ottantasei anni.
Nell’estate del 1942, mentre Bruxelles è sotto i bombardamenti, la piccola Adrienne – alter ego della madre – viene mandata dai genitori a Gand, nella tetra abitazione della nonna materna.
A quattro anni e mezzo, Adrienne ha una fantasia vivacissima e un’acuta capacità di osservare il mondo. Davanti ai comportamenti vessatori messi in atto dall’anziana donna, soprattutto durante i pasti, la bambina comprende presto che nessuno verrà mai a salvarla. Invece di crogiolarsi nella tristezza, reagisce con allegria e positività, opponendo resistenza e rifugiandosi in due parole: Meglio così. “Meglio così non significava bendarsi gli occhi”, scrive Nothomb, “ma far trionfare la vita, la voglia di vivere”.
Questa formula verbale diventa uno strumento di fede che le permetterà di sopravvivere durante tutta la sua vita: dall’adolescenza “ingrata”, con i suoi segreti e la scoperta della femminilità, al matrimonio d’amore durato sessantasei anni, fino alla perdita della memoria e alla sua morte.
Abbiamo incontrato Amélie Nothomb a Roma, in occasione del suo tour italiano, negli spazi della Gelateria Fassi dove, per l’occasione, è stato inaugurato un nuovo gusto di gelato chiamato “Nothomb”.

A differenza di Primo Sangue, in cui a raccontarsi era la voce stessa del padre, qui il romanzo biografico in prima persona lascia il posto alla fiction. Quale esigenza personale l’ha spinta verso questa scelta narrativa?
“In entrambi i romanzi volevo ritrovare la voce dei miei genitori, di mio padre e di mia madre. Trovare la voce paterna è stato facile perché mio padre vive dentro di me, per la voce di mia madre è stato più complesso perché lei non era e non è in me. Quindi, per scoprirla, ho dovuto scrivere una sorta di favola”.
Come già in Metafisica dei tubi, protagonista delle prime pagine del suo nuovo romanzo è una bambina. Che rapporto ha con l’infanzia?
“Ancora oggi ho un ricordo esatto dei primissimi anni della mia infanzia. Credo che ognuno di noi abbia un periodo della propria vita più emblematico, per me è proprio l’arco dai tre ai quattro anni di età. È come se il mio vero ‘io’ abbia ancora tre o quattro anni”.
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Da scrittrice e persona adulta, prova gelosia nei confronti della fantasia senza limiti dei bambini?
“Ho mantenuto quell’immaginazione, e dunque non provo affatto gelosia, perché la conservo ancora. Quando scrivo ho ancora una volta tre anni e anche quando mangio il gelato!” (ride).
Gusto preferito?
“Quando ero piccola era il pistacchio e… oggi è sempre il pistacchio”.
Nelle difficoltà Adrienne si rifugia in due parole: Meglio così. È una preghiera che lei stessa si ripete durante i periodi di difficoltà?
“Ci ho provato più volte, ho preso in prestito da mia madre il ‘meglio così’, ma per me è più difficile che funzioni come un mantra. Qualche rara volta ha avuto efficacia, mentre per mia madre ha sempre funzionato”.
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Nel romanzo prende forma una sorta di giallo attorno alla scomparsa di gatti dal quartiere. Morante, Ginzburg, Lessing adoravano i gatti. Lei che rapporto ha con i felini e, più in generale, con il mondo animale?
“Amo enormemente i gatti, ma non posso permettermi di viverci insieme, perché mi identifico con un uccello e quindi avrei troppa paura. In più, ho timore che i gatti si vendicano su di me della crudeltà di mia nonna”.
Nelle parole della nonna materna è evidente la sua ossessione per l’alimentazione, e per un corpo magro e sano, temi centrali nel suo romanzo Biografia della fame. Quali battaglie e quali desideri nascosti si giocano sul tavolo della fame?
“È un problema della femminilità: il corpo magro è il rifiuto della femminilità, con cui chiaramente la mia famiglia materna non aveva un bel rapporto, fatto che era molto frequente all’epoca e che è facilmente ereditario: si trasmette da madre a figlia, soprattutto nei primi anni dell’infanzia”.
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Durante la metà degli anni Cinquanta, la madre di Adrienne teme di invecchiare e di perdere la bellezza. Nella nostra società quanto peso ha ancora la bellezza femminile?
“Non è cambiato molto: non è fondamentale se un uomo sia bello o meno, ma è importante che una donna sia bella. Il mondo racconta che ci sono stati dei progressi, ma non ne vedo molti!”.
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Crede che oggi, con una maggiore messa in discussione del patriarcato e una più ampia autonomia femminile, le donne siano più orientate a costruire alleanze invece di considerarsi rivali?
“Sì, assolutamente. Giorno dopo giorno, io stessa constato che c’è un aumento della solidarietà femminile”.
Anche nel mondo editoriale?
“Assolutamente, voilà (ride e abbraccia la sua editrice italiana, Daniela Di Sora). Ho trentacinque editori sulla terra e una sola editrice, ed è proprio lei la mia preferita”.
Crede nella “sorellanza?”.
“Per me è molto importante”.
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A proposito di battaglie, lei è cresciuta in paesi molto diversi, dal Giappone al Bangladesh, venendo in contatto con comunità più o meno povere. Quanto è importante nei suoi romanzi il discorso di classe?
“È fondamentale nella misura in cui si lega alla fame. In Bangladesh tutti muoiono di fame e la situazione di povertà ha colpevolizzato molto la fame dentro di me. Tutto questo ha avuto – e ha tuttora – un peso nel processo di scrittura dei miei libri”.
Dopo aver affrontato l’esperienza dell’anoressia, per lei la scrittura è diventata un modo per riempire lo spazio vuoto lasciato dalla malattia?
“Non è esattamente un riempitivo, ma è vero che l’anoressia fa parte del mio avvicinamento alla scrittura, perché mi ha fatto scoprire la fame, che è indispensabile per poter scrivere. Non ho il diritto di mangiare fino a quando non ho finito di scrivere quello che volevo. Ho cercato di scrivere dopo aver mangiato, ma non funziona, per me è impossibile”.
Quando non scrive, cosa legge?
“Scrivo tutti i giorni della mia vita, è chiaro che quando ho finito di scrivere leggo moltissimo, e di tutto. Soprattutto romanzi”.
La piccola Amélie, il film d’animazione tratto dal suo romanzo Metafisica dei tubi, è in corsa agli Oscar 2026 per il Miglior film d’animazione. È soddisfatta dell’adattamento?
“Sono molto contenta dell’adattamento cinematografico, l’ho visto quindici volte e questo tardo pomeriggio lo rivedrò per la sedicesima”.
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