Non è impresa semplice cogliere un'esistenza giocata sulla sottrazione. Terence Davies, cineasta inglese, racconta senza sbavature la voce distante/presente di Emily Dickinson...

“A still – Volcano – Life –
That flickered in the night –” (601)

A quiet passion racconta questo luccichio incandescente nel buio, la scintilla di una poesia luminescente, l’oscurità di una poetessa autoreclusasi per scelta, centro pudico e generatore della letteratura americana moderna, una vita avvolta in un candore virginale, sempre più rinchiusa nella sua dimora puritana del Massachusetts, eppure fecondissima. Non è impresa semplice cogliere un’esistenza giocata sulla sottrazione e un’opera tessuta di nascosto, sfociata nel successo quasi tutto postumo delle sue 1775 poesie, rilegate a mano dall’autrice in piccoli quaderni, composte senza quasi mai muoversi da un paesino con poche migliaia di anime, durante notti silenziose, solitarie e alchemiche.

Raccontare questa “still life” attraverso gli strumenti del cinema è impresa davvero ardua, una sfida notevole, ossimorica, come mostrare qualcosa che volutamente desidera rifuggire allo sguardo, catturare il movimento di ciò che appare immobile, ed eppure erutta dentro come fuoco che (com)muove.

A quit passion

L’agiografia, con la tentazione del santino femminista, sarebbe pur stata facile (come non mai benvenuta nell’era del #metoo, attratta dalla vicenda di una donna refrattaria agli spasimanti e fuori dagli schemi), l’esercizio di oleografia e vecchi merletti alla James Ivory sempre dietro l’angolo, e il malcostume lezioso e vuoto di troppi film in costume un rischio concreto che si poteva correre senza intoppi. Eppure Terence Davies, cineasta inglese di Liverpool, che si era segnalato già dal 1988 con Voci lontane, sempre presenti (profetico errore di traduzione di Distant Voices, Still Lives) e alle prese più recentemente con un adattamento dalla Warthon, racconta senza sbavature la voce distante/presente di Emily Dickinson, lavorando su documentazione necessariamente scarsa, inserzioni testuali dei suoi versi giuste e selezionate, e la fantasia – qui vitale e capace di produrre lo scarto – di chi sa mettere in scena la scintilla invisibile della creazione.

E se il dialogo, insieme alla verve interpretativa di Cinthia Nixon (la Miranda di Sex and the City, qui la Dickinson matura), inietta la giusta dose di wit, l’ironia pungente, sofisticata e spietata dell’arte perduta della conversazione, è anche e soprattutto la regia di Davies a costruire un film che si distingue dal biopic abituale e sa usare gli strumenti del cinema per mettere in crisi la convenzione e raccontare, mimetico del suo oggetto, un personaggio compostamente dirompente.

Split screen. Foto di gruppo di collegiali. La scena inaugurale del film è letteralmente critica: separazione, sospensione, distinzione di un’anima. La figura di Emily si configura da subito nella sua separatezza dai gruppi, nel rifiuto tenace e limpido di dichiarare un’appartenenza di comodo. Quando sceglie di non scegliere da che parte stare non lo fa per pusillanimità o per vezzo, ma per vocazione profonda e rispetto di sé: abbandona il cristianesimo dogmatico dell’istituzione per tornare a casa da un padre serio anche quando sorride, ma disposto a concedere alla figlia di coltivare il dono della scrittura, anche nel cuore della notte e nella stanza tutta per lei. La scrittura è libertà.

Panoramica. Ritratto di famiglia in interno. In una stanza chiusa, nella penombra vespertina, la macchina da presa riunisce in circolo un quadro di famiglia, in una caustrofilia sottilmente incestuosa che confina, volontario e paradossale esilio senza uscire di casa, la poetessa, capace di viaggiare in profondità all’interno della sua camera come solo i grandi. Di questa intensione (il contrario di una vuota estensione che sembra dominare i nostri tempi) e di questa intensità centripeta, anacronistica e potente, racconta anche questo film. Ché la poesia è focus, concentrazione, attenzione estrema.

Stacco. La rottura. All’appunto stizzito del padre che un piatto è sporco, Emily lo prende e lo butta per terra, rivendicando: “Ora non lo è più”. È attraverso questa forza, anche e in primis distruttiva, esercitata prima e di più con la lingua (ché nel poeta il dire è un fare), e secondariamente con le scelte d’abbigliamento e di comportamento, che si esprime sempre e comunque una frattura, un’intransigenza provocatoria e irriverente, uno slittamento, un punto di vista effrattivo, che prenda forma nell’ironia della notazione, nell’espressione libera dell’opinione, nella ricerca pervicace di verità e bellezza. E che cosa avviene se non questo nel segreto concepimento di un verso?

Luci e ombre. Una silhouette nera di un uomo che entra nella notte e il vestito bianco indossato anche durante il lutto. I lumi di candela nella notte e la luce del giorno velata dalle tende. La venuta alla luce di un nipote e gli orrori là fuori della guerra di secessione. L’amore impossibile per un reverendo e la condanna senza appello per le trasgressioni fraterne. Di luci e ombre è fatta la vita di Emily (e il tempo nel quale vive), insieme libera e reclusa, ascetica e frustrata, ironica e inacidita, spietata e ipersensibile. La capacità di raccontarne i contrasti, finanche le contraddizioni, ne fanno un ritratto umano troppo umano, dunque convincente. S’è detto dell’ossimoro: gli opposti, anche nell’opera come nella vita, co-esistono.

Messa in quadro. Finestre e porte, come usava il melodramma classico, anche se qui l’emozione è trattenuta e quasi cristallizzata, circoscrivono e imprigionano il corpo di Emily, ne fanno – letteralmente – una galleria di quadri, incorniciati con misura e maestria, un’elegante gabbia, dalla quale la poetessa non esce, forse per paura di rimanere chiusa fuori. Così è la scelta, del soggetto, della parola giusta, è un modo per inquadrare le cose e a un tempo per liberarne senso e sentimento.

Messa a fuoco. È attraverso un gioco di lenti, in una scena di posa fotografica, che l’avvicinarsi dello sguardo produce una metamorfosi dei volti. Se il cinema, secondo il celebre adagio di Jean Cocteau, è la morte al lavoro sul corpo dell’attore, in questa sequenza i lineamenti degli attori cambiano, e la Emily giovane (Emma Bell) transita, senza soluzione di continuità, nella Dickinson matura (la Nixon). Dissolvenza incrociata di originale efficacia racconta lo scorrere inesorabile di kronos. La poesia profonda e ineluttabile, creativa e disgregativa, del passare del tempo sui lineamenti dei protagonisti ricorda più l’invecchiamento magistrale di un C’era una volta in America di Sergio Leone che l’effettistica video peterpanesca del Black or White di Michael Jackson, per intenderci. Le rughe e le righe così s’imprimono nella memoria.

Plongée. Esprit de l’escalier. Guardare dall’alto. Da un dopo. Quasi come fosse Dio. Alterigia? Superbia? Distacco? Emily decide a un certo punto di vivere al primo piano, e non scendere più. Riceve pretendenti senza speranza da sopra le scale, obbligandoli a stare da basso. Così guarda i funerali dei genitori, da dietro una finestra. Questo suo graduale allontanarsi da terra non appare tanto un gesto di supponenza, quando un preludio della fine, un allontanamento dal terreno, una sorta di ascesi, assecondata dalla malattia che s’impossessa di lei. Ancora un’evoluzione dolorosa e necessaria dello sguardo.
Fuori campo, santo. La forza delle parole, oltre la morte, sopravvive nelle poesie. Dall’alto, gli occhi di Emily vedono il suo stesso funerale. In sottofondo, punteggiano di intime rivelazioni questo kammerspiel. Bella idea della sfida immortale del poeta: la sua voice over. Diceva Rimbaud: “Dunque il poeta è veramente un ladro di fuoco”. Della potenza della Dickinson rimane questa voce, racchiusa in quelle 1775 poesie, pronte a sprigionarsi e a far luccicare nuovamente il nostro sguardo.

L’AUTORE: qui tutte le recensioni e gli articoli di Matteo Columbo per ilLibraio.it

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