Nel libro "Come se tu non fossi femmina - Appunti per crescere una figlia" Annalisa Monfreda mette a punto una lista di lezioni che vorrebbe che le figlie imparassero nel loro cammino di crescita - Su ilLibraio.it un capitolo

Annalisa Monfreda, direttrice di Donna Moderna e Starbene, è in libreria per Mondadori con Come se tu non fossi femmina – Appunti per crescere una figlia, un libro autobiografico che cerca di superare gli stereotipi di genere per offrire una prospettiva nuova sull’educazione delle ragazzine di oggi.

Annalisa Monfreda

“Scriveva come una donna, ma come una donna che si è dimenticata di essere donna; sicché le sue pagine erano piene di quella curiosa qualità sessuale che appare soltanto quando il sesso non è consapevole di se stesso.” Così diceva Virginia Woolf in Una stanza tutta per sé. Così cerca di dire Monfreda alle sue due figlie, durante una vacanza on the road tra sole donne.

Come se tu non fossi femmina

Strada facendo, tra esplorazioni nella natura e vagabondaggi urbani, l’autrice mette a punto una lista di lezioni che vorrebbe che le figlie imparassero nel loro cammino di crescita. Seguire i desideri e diffidare dei sogni. Prendersi cura della propria felicità prima di badare a quella degli altri. Coltivare l’ambizione, scoprendo che non è altro che ostinazione. E inseguire la bellezza, in sé e negli altri. A questo proposito, per Monfreda “la bellezza non è perfezione, ma verità. Quello che le nostre figlie dovrebbero inseguire nello specchio, con o senza l’ausilio del make-up, non è la vicinanza o lontananza da un particolare modello, ma la messa in scena migliore della propria autenticità. Quando ci riescono, dico loro: ‘Sei bellissima’. Ebbene sì, lo faccio. Perché alle bambine si dice ‘bella’ e ai maschietti ‘bravo’? Io dico anche il resto. Ma quando vedo la bellezza-verità non riesco a non riconoscerla”.

Su ilLibraio.it, per gentile concessione della casa editrice, un capitolo:

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«Silenzio» urlo di colpo. E incredibilmente tacciono. «Stiamo arrivando» dichiaro con una solennità che potrebbe apparire fuori contesto a chi non ha mai viaggiato con me. Ma le inquiline dei sedili posteriori sanno benissimo cosa sta per succedere e quasi trattengono il respiro per non distrarmi. È il momento in cui io e il navigatore iniziamo a parlare due lingue diverse. È quando l’ingresso in una grande città, e quindi l’uscita dall’autostrada, si traduce sullo schermo in un complicatissimo intreccio di raccordi, ponti, cavalcavia, tra cui c’è una sola strada segnata in rosa, quella che dovrei seguire. Inizio a sudare freddo. I miei occhi saltano come impazziti dal parabrezza allo schermo e ritorno. I cartelli si confondono. Per qualche secondo ho l’impressione di avercela fatta, di aver preso la strada rosa. Ma ben presto scopro che io (e il navigatore) ci siamo solo illusi. Non l’ho imboccata, non quella giusta insomma: la freccia che indica l’auto e la strada rosa piano piano iniziano a divergere. La meta è ormai alle nostre spalle e ci ritroviamo lanciati chissà dove.

Il ricalcolo mi dà mezz’ora per tornare indietro. Che dopo sei ore infinite di guida mi sembra una punizione immeritata.

È successo anche stavolta. Altro che il desiderio capace di farci superare i nostri limiti: Dio solo sa quanto desideri arrivare a Fiume dopo così tanta strada, ma i miei limi- ti sono tutti lì. Io e le strade non ci capiremo mai. La delusione è così palpabile che le passeggere lì dietro tacciono per rispetto.

Intercetto le loro facce nello specchietto e le ricompenso della partecipazione emotiva alla mia ennesima disfatta con un sorriso. Come se non aspettassero altro che quel via libera, danno voce ai pensieri che hanno trattenuto fino ad allora: «Mamma, sei una pasticciona». «Mamma, sei un disastro.»

Ogni tanto mi chiedo se sia corretto permettere ai propri figli di sporgersi così tanto nella voragine dei nostri limiti. Non temo la perdita dell’autorevolezza. Sono diventata capo un mese dopo essere diventata madre. E se è vero che la maternità ci regala infinite competenze da utilizza- re sul lavoro,1 è vero anche il contrario. Ci sono tante cose che ho imparato in redazione e che poi ho applicato alla vita familiare.

Una di queste è: non aver paura di mostrare i propri li- miti, ciò che non si sa fare. Quando ho accettato il ruolo di direttrice avevo pochissima esperienza, esattamente la con- dizione di ogni madre. All’inizio ho finto competenze che non possedevo, ho preso decisioni per le quali non avevo abbastanza elementi, ho mimato convinzione lì dove non avevo idea di come comportarmi. Ben presto ho capito che in quel modo non arrivavo da nessuna parte. Io non miglioravo, non imparavo. E la squadra non riusciva a fidar- si di me. Così, piano piano, errore dopo errore, redazione dopo redazione, ho capito che non potevo scambiare la responsabilità per l’onniscienza. Ammettere ciò che non sapevo, chiedere aiuto non mi avrebbe fatto perdere neppure un punto di leadership, ma al contrario avrebbe convogliato attorno a me le energie migliori. Avrei smesso di essere uno e avrei potuto far mia la forza del gruppo.

E così, ho pensato, succederà anche a casa. Non smetteranno di fidarsi di noi solo perché ci esporremo in tutta la fallibilità di essere umani. Perché ammetteremo di aver alzato la voce a sproposito o confesseremo di non avere idea di come uscire da una certa situazione. Nella nostra vita di viaggiatori pasticcioni ci è capitato di correre forsennati per cercare di prendere un volo aereo che poi abbiamo perso. Di salire su un taxi che ci ha scaricato da tutt’altra parte rispetto a ciò che avevamo chiesto e senza alcun mezzo per tornare indietro. E di ritrovarci per le vie di una città con in tasca unicamente un mazzetto di banconote false.

In tutte queste vicende non abbiamo mai dissimulato la paura, la delusione, l’errore. Abbiamo chiesto aiuto agli altri e talvolta anche a loro. Eppure non hanno smesso per un attimo di affidare a noi le loro vite con fiducia. Anzi, lo hanno fatto sempre di più, perché capivano che la sincerità sui nostri limiti era la migliore cintura di sicurezza su cui potessero contare. Anche adesso, mentre faticosamente entriamo nella città di Fiume e cerchiamo parcheggio, nei loro occhi non c’è un filo di preoccupazione, solo la soddisfazione di essere finalmente arrivate a destinazione. Per questa volta.

Il mio timore è un altro.

La strada per diventare donna, oggi, si dipana lungo una cresta sottile. Da un lato, la voragine della mancanza di autostima, problema storico del genere femminile. Che è una forma di accettazione dei propri limiti, ma che porta a vedere nel fallimento un destino ineluttabile, non una rampa di lancio per migliorare. Dall’altro lato, la voragine della Wonder Woman. La superdonna, colei che vive la fiducia nelle sue infinite possibilità come una sorta di epopea del riscatto del genere femminile. Ma che rischia di trasforma- re l’eccessiva sicurezza in una forma di debolezza. In un’in- capacità di gestire l’errore.

Mi domando come insegnarvi a restare sulla cresta. Sottolineare le manchevolezze potrebbe indebolire la vostra autostima. Mentre celebrare solo le vittorie, i risultati, le conquiste potrebbe farvi crescere nell’illusione dei super- poteri. La lezione numero dieci è: celebrate i vostri fallimenti. L’umiltà non è una brutta malattia del genere femminile, non è necessariamente mancanza di sicurezza in voi stesse o poca autostima. Ma la serena convinzione che si possa sempre continuare a imparare. Da tutti. E soprattutto dai propri errori.

Mentre esploriamo piene di curiosità la nostra stanza all’ultimo piano di un antico palazzo sul Korzo di Fiume, dove ci siamo arrampicate scalando gradoni più alti di noi, penso che il problema non sia tanto censurarsi sui propri limiti, quanto rivestirli di normalità. Non rimanere inchiodati a essi.

Il mio limite di avere poco senso di orientamento diventa veramente tale quando mi blocca, mi inibisce dal partire e dal tentare di migliorarmi. Invece l’ho già superato mettendomi in viaggio, spinta dal desiderio. Ma questo non toglie che dovrò confrontarmi con esso per tutta la durata dell’avventura.

Lezione numero undici: riconoscete i vostri limiti, ma non fatevi determinare da essi. Sfidateli di continuo. Chiedete aiuto agli altri per riuscirci. E coltivate l’ottimismo. Che altro non è se non la serena fiducia che tutto andrà per il meglio. Un atteggiamento mentale che ci spiana la strada a essere vincenti ma che, al tempo stesso, rafforza gli ammortizzatori in caso di insuccesso.

(continua in libreria…)

 

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