“Una donna senza figli – qualunque sia il motivo della sua non maternità – è come tutte le altre”. Su ilLibraio.it l’intervento autobiografico della scrittrice Valentina D’Urbano, 31enne, a proposito di un pregiudizio ancora attuale: “Non mi sento un mostro. Non mi sento neanche egoista… So amare… Mi sento completa così…”

di Valentina D’Urbano

 

Tra qualche giorno compirò trentun anni. Ho una casa, un compagno, sono una di quelle fortunate che amano da morire il proprio lavoro. Quando guardo indietro, all’adolescenza e ai vent’anni, mi prende il magone. Sono stata – come tutti, credo – un’adolescente che mal tollerava i divieti dei genitori:«Lì non ci vai, questo non lo fai, sei troppo giovane per frequentare quel ragazzo»…

All’epoca li trovavo un’imposizione stupida, una crudeltà gratuita. Poi crescendo ho capito. Ho compreso che erano giusti, sacrosanti, che quei divieti mi stavano aiutando a crescere, a sviluppare la mia personalità. A capire che certe cose posso ottenerle, e altre invece no. Ma l’ho capito dopo, mica a sedici anni. L’ho capito quando di anni ne avevo più di venti, quando i miei genitori mi hanno lasciato libera di fare le mie esperienze e di prendere le mie decisioni. Avevo più di vent’anni e stavo studiando. Per la società ero un’adulta responsabile e autonoma e invece no, non ancora. A vent’anni avevo tutta la libertà del mondo, ma vivevo ancora a casa con i miei. Non avevo una grande disponibilità economica, dividevo la stanza con mia sorella.

La vera svolta è arrivata poco prima dei trenta. A ventisette anni, complice il lavoro che amo tantissimo (sì, quello di scrittrice, certo) ho avuto la possibilità di uscire di casa. Di diventare completamente autonoma. Penso di essermela guadagnata, con l’impegno, con lo studio, con il lavoro.

E poi ho scoperto che non è vero che sono libera. Oddio, non fraintendetemi, nessuno è mai libero per davvero, sarei una pazza e un’ingenua a crederlo. Siamo tutti prigionieri di qualcosa.

Io per esempio (e tante come me) sono prigioniera del pregiudizio.

Perché ho trentuno anni, un lavoro e un compagno. E non ho figli.

E non desidero averne.

Sì, è così. Non li desidero. Non mi interessa avere bambini.

Sono un mostro, vero? Un essere egoista.

E come farò quando sarò vecchia?

Come riuscirò a capire cosa vuole dire amare davvero?

Come faccio a privarmi volontariamente di questa gioia?

E poi che cosa mi dico con il mio compagno, se non abbiamo figli? Di cosa ci parlo?

Come faccio a capire cosa vuol dire essere donna? Non lo sei veramente finché non fai un figlio.

Sono tutte domande che mi sono sentita porre personalmente, spesso, spessissimo, un sacco di volte. Le facce sorprese, deluse, quasi ferite, alcune anche sottilmente maligne quando dico che non voglio figli.

Ma io non mi sento un mostro. Non mi sento neanche egoista. Lo sarei se mettessi al mondo un figlio senza sentirne l’istinto, ma così non sono egoista. Non si può mica sfuggire a una responsabilità che non si ha.

Quando sarò vecchia, ci penserò. Di certo non figlierò per paura di restare sola. Spero di essere una di quelle anziane eccentriche un po’ fuori di testa, con amici anziani e acciaccati come lei, ma se non succederà, pazienza. Non voglio fare figli solo per esorcizzare la paura del futuro.

E so amare. Magari non nel modo totalizzante che dite voi, ma so farlo. Quello verso un figlio adesso è un tipo di amore che non mi interessa di provare.

Sono felice per chi lo prova e ne è appagato, ma a me non interessa, perché guardarmi male per questo?

Mi sento completa così, mi piacciono le vacanze improvvisate, mi piace la mia routine un po’ sconclusionata, le serate fuori, le iniziative organizzate al volo, le sorprese alle due del mattino, gli spuntini fuori orario. Mi piace moltissimo la libertà e l’indipendenza che ho conquistato, e c’ho un sacco di cose da dire con il mio compagno, che peraltro condivide la mia scelta.

E alla fine di tutto, mi sento donna. Donna, eh. Tale e quale alle mie amiche che hanno figli. Proprio uguale identica.

Non sono una mamma ma mi sento lo stesso realizzata. Sto solo facendo una scelta diversa, non valgo di più o di meno, non mi manca un pezzo.

Una donna senza figli – qualunque sia il motivo della sua non maternità – è come tutte le altre. E smettetela di chiedere alle persone che non conoscete davvero se hanno dei bambini, e soprattutto perché non ne hanno. È come domandare a qualcuno quanto guadagna, o quanto c’è sul suo conto in banca.

Non è una cifra che può definire una persona. Domandateci altre cose. Domandateci quali libri ci piacciono, quali posti abbiamo visitato, chiedeteci delle nostre passioni, dei nostri progetti per il futuro. Ne abbiamo, ve lo assicuro. Non giudicateci se tra questi progetti non rientra una gravidanza.

In alcuni casi non possiamo averne.

In alcuni casi, invece, non ne vogliamo.

In tutti i casi, la risposta a una domanda tanto inopportuna non dovrebbe essere una giustificazione.

Da tanto, troppo tempo, alle donne viene chiesto implicitamente o esplicitamente di giustificarsi per qualsiasi cosa.

È per questo che la risposta dovrebbe essere un:“Fatti gli affari tuoi”.

L’AUTRICE – Valentina D’Urbano è nata nel 1985 a Roma, dove vive e lavora come illustratrice per l’infanzia. Il suo romanzo d’esordio, Il rumore dei tuoi passi, è uscito nel 2012 presso Longanesi conquistando un pubblico sempre più affezionato. Dopo Acquanera, Quella vita che ci manca e Alfredo, il 25 agosto arriverà in libreria il suo nuovo libro, Non aspettare la notte.
La trama in sintesi? Una ragazza segnata da colpe non sue. Un ragazzo segnato da un destino inevitabile. Una storia che ha tutto e tutti contro. Ma l’amore non è mai solo ciò che si vede…

 

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