Pubblicato per la prima volta nel 1993, torna in libreria "Il gioco dei regni" di Clara Sereni, in cui la scrittrice racconta la storia della propria famiglia, compiendo un viaggio nel '900. ilLibraio.it l'ha intervistata, per parlare del passato e del presente: "Per le donne oggi la situazione è sicuramente diversa, da molti punti di vista. Ma essere protagoniste, nella vita e nella scrittura, resta comunque faticoso, con prezzi tuttora troppo alti da pagare"

Pubblicato per la prima volta nel 1993, torna in libreria con Giunti Il gioco dei regni di Clara Sereni (nella foto di Marzia Souza, ndr).

L’autrice romana percorre a ritroso la storia della propria famiglia: i nonni materni erano rivoluzionari russi, tanto che il nonno fu condannato a morte dal regime zarista, mentre la nonna fuggì in italia per dare alla luce la madre di Clara, Xenia; il padre apparteneva a una famiglia ebrea di intellettuali antifascisti, fratello del socialista e sionista Enzo Sereni, e venne incarcerato, durante il fascismo, come militante comunista; nel 1935 i genitori dell’autrice dovettero fuggire in Francia con la prima figlia, e queste sono solo alcune delle vicende narrate. IlLibraio.it ha intervistato Clara Sereni la scrittrice, traduttrice e giornalista,  nota anche per l’attività politica e associazionistica.

Cosa rappresenta per lei la ripubblicazione di un libro molto personale come Il gioco dei regni, a 24 anni dalla prima edizione?
“Direi che è una scommessa: perché il mondo, in questo tempo intercorso, è profondamente cambiato, e la memoria che abbiamo del ventesimo secolo ha subito trasformazioni, lacerazioni, e anche molti fraintendimenti. Dunque mi incuriosisce capire come può essere recepito oggi, in particolare dai giovani, ma non solo”.

Cosa la spinse a raccontare la storia della sua famiglia?
“Il Muro era caduto ma ancora da poco, e non ci si poteva rendere conto (o comunque io non mi rendevo conto), che con il ‘secolo breve’ si stava chiudendo una fase intera della Storia. A me interessava raccontare che, al contrario di quanto qualcuno sguaiatamente vociferava, i comunisti non erano quelli che mangiavano i bambini, ma i protagonisti talvolta eroici di movimenti di progresso e di libertà. Che un mondo senza comunisti non era il migliore dei mondi possibili. Questo come assunto iniziale, tutto ‘di testa’; poi, purtroppo e per fortuna, emozioni, gusto letterario e quant’altro hanno portato più lontano e più ‘dentro’…”.

Che cosa prova oggi rileggendo quelle pagine?
“Rileggere quel che ho scritto mi dà sempre un notevole disagio, tant’è che per le ristampe fatte fino a ora non l’avevo mai neanche aperto. Stavolta non potevo evitarlo, ma che fatica!”.

Fu difficile restare obiettiva nel descrivere vicende che hanno toccato lei e la sua famiglia così da vicino?
“E chi lo sa, se sono stata obiettiva… Di sicuro, non posso essere io a dirlo”.

Riguardo alle donne, lei scriveva che “il loro spazio nella scrittura e nei ricordi era minore: sempre in secondo piano, taciute, interpretate come sorta di protesi degli uomini cui erano accanto”: oggi la situazione è cambiata?
“La situazione è sicuramente diversa, da molti punti di vista. Ma per le donne, essere protagoniste, nella vita e nella scrittura, resta comunque faticoso, con prezzi tuttora troppo alti da pagare”.

Che ruolo ha cercato di dare alle figure femminili nella sua letteratura?
“Le donne sono protagoniste delle storie che racconto almeno al 90%. Perché pesco le loro emozioni dentro di me, che donna sono, e poi perché le donne, in misura enormemente superiore ai maschi, sono portatrici di contraddizioni, anzi incarnano la contraddizione. Contraddizione che è la base, la materia prima di ogni possibile narrazione”.

E ci sono personaggi femminili della letteratura da cui ha tratto spunto per i personaggi del suoi libri?
“Tutti, di tutti i libri che ho letto, mi viene da dire. Quelli belli, ma non di rado anche quelli brutti. Per andare nella stessa direzione o magari in quella opposta, comunque accettando che risuonassero dentro di me. Ma se devo dire quali sono le scrittrici che più hanno inciso sul di me citerei Jane Austen, Madame de la Fayette e Alba de Céspedes”.

Invece quali sono le autrici e gli autori contemporanei che apprezza?
“Temo sia anche una questione di età, ma confesso che mi capita di rado di appassionarmi, di aggiungere qualche titolo al mio personale elenco di ‘mai più senza’. Ho aggiunto alla lista e allo scaffale Se avessero, di Vittorio Sermonti, e ho trovato molto interessanti Limonov di Emanuel Carrère, e Un mondo senza ebrei di Alon Confino, due libri in cui l’interesse del tema trattato ricava una notevole forza dalla capacità di scrittura degli autori”.

Sta lavorando a un nuovo libro?
“No, no, no!”.

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