La vita fa schifo? Se lo sono chiesto tanti grandi pensatori. Su ilLibraio.it lo scrittore Daniele Bresciani, prendendo spunto da una riflessione di Oliver Burkeman, ricorda: "Quello che ci tiene attaccati alla vita è quasi sempre altro da noi. È il confronto che dà senso, non l’assolo..."

 La vita fa schifo? Sì, no, forse

In un recente articolo sul GuardianOliver Burkeman cita due saggi per arrivare a una tesi che gli è cara (e che ha già espresso nel libro La legge del contrario, uscito in Italia un anno fa da Mondadori): non ha senso la ricerca ossessiva della felicità, inutile aspirare alla perfezione, molto meglio imparare ad accettare le sconfitte. Ovvero, una volta che hai capito che fallire, più che una possibilità, è una certezza, te la prendi molto meno se le tue ambizioni non si concretizzano. Fermo restando che non è detto che felicità e perfezione coincidano.

Bene, grazie Oliver.

Ma più che sulla sua conclusione, condivisibile o meno (condivisibile da parte mia, anche se non sempre facile da mettere in pratica: dovrei dire a mia figlia che non deve puntare all’8 in Latino ma farsi una ragione dei 4?) mi ha colpito la premessa iniziale dell’articolo.

Ovvero: la vita fa schifo.

Burkeman spiega che lo dicevano gli antichi traci, che invece di festeggiare una nascita piangevano al solo pensiero di tutte le sofferenze a cui il neonato era condannato in partenza; lo dicono i buddisti, per i quali la reincarnazione non è un premio ma una condanna perché rinascere è sostanzialmente una grande seccatura; lo dicevano gli gnostici la cui tesi era grosso modo “il mondo è nato per sbaglio”. E lo sostiene il filosofo sudafricano David Benatar nel saggio Betternever to havebeen. The harm of comingintoexistence (Meglio non essere mai nati. Il guaio di venire al mondo), che il giornalista del Guardian cita appunto nell’attacco.

amleto

E l’elenco di quelli che hanno pubblicamente espresso lo stesso concetto sarebbe lungo e trasversale, dall’amaro Cioran (L’inconveniente di essere nati) allo scanzonato Paolo Rossi (Era meglio morire da piccoli) senza dimenticare Amleto che, teschio alla mano, snocciola il suo dilemma: “se sia più nobile nella mente soffrire i colpi di fionda e i dardi dell’oltraggiosa fortuna o prendere le armi contro un mare di affanni e, contrastandoli porre loro fine”.

Perché in fondo, quel pensiero lì, quel dubbio che ci fa dire “ma che cosa siamo qui a fare? Ma che senso ha?”,  che lo si dica seriamente o scherzando, attraversa ogni persona con un minimo di sensibilità.

E allora? Allora ci aggrappiamo ad altro.

Perché quello che ci tiene attaccati alla vita è quasi sempre altro da noi. È il confronto che dà senso, non l’assolo. È illudersi di avere significato per qualcun altro, perché se ci guardiamo allo specchio non ci piace quello che vediamo. E fingiamo di stupirci quando a togliersi la vita è qualcuno di ricco e famoso, ci sembra assurdo e irragionevole, “aveva tutto? Perché?”. Senza voler ammettere che quando si è sull’orlo del precipizio mentre una parte di noi ci spinge a fare un passo indietro, ce n’è sempre un’altra che vorrebbe vederci assecondare la vertigine, chiudere gli occhi e spiccare il volo. E quale sia l’istinto e quale la ragione è difficile dirlo.

Quindi sì, forse Burkeman ha ragione. Se si vuole evitare di trovare inaccettabile già il fatto di svegliarsi la mattina, meglio rassegnarsi e sapere che di cazzate, nella vita, se ne fanno tante, si comincia da piccoli e non si finisce mai, nemmeno da grandi. Così come non si finisce mai di sopportare quello che fanno le persone che ci stanno vicine, prime tra tutti quelle che dicono di volerci bene.

E poi una consolazione c’è: l’errore più grande, enorme, imperdonabile, quello che ha dato origine a tutti i nostri, l’hanno commesso altri.

daniele bresciani

L’AUTORE – Daniele Bresciani (nella foto sopra, ndr), classe ’62, ha fatto il giornalista per 25 anni (Gazzetta dello Sport, vicedirettore di Vanity Fair e di Grazia) prima di passare dall’altra parte della barricata e dedicarsi alla comunicazione d’azienda. Ciò nonostante ha scritto un romanzo, Ti volevo dire (Rizzoli, 2013) che ha persino vinto qualche premio ed è stato tradotto all’estero. Vorrebbe essere un padre migliore. Ci prova.

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