Il mondo editoriale, si sa, ha una componente femminile importante, anzi maggioritaria. Ci sono più redattrici che redattori, traduttrici che traduttori, uffici stampa donne che uffici stampa uomini, editor donne più di editor uomini. Ma tra chi ha le leve del comando, l’editore stesso nelle case editrici più piccole, i direttori generali e gli amministratori delegati nelle strutture più grandi, le donne sono una minoranza... Su ilLibraio.it Renata Gorgani, direttore editoriale de Il Castoro, numeri alla mano interviene nel dibattito cominciato con Luigi Spagnol e proseguito con Michela Murgia

Dopo l’intervento dell’editore Luigi Spagnol dal titolo “Maschilismo e letteratura, cosa ci perdiamo noi uomini?”, e quello della scrittrice Michela Murgia sul tema “Cultura maschilista? Dai festival ai giornali, la sottorappresentazione delle donne”, ospitiamo il contributo alla discussione di Renata Gorgani, direttore editoriale de Il Castoro e presidente della società La fabbrica del libro Spa, che organizza la prima edizione della fiera Tempo di libri.

 

L’articolo scritto qualche tempo fa da Luigi Spagnol relativo ai premi letterari e alle scrittrici mi ha profondamente colpito per due motivi. Il primo è che quella riflessione è scritta da un uomo. Spagnol non fa una rivendicazione di categoria semplicemente perché alla categoria donne non appartiene. Non fa nemmeno una rivendicazione a nome delle donne, anche perché probabilmente pensa che se la sanno sbrigare molto bene da sole.

Si fa invece una domanda che vorrebbe condividere con l’intera categoria “uomini” alla quale invece appartiene di diritto: “A che cosa rinunciamo noi uomini non riconoscendo il valore artistico delle scrittrici?” e prosegue “Ne ricaviamo potere, controllo e con essi soldi, stima, autogratificazione”, per concludere con un “Ne vale la pena?”

Il secondo motivo per cui l’articolo di Spagnol ha colto nel segno è che di molte cose abbiamo consapevolezza, ma senza averne una conoscenza chiara e oggettiva. Numeri alla mano questa consapevolezza si rivela essere solo un pallido riflesso della realtà.

Mi è allora venuta la curiosità di indagare un poco nella categoria a cui entrambi apparteniamo, quella degli editori. Il mondo editoriale, si sa, ha una componente femminile importante, anzi maggioritaria. Non ho statistiche disponibili ma ne ho, per l’appunto, consapevolezza. Ci sono più redattrici che redattori, traduttrici che traduttori, uffici stampa donne che uffici stampa uomini, editor donne più di editor uomini.


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Le posizioni femminili si rarefanno nei ruoli che si avvicinano al commercio, al denaro e al potere. Ci sono più direttori commerciali che direttrici commerciali. E certo ci sono più amministratori delegati che amministratrici delegate.

A mano a mano che ci si allontana dalla cucina editoriale e ci si avvicina alla gestione economica, commerciale e amministrativa, gli uomini prendono il sopravvento. Tra chi ha le leve del comando, l’editore stesso nelle case editrici più piccole, i direttori generali e gli amministratori delegati nelle strutture più grandi, le donne sono una minoranza.

Allora mi è ritornato alla mente lo stupore e lo smarrimento che provai al mio primo ingresso in Associazione editori, eletta nel suo organo direttivo, il Consiglio generale, nel 1999. In quella assemblea di trentasei persone che rappresentavano l’editoria italiana io ero l’unica donna. La ragione è semplice. Gli eletti in associazione editori occupano posti di rilievo nelle rispettive aziende, ricoprono i ruoli di potere e di comando. E quindi le donne sono rare.

Per dare un’oggettività alla mia percezione della larga minoranza di donne in queste posizioni sono andata a consultare gli archivi dell’Associazione editori per avere l’esatta composizione delle cariche negli ultimi cinquant’anni. Ecco il resoconto.

Dal 1967 al 1975 non ci sono donne nel Consiglio dell’Associazione. I quaranta eletti sono tutti uomini.
Nel 1977 appare una donna, che immagino abbia provato la mia stessa sensazione alla sua prima riunione: Paola De Paoli, a rappresentare i periodici scientifici. Lei sola su trentasei eletti.
Tra il 1977 e il 1991 arriva Inge Feltrinelli, eletta per più mandati, a presidiare la presenza femminile. In alcuni di questi anni si aggiunge un’altra figura, più spesso è da sola.
Nelle elezioni del 1993 si stabilisce il record. Le donne sono ben tre su trentatre delegati eletti. Una delle tre donne è Giancarla Mursia che nel 1995 diventerà Presidente, per un unico mandato. Le donne nel suo mandato sono ben cinque su trentasei e sembra che si sia innescato un trend vituoso, favorevole a un aumento della presenza femminile.
Non è affatto così. Nelle elezioni del 1997 la componente femminile è azzerata. Trentasei delegati, trentasei uomini. E arriviamo così al 1999 e al mio ingresso in quella sala di vestiti grigi, e la consapevolezza di un mondo maschile arroccato nelle sue posizioni di potere.
Da allora la presenza femminile è sia pure molto lentamente aumentata. Due donne nel mandato del 2001, quattro nel 2003, soltanto tre nel 2005 e nel 2007 e poi una infilata di record: sei nel 2009, sette nel 2011, nove nel 2013, e ben dieci nel Consiglio attuale. Dieci su quarantuno membri, si sfiora addirittura il 25%.

Non so dire se questa volta è il segno di una tendenza che continuerà fino a raggiungere un equilibrio. Temo che non siamo ancora pronti. Ma se posso permettermi di raccogliere il pensiero di Luigi Spagnol, che cosa si perde l’editoria italiana in professionalità, inventiva, abilità di gestione, strategia, nell’essere così pervicacemente impermeabile alla presenza femminile “ai piani alti”?


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