"Elmet è stato l’ultimo dei regni celtici indipendenti d’Inghilterra", scriveva il poeta Ted Hughes. E da questo passato di indipendenza non sembra essersi liberato, nemmeno nel romanzo omonimo di Fiona Mozley, ambientato ai giorni nostri, ma con richiami a una storia senza tempo e a problematiche mai risolte come le sperequazioni sociali, i ruoli di genere e il possesso della terra... - L'approfondimento

Prendete un ragazzino di quattordici anni, Daniel, che idolatra il suo Papà, una sorta di gigante che si mantiene con i combattimenti clandestini, e la sorella maggiore, Cathy, che è un po’ una Katniss Everdeen. Mettete il trio in una casa costruita con le loro mani e il legno della foresta nella campagna dello Yorkshire, un luogo che qualche millennio fa era il regno celtico di Elmet. Aggiungete una scrittrice trentenne, Fiona Mozley, che sta conseguendo un dottorato in Storia medievale e lavora come libraia. Da questa particolare miscellanea nasce Elmet (Fazi, traduzione di Silvia Castoldi).

In una “terra fatta di miti”, così la definisce lo stesso Daniel, narratore della storia, si svolge il combattimento decisivo di suo padre, John, che per tutta la vita si è mantenuto grazie alla sua imbattibilità fisica (è una vera e propria macchina da guerra, capace di sconfiggere chiunque a mani nude). Il premio in palio, questa volta, non è il denaro, ma il possesso della terra su cui ha costruito la casa per i suoi figli.

La strana famiglia, che sembra uscita da una leggenda medievale e invece abita nell’Inghilterra contemporanea, vive in un territorio massacrato dalla crisi economica, dove il lavoro scarseggia per tutti – se n’è andato “vent’anni fa o anche di più” – ma soprattutto per chi, come loro, proviene dalla working class meno istruita e più sfruttata dai potenti della zona, i proprietari terrieri. Proprio come Price, il cattivo del romanzo, nonché proprietario della terra su cui Daniel e la famiglia vivono.

I lavoratori si sentono sempre più alienati. Si lamentano, come la donna che dice di pagare “per vivere in una terra che un tempo era nostra, di tutti noi”. E così John, il gigante buono della storia, decide di combattere non solo per i suoi figli, ma per tutti coloro che si sentono schiacciati dallo strapotere di Price.

Un’Inghilterra che potrebbe risultare peculiare al lettore abituato alla narrazione cosmopolita degli autori londinesi, ma che invece risuonava già nei poemi di Ted Hughes, anche lui originario dello Yorkshire, come Mozley, che lo cita in apertura al romanzo: “Elmet è stato l’ultimo dei regni celtici indipendenti d’Inghilterra…sotto le brughiere glaciali, continuavano a essere una ‘terra di nessuno’, un rifugio per chi voleva sottrarsi ai rigori dalla legge”.

E ritorna nelle opere di un’altra giovane autrice inglese, Daisy Johnson, che nella sua raccolta di racconti Fen e nel romanzo Everything Under (nominato, come Elmet, al Man Booker Prize 2018) racconta la working class che abita le campagne inglesi, luoghi in cui la magia si mescola alla violenza.

Daisy Johnson

Il contrasto che fa da scheletro al romanzo è un classico: la lotta contro il potere, frutto della sperequazione sociale.

Ma quello che rende Elmet inaspettato è la capacità di raccontare una storia davvero senza tempo: la voce di Daniel è quella di un ragazzino che potrebbe arrivare dal Medioevo, così come lo sono suo padre e la sorella Cathy. E anche l’odio di Price verso i braccianti e la disperazione di questi ultimi sembrano uscire da una versione ancora più cruda di Robin Hood.

Daniel – ma anche la sorella Cathy – grazie all’isolamento della vita nei boschi, sfuggono alle imposizioni della società. Se quando vivevano con nonna Morley in riva al mare erano soggetti ai soprusi dei bulli per via delle loro diversità, ora hanno costruito un ménage familiare che si adatta a loro. Cathy, agile e combattiva come il padre, trascorre le giornate all’aperto, cacciando ed esplorando. Daniel, invece, si dedica alle attività domestiche e frequenta Vivian, un’amica del padre, che gli mostra che una vita diversa è possibile, anche solo attraverso i libri.

“Dovete capire che non pensavo mai a me stesso come a un uomo. E nemmeno un ragazzo. Naturalmente, se me lo aveste chiesto, vi avrei risposto che lo ero. Non è che avessi rifiutato esplicitamente quella definizione. Solo che non ci pensavo mai. Non avevo alcuna ragione per farlo. Vivevo con mia sorella e mio padre, e loro erano tutto il mio mondo. Non pensavo a Cathy come a una donna, ma solo come a ‘Cathy’. Non pensavo a Papà come a un uomo, anche se sapevo che lo era. Pensavo a lui come a ‘Papà’”, afferma a un certo punto Daniel, proprio per dimostrare come i costrutti della società siano lontani dal suo sentire. E, infatti, continua: “Mettevo quei jeans troppo stretti e quelle magliette troppo piccole che mi lasciavano la vita scoperta perché l’avevo visto fare a lei. E nessuno mi correggeva. O ci faceva caso. O gli dava importanza. Oppure non lo so”.

Per “lei” Daniel intende la madre, una donna di cui i figli sanno molto poco, se non che “all’epoca in cui abitavamo nella casa di nonna Morley, nostra madre viveva con noi. Saltuariamente. Di tanto in tanto. Andava e veniva”.

Daniel, prendendosi cura della casa, cerca di ricreare una vita familiare fatta di piccoli agi che non ha mai sperimentato, se non brevemente, vivendo con la nonna. E, allo stesso tempo, compensa le figure del padre e della sorella, sempre tese verso l’esterno, impegnate a cacciare, raccogliere legna, esplorare.

Gli idilli, si sa, non sono mai destinati a durare. E l’odio che Price nutre per John, il padre di Daniel, non si può placare se non con il sangue. Così come la società non può lasciare che una giovane donna come Cathy possa continuare a credersi libera di vagare per i boschi. Dopotutto siamo nell’Inghilterra contemporanea, ma ben lontani dalle città, in quella che un tempo era una terra di celti, campo di battaglia imbevuto di sangue, ma anche foresta di druidi e riti pagani.

 

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