"Lettera d'amore allo yeti" di Enrico Macioci racconta la storia di Riccardo e Nicola, padre e figlio, rimasti soli dopo la morte della madre, che lentamente stanno ricostruendo la propria vita. Ma gli eventi li coinvogono in un caso di persone scomparse dai risvolti oscuri - Su ilLibraio.it un estratto

Lettera d’amore allo yeti (Mondadori) di Enrico Macioci, scrittore abruzzese, classe 1975, racconta la storia di Riccardo e Nicola, padre e figlio, rimasti da soli dopo la morte della madre. Lentamente i due stanno ricostruendo la propria vita, Nicola ha trovato un amico nel burbero vicino di casa, mentre Riccardo ha conosciuto Ismaela, ma gli eventi prendono una piega strana e imprevista, e i due si ritrovano a dover affrontare una serie di sparizioni, dai risvolti oscuri e misteriosi.

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Sono passati otto mesi da quando Lisa è morta, lasciando Riccardo da solo con il piccolo Nicola. Padre e figlio si sono trasferiti nella casa al mare: il sole e la natura sono d’aiuto per rimarginare le ferite. Nicola ha una grande passione per lo Yeti, cerca ovunque informazioni su di lui, un po’ ne è affascinato e un po’ lo teme. Riccardo ha un sogno ricorrente, lo stesso che ha fatto la notte in cui Lisa è morta nel sonno. Nicola è preso da mille interessi, non ultima l’amicizia con il vicino di casa Teodoro Inverno, un omone scontroso con cui il piccolo si ferma  a chiacchierare per ore ed ore, mentre Riccardo fa amicizia con Walter, il gestore di un bar sulla spiaggia, un uomo estroverso con cui è piacevole conversare, e incontra l’affascinante Ismaela.

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Le cose sembrano mettersi al meglio, per i due protagonisti di Enrico Macioci, finché un giorno Ismaela, durante una passeggiata in pineta, ha una crisi convulsiva, e il giorno dopo, in quello stesso luogo, scompare misteriosamente Simona, una giovanissima animatrice della spiaggia. In quello spiazzo della pineta sono già scomparse quattro persone negli ultimi dieci anni. La tenebra torna ad assediare la vita di Riccardo e Nicola.

Su ilLibraio.it, per gentile concessione della casa editrice, pubblichiamo un estratto:

Mentre passavo i piatti sotto l’acqua per poi infilarli nella lavastoviglie scorsi dalla finestra della cucina, che affacciava sul nostro cortile, Nicola parlare con un uomo ritto di là dalla rete di confine. Per un istante smisi di respirare e il mio petto si vuotò. La dimensione ingiustificata del mio panico ne produsse dell’altro e temetti di morire riverso sul lavello, il grembiule intorno alla vita, le mani coperte di schiuma e un’espressione d’ebete stupore. Invece l’attacco passò.

L’uomo era alto (nella semioscurità sembrava un titano) e calvo, con spalle possenti. Da dove mi trovavo non lo distinguevo bene, ma udivo ciò che lui e mio figlio si dicevano.

«Lei vive sempre qui?» trillò la voce tirabaci di Nicola.

«Sì, sempre» rispose l’uomo grande e grosso. «Tutto l’anno?» «Tutto l’anno.» «Noi siamo arrivati da pochi giorni. La casa stiamo mettendo i mobili ma ci piace. A me cioè, ma anche a papà. È solo per l’estate però. Il resto dell’anno abitiamo da un’altra parte. Abbiamo comperato le lampade e abbiamo montato le panche. Io ho aiutato abbastanza. Sono forte! Tenevo il cacciavite e lo passavo a papà. Mettevo da una parte le viti e da una parte i bulloni e li passavo a papà, ma lui si è impicciato lo stesso. Papà non è bravo a montare le panche. Abbiamo pure un cassetto delle meraviglie dove ho nascosto una cosa importantissima. La mamma non c’è, sta lontano e forse non la vedo più. Anche la spiaggia ci piace un sacco.» Nicola non la smetteva di rovesciare nelle orecchie dell’uomo confidenze, miserie, intimità. «Oggi ho conosciuto un mucchio di amici» aggiunse, prima di riprendere fiato.

«Davvero?» Mi parve che l’uomo sorridesse. Si chinò ad afferrare un oggetto (scatenandomi un nuovo lampo di panico) e si diede a innaffiare una striscia di terra mentre Nicola, con le mani agganciate alla rete, lo osservava e parlava.

Nella canottiera bianca mio figlio somigliava a Casper il fantasmino. «Sì!» esclamò. «Un mucchio di amici! E anche una ragazza grande che si chiama Simona, e…»

«Nic!» lo richiamai, a malapena rendendomi conto di quel che facessi. «Non disturbare.» L’uomo mi metteva a disagio, forse per colpa dei pettegolezzi della signora Lepidi. «Salve» aggiunsi, sollevando la destra; acqua e sapone mi scivolarono dal polso fino al gomito. L’uomo non ricambiò e restò fermo, un macigno che incombeva sul mio bambino. Mi tolsi il grembiule, asciugandomi di fretta; e uscii. Mentre attraversavo la cucina e poi la sala ebbi troppo tempo per pensare, e le parole della signora Lepidi mi graffiarono la memoria. Non parla con nessuno. Non saluta nessuno. Certi sostengono che sia diventato così scostante da quando, due anni fa, gli successe una certa cosa.

Raggiunsi la terrazza e scesi le scale con le gambe dure e la bocca asciutta. L’assurdità del mio contegno non valse certo a placarmi. Nicola e l’uomo si voltarono verso di me. Quando fui di fronte alla rete poggiai una mano sulla spalla di Nic (una spalla che sarebbe bastato un buon pugno a spaccare) e fronteggiai l’uomo. Sono alto un metro e ottantacinque, ma lui mi sopravanzava di almeno sei o sette centimetri. Indossava una maglia a maniche corte incurvata da un accenno di pancia e un paio di pantaloncini da cui sbucavano cosce voluminose. La trasandatezza gli conferiva fascino; somigliava un poco a Marlon Brando in Apocalypse Now. Aveva la medesima espressione folle e carismatica. Gli occhi intensi, scavati nel cranio enorme, indagavano severi me e la mia casa. Pur non parlando, manifestava nei miei confronti un fastidio talmente evi- dente da poterlo toccare.

«Ecco il nostro vicino, papà» mormorò Nicola passando lo sguardo da me all’uomo, dall’uomo a me. I bambini colgono al volo le tensioni fra adulti.

«Mi chiamo Riccardo Ravel. E lui è mio figlio Nicola» dichiarai con eccessiva formalità.

«Gliel’ho detto il mio nome» mi rimbeccò Nicola, spostando il peso del corpo da un piede all’altro.

Mi dispiaceva che la sua giornata perfetta si guastasse proprio allora. «Mi chiamo Riccardo Ravel» ribadii all’uomo.

«Teodoro Inverno.» Tese al di sopra della rete una mano simile a un paranco. Io gliela strinsi e vi percepii una forza rara, come se Inverno non fosse un uomo bensì un ordigno di tremenda potenza. Ritirai la mano e controllai furtivamente la sua integrità. Era la seconda volta nelle ultime ore che una stretta mi trasmetteva una sensazione del genere; la prima volta era accaduto con Walter. Pensare a Walter mi rassicurò, ma non tanto quanto avrei desiderato.

«Raccontagli di noi, papà» smaniò Nicola. Il vicino gli piaceva – le simpatie e le antipatie dei bimbi seguono vie misteriose ma di- rette; l’impaccio si doveva alla freddezza tra me e l’uomo.

«Forse il signore è occupato. Non disturbiamolo» commentai, né Inverno si degnò di smentirmi, il volto rappreso nei crepacci delle orbite. Il mio disagio degenerò in un timore frastagliato, inafferrabile. L’uomo dava idea di preferire Nicola al sottoscritto, e che sarebbe stato lieto se gli avessi permesso di parlare in santa pace con mio figlio. Qui tu sei di troppo, affermò una voce piatta nella mia testa. Lasciali chiacchierare e vattene. Vattene via.

«Dobbiamo rientrare.» Tirai Nic per l’orlo della canottiera, ribellandomi all’ordine proferito dalla voce nella mia testa. «Ci prepariamo e usciamo.»

«Aspetta! Voglio stare qui.» «No» insistei, con anomala durezza. «Ma non è tardi!» «È tardi, invece.» Sibilavo. «No, no! Voglio rimanere un altro poco! Solo un altro poco!» Il desiderio di mio figlio di restare col vicino mi sconcertò. La signora Lepidi svolazzava su di me nel suo vestito nero. Mi sfiorò il sospetto che ci osservasse da qualche finestra, ben nascosta dietro una tenda. Gonfiai il petto e gettando in campo chili d’autorità paterna gridai: «Nicola, adesso rientra! E lavati i denti e vestiti, o si farà tardi!». Tardi per cosa, lo ignoravo. Lo sguardo di Inverno, appeso nel buio, non mi lasciava; e rinfocolava il sospetto che l’uomo mi disapprovasse, che disapprovasse ogni particolare di me: le mie ciabatte, la mia camicia, i miei bermuda, la mia voce, il mio cortile col pino al centro, ma più di tutto il modo in cui trattavo mio figlio.

«Va bene» si arrese Nicola, scatenandomi una rabbia sorda. Evitai di colpirlo con uno schiaffo solo perché il vicino era lì davanti a noi, smisurato e inquisitorio. «Arrivederci, signor Inverno, a domani» aggiunse Nic liberando la canottiera dalla mia presa, saettando per le scale e sgattaiolando dentro. Il giorno terminava nel peggiore dei modi, e per quale motivo? Per colpa di Teodoro Inverno? Per colpa della lingua malevola della signora Lepidi? Oppure per colpa mia? Delle mie angosce in perpetuo agguato? Perché quell’uomo mi spaventava? Cosa non quadrava in lui, tolte le maldicenze della signora Lepidi? E che gli era capitato due anni prima?

«Arrivederci a te» contraccambiò Inverno, poi m’indirizzò un cenno sbrigativo.

Volevo aggiungere qualche parola, ma avrei dovuto rivolgerla alla sua ampia schiena – Inverno si era girato e rincasava. Passando sotto la tenda a strisce dové abbassarsi, seppure impercettibilmente. Rimasto solo, fermo presso la rete, continuai a pensare alla signora Lepidi, alla lanugine sul suo labbro, alla crocchia dei suoi capelli. Mi parve che l’anziana donna m’avesse teso una trappola, che avesse messo in moto un processo dalle conseguenze incalcolabili.

(Continua in libreria…)

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