Lo scrittore islandese Thórarin Leifsson racconta su ilLibraio.it un suo viaggio in autostop lungo l'Europa (e in Italia fatto) in gioventù per poi arrivare al presente e al rapporto dei suoi figli con la lettura: "La risposta alla domanda 'come far leggere i bambini'? Incuriosirli"

È in libreria per Salani La folle biblioteca di nonna Huld di Thórarin Leifsson, un romanzo per ragazzi ambientato in un mondo in cui la lettura è bandita perché considerata nociva per i bambini.

Racconta la storia di Albertína, una ragazzina di undici anni, che vive con i suoi genitori nel nuovissimo complesso residenziale La Gabbia Dorata, in un appartamento senza libri, perché la lettura è considerata dannosa per i bambini e da tempo è stata bandita ogni forma di parola scritta e di informazione. Il suo unico rifugio è il bagno, dove può leggere cose interessanti come “balsamo nutriente per capelli” e “una pastiglia due volte al giorno”. La città intorno a lei è ostile e deserta, le gru dei cantieri incombono ovunque e i suoi genitori sono sempre tristi e preoccupati per le continue visite di un rappresentante della perfida Banca Aurea, detentrice del mutuo stipulato per l’acquisto di quel ter­ribile appartamento. Anche a scuola, nell’Istituto Cimici, le cose non vanno molto meglio, visto che gli studenti devono calcolare rate e interessi tutto il giorno. Ma poi, un giorno, nell’asettica Gabbia Dorata arriva la trisavola di Albertína, la bizzarra Nonna Huld, con la sua sterminata, polverosa e interessantissima biblioteca e ha inizio la più straordinaria delle avventure per salvare il mondo dalla cattiveria e dall’ignoranza…

L’autore, Thórarin Leifsson, nato a Reykjavík, è scrittore e illustratore. Nel 2010 ha ricevuto il più importante premio islandese per scrittori per ragazzi dal Centro per l’Istruzione di Reykjavik. Questo è il suo primo libro pubblicato in Italia, in corso di traduzione in oltre dieci Paesi.

Per l’occasione, su ilLibraio.it pubblichiamo un intervento dell’autore sull’importanza della lettura per i bambini:

di Thórarin Leifsson

Quando avevo 17 anni la vita sembrava o totalmente impossibile o incredibilmente facile. Dopo un lavoretto estivo in Islanda, sono andato in vacanza in Europa. Ho preso un volo per Amsterdam e da lì ho visitato Parigi, poi Londra. Ma le strade della capitale britannica mi sembravano cupe. Dopo alcuni giorni nella nebbia ero annoiato e stavo esaurendo i soldi a mia disposizione. Quando mi erano rimasti solo cinque giorni prima del volo di ritorno da Amsterdam all’Islanda, decisi all’improvviso di investire le mie ultime sterline in un viaggio solo andata da Londra ad Atene.

Mi ci vollero almeno due giorni di viaggio in pullman attraverso il Belgio, la Germania, l’Austria e la Yugoslavia. Un hippie inglese mi aveva detto che potevo trovare un lavoro raccogliendo uva nelle fattorie. Così quando arrivai ad Atene feci l’autostop verso sud in direzione Corinto e oltre, verso le vigne. Trovai rapidamente lavoro come raccoglitore d’uva. I contadini locali mi guardavano divertiti mentre lottavo per lavorare tanto duramente quanto gli altri, mancando completamente delle necessarie capacità ed esperienza. Mi diedero una quantità enorme di cibo da mangiare, ma mi fecero capire chiaramente che non potevano permettersi di pagarmi. Il giorno successivo andai in autostop verso Patrasso. A quel punto ero completamente a secco e riuscii solo a pagarmi il traghetto per l’Italia vendendo alcune delle mie cose, alcuni libri e un simpatico apribottiglie che avevo comprato al mercato a Parigi.

Ed ecco come arrivai per la prima volta in Italia via nave dalla Grecia. Quando giunsi a Brindisi, continuai a fare l’autostop diretto verso il nord Italia perché volevo raggiungere Amsterdam e tornare in volo in Islanda. Avevo una mappa dell’Italia e potevo vedere come erano disposte le strade e tutto sembrava piuttosto facile. Prima dovevo raggiungere un luogo chiamato Roma, e poi dirigermi verso nord a Milano e da lì verso il confine svizzero. Non parlavo italiano ma imparai rapidamente alcune parole leggendo i segnali in autostrada e comunicando con gli automobilisti attraverso il linguaggio dei segni quando si fermavano per darmi un passaggio. Ricordo il caldo benvenuto delle famiglie italiane e come ridevano di cuore di fronte a questo ragazzone biondo. Sebbene non stessi chiedendo l’elemosina, molti volevano darmi qualcosa da mangiare e anche qualche lira dopo che avevano capito la strana missione che cercavo di spiegare loro indicando il nord e muovendo le braccia come se fossi un aeroplano. Imparai subito il significato di “caldo” che era una cosa strana per me, perché in islandese questa parola suona come quella che indica il “freddo”. Gli italiani chiamavano il mio paese “Islandia” e facendo degli strani gesti abbracciandosi e muovendo le labbra come se tremassero per il freddo. E così ecco come ho imparato la parola freddo, che suona come “fredin” che in islandese significa “ghiacciato”.

A quel punto, mi erano rimaste pochissime cose. Una di esse era un tascabile inglese che avevo trovato sul pavimento del pullman da Londra. Avevo venduto gli altri miei libri a Patrasso ma questo era leggero e facile da maneggiare ed era anche impossibile da vendere perché non aveva la copertina. E anche per questo non ho mai saputo chi era l’autore. Era un libro di fantascienza di un tizio inseguito da elicotteri dotati di telecamere attraverso la campagna inglese. L’intera nazione stava guardando in tv l’inseguimento. Quando dovevo attendere a lungo un passaggio, o diventavo ansioso, mi sdraiavo e leggevo questo libro che mi tranquillizzava, come hanno sempre fatto i libri quando ero piccolo. Per ogni ora che viaggiavo attraverso l’Italia imparavo altre parole e frasi di utilizzo comune. Un gruppo di operai su un camioncino fuori Milano scoppiò a ridere e mi chiese se ero “pazzo” e poi mi diede qualche panino. Quando arrivai al confine con la Svizzera, dopo due giorni trascorsi in Italia, riuscivo già a parlare in italiano.

Ciao. Bon Giorno. Grazie. Autostop Amsterdam. Mama mia. Capuchino per favore. Dove sei? A quel punto ero esausto e la mia fortuna si stava esaurendo. Nessuna delle macchine nei pressi del confine voleva prendermi a bordo. Dopo aver atteso diverse ore, alla fine rinunciai e saltai su un treno. Non avevo un biglietto valido ed ecco come fui arrestato e sbattuto in prigione, appena passato il confine con la Svizzera. La polizia non mi voleva lasciare andare senza denaro, così alla fine la mia famiglia ha dovuto mandarmi dei soldi per pagarmi la cauzione. Il mio orgoglio ne ha sofferto in modo tremendo, ma ho anche imparato alcune lezioni, compresa la mia prima lezione di italiano.

La mia mente fanciulla era stata alimentata dalla curiosità. Non vedevo l’ora che la macchina successiva mi caricasse a bordo per arrivare nella nuova città o di scoprire una nuova parola per imparare a esprimere un nuovo concetto.

E quella era la chiave di tutto e la ragione per cui continuai a imparare: un’inesauribile curiosità. Ora, molti anni dopo, sono padre di due bambini. Mia figlia, ventiduenne, è un’avida lettrice fin da quando era molto piccola. Quando aveva 6 o 7 anni era solita sedersi sul pavimento nel bel mezzo delle feste di compleanno per leggere. Qualche volta leggeva libri strani su fantasmi che vivevano in Groenlandia – libri che pochi adulti avrebbero mai toccato, men che meno i bambini. Ma perlopiù leggeva lunghissimi libri di fumetti di Paperino. A quel tempo non aveva grande importanza di cosa parlasse il libro, purché fosse grosso e contenesse tante parole e immagini. Alcuni anni più tardi i libri di Philip Pullman e JK Rowling iniziarono ad apparire nelle librerie islandesi. Presto mia figlia non fu più contenta di attendere la nuovissima traduzione di Harry Potter e dovette procurarsi l’edizione inglese appena usciva. A un certo punto, quando aveva circa 12 anni, iniziò a divorare “Harry Potter e l’ordine della fenice”. Sarebbe diventata ciò che chiamiamo un “toilet tester”. Se la portavo in un bar, si chiudeva nel bagno con questo mattone di ottocento pagine fino a che gli altri avventori si lamentavano perché non potevano usare il bagno.

In questi giorni, mio figlio di quattro anni mi chiede sempre di avere il suo tablet. Dovrei davvero dirgli che dovrebbe attendere almeno altri dieci anni perché io ho avuto il mio primo computer all’età di 31 anni. Non tre più uno. E non era piccolo ed elegante come il libro tascabile di fantascienza che avevo sull’autostrada tra Brindisi e Roma. Era un enorme mostro molto più pesante di un bambino di quattro anni. Ma mio figlio vuole il suo tablet ora. CARPE DIEM! Il tempo è un concetto totalmente astratto per lui. Per lui Natale è un evento lontano migliaia di anni. Gli dico che può avere un tablet solo se prima impara a leggere e scrivere. Così adesso si sveglia alla mattina scrivendo file di A e O e R e ride come un matto quando gli leggo la sua opera. Cosa c’è scritto qui? Mi chiede guardando in alto verso di me. Io gli dico: “C’è scritto: AAAAAOOOOOAAAAOOOSFLRRRRZ!” e lui ride fino alle lacrime di fronte a questa sua prima poesia dadaista. Il tablet potrebbe essere la sua ricompensa in futuro. Il tipo di ricompensa che Amsterdam è stata per me quando mi trovavo nel porto di Brindisi con uno zaino consumato sulle mie gracili spalle. Ho dovuto imparare alcune parole di italiano per dirigermi verso il nord. Ci sono riuscito. Non in modo elegante, ma alla fine sono riuscito ad arrivare all’aereo. Adesso mio figlio deve imparare come si leggono le lettere islandesi per avere il suo tablet per Natale.

Così credo che per me la risposta alla domanda come far leggere i bambini, sia praticamente questa: devi incuriosirli. Tutta la faccenda è un gioco. Qualche volta c’è una ricompensa, ma per la maggior parte del tempo dovrebbero dimenticarsene mentre giocano. Non è davvero importante cosa stanno leggendo, purché leggano molto e si divertano veramente.

Un bambino che legge 50 pagine di fumetti al giorno giungerà poi ad altri testi. I bambini imparano che le lettere e i segni sono amici. E se vivono in più di un Paese, come mio figlio, impareranno presto che ogni parola viene pronunciata in maniera differente in ogni Paese. La nonna protagonista del mio romanzo La folle biblioteca di nonna Huld è davvero la nonna di mio figlio che è morta un anno fa e che lui vagamente ricorda dalle visite che le facevamo in ospedale. Quindi la mia finzione e la sua realtà sono mescolate assieme. Quando crescerà dovrà far chiarezza su questa cosa da solo. Dovrà decidere che cosa è vero e che cosa è semplicemente una storia raccontata da suo padre. I libri diventeranno suoi amici, i personaggi fittizi diventeranno amici che lui desidererà chiamare al telefono o incontrare. Essi vivranno in luoghi come la Svezia, la Germania, l’Islanda o l’Italia. Di tanto in tanto un nuovo amico tecnologico farà capolino: un telefono, un tablet. Mio figlio potrebbe persino abbandonare i suoi noiosi vecchi libri per anni. Ma alla fine torneranno sempre da lui.

 

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