Il femminismo in chiave social sta vivendo una sorta di rinascita. Non che Facebook & co. abbiano inventato niente, ovviamente, ma con le loro dinamiche comunicative a poco a poco stanno, in modo quasi impercettibile, cambiando di segno le battaglie al femminile... - Su ilLibraio.it l'intervento della scrittrice e traduttrice Roberta Marasco

La carta vincente? Parlare di donne, se possibile alle donne. Non è una questione etica, non è neanche questione di gusti o di ritrovata sensibilità, è innanzitutto marketing. L’hanno sempre saputo in pubblicità, è diventato sempre più ovvio nell’editoria, dove a leggere sono prevalentemente le donne e a vendere sono soprattutto le storie d’amore e la women’s fiction. Ma non solo. Vale anche per le riviste, dove i femminili la fanno da padrone, e da qualche tempo vale anche per i social.


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Il femminismo in chiave social sta vivendo una sorta di rinascita. Non si parlava tanto di femminismo da anni, non in modo così capillare, con reazioni così accese e istantanee, non suscitando tanta indignazione o, viceversa, tanto livore e tanta rabbia. Non che i social abbiano inventato niente, ovviamente, ma con le loro dinamiche comunicative a poco a poco stanno, in modo quasi impercettibile, cambiando di segno le battaglie al femminile.

Per cominciare, di donne parlano un po’ tutti. Un po’ perché, come si diceva, le donne vendono, un po’ perché è un tema che sembra fatto apposta per il linguaggio dei social. Si presta a reazioni emotive immediate, porta in sé il germe di una battaglia e di uno schieramento chiaro, ha una posta in gioco elevata, un messaggio che contiene un invito all’azione o al cambiamento.


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Parlare di donne sui social è facile, perché si presta alle logiche comunicative del mezzo, ed è redditizio in termini di like e condivisioni, perché fa appello allo spirito di gruppo insito nei social, alla volontà di far rete, di diffondere, di passare parola. E proprio perché si inserisce così bene nei meccanismi comunicativi social, il discorso sul femminile non può restare immune da una delle loro caratteristiche principali: gli haters. E anche qui femminismo e social vanno a braccetto, purtroppo, come ben sa chiunque si sia arrischiato a usare la parola “femministe” sapendo di evocare non già battaglie importanti ma schiere di donne represse e incazzose, tendenzialmente bruttine e in là con gli anni, estremiste e incapaci dell’uso della ragione. Il femminismo ha sempre generato haters, putroppo, altrettanto irragionevoli e pretestuosi di quelli che fanno capolino nei social.


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Come cambia, allora, il discorso sul femmile, nel momento in cui si intreccia alle dinamiche social? Probabilmente è ancora presto per dirlo. Da un lato Facebook ha avuto come conseguenza quella di sdoganare temi che un tempo erano appannaggio di circoli più ristretti, di coinvolgere anche chi fino a poco tempo fa non avrebbe preso posizione in modo così esplicito. Dall’altro lato i social stanno radicalizzando il dibattito nel momento stesso in cui in realtà lo sfumano, lo deviano verso questioni talvolta marginali che pure accendono facilmente gli animi (come l’epic fail del momento, una campagna infelice, una frase o un aggettivo sbagliati, le professioni declinate al maschile o al femminile), lo inaspriscono, lo rendono pericolosamente più violento e al tempo stesso lo plasmano secondo le regole del marketing e della comunicazione pubblicitaria.


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I social però, come il digitale in generale, stanno anche aprendo il campo e dando visibilità a tutta una serie di revisioni, sperimentazioni e riletture del femminismo (Soft Revolution. Ragazze che dovrebbero darsi una calmata e Abbatto i muri sono i primi esempi che mi vengono in mente), in linea con forme di protesta sempre più fantasiose, divertite, spregiudicate, emotive e originali, dai flashmob alla guerrilla knitting.

Per ogni uomo e ogni donna che approfitta dell’anonimato da tastiera per spendere un “troia” di troppo, ce ne sono altri dieci che sfruttano l’immediatezza e la versatilità dei social per sperimentare nuove strategie comunicative che aprano il campo a nuove battaglie. Che piaccia o meno, ha fatto di più Selvaggia Lucarelli per raccogliere consensi intorno ai diritti delle donne, pur nella sua apparente leggerezza, di quanto non abbiano fatto comunicatori più autorevoli e stimati di lei.

La leggerezza arriva sempre più lontano, non è una novità. I social ora ci sfidano a usarla in modi nuovi e inaspettati, per riscrivere le regole del gioco.

IL LIBRO E L’AUTRICE – Le regole del tè e dell’amore (in libreria per Tre60) è l’ultimo libro di Roberta Marasco. L’amore di Elisa per il tè risale alla sua infanzia. È stata sua madre a insegnarle tutte le regole per preparare questa bevanda e ad associare, come per gioco, ogni persona a una varietà di tè. Daniele, il suo unico grande amore, è tornato dopo tanto tempo. Ma Elisa ha imparato da sua madre a non fidarsi della felicità, a non lasciarsi andare mai, perché il prezzo da pagare potrebbe essere molto alto. Prima di tutto dovrà trovare se stessa, poi potrà capire se Daniele può renderla felice. Quando trova per caso una vecchia scatola di tè con un’etichetta che riporta la scritta ROCCAMORI, il nome di un antico borgo umbro, Elisa ne è certa: si tratta del tè proibito della madre, quello che le fece provare solo una volta e che, lei lo sente, nasconde più di un segreto. Forse proprio lì, in quel borgo antico, Elisa potrà trovare le risposte che cerca e imparare a lasciarsi andare e a fidarsi dell’amore, guidata dall’aroma e dalle regole del tè…

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