"Né 'Dolce vita' né 'Grande Bellezza' né 'Suburra': c’è qualcosa di estremista in ogni stereotipo. Un luogo comune, da solo, non restituisce mai la verità. E una somma di luoghi comuni? Federico Fellini, nel 1972, ha realizzato il film totale su Roma; si chiama appunto 'Roma', e non conosco altro – nemmeno nel tratto già percorso di ventunesimo secolo – che dica sulla città qualcosa in più. Vorrei parlare del film per parlare di Roma, non trovo altre strade...". Su ilLibraio.it il capitolo scritto da Paolo Di Paolo per la raccolta "Contro Roma", che mette a confronto le voci di due generazioni di scrittori

Nel 1975 veniva pubblicato Contro Roma, un libro che raccoglieva testi critici sulla Capitale firmati da dieci scrittori e intellettuali di grande fama: Alberto Moravia, Guido Piovene, Giovanni Russo, Mario Soldati, Dacia Maraini, Eugenio Montale, Goffredo Parise, Enzo Siciliano, Raffaele La Capria e Dario Bellezza.

Oggi, la casa editrice Laterza mette a confronto le loro voci con quelle di una nuova generazioni di autori, per vedere cosa è cambiato in questi anni, sempre che qualcosa sia davvero cambiato. Dalle parole degli scrittori emerge un quadro vario e complesso di Roma, vista sotto diverse prospettive e sensibilità, attraverso le mille facce della vita quotidiana.

contro roma

Nell’antologia sono presenti i testi di Emanuele Trevi, Valerio Magrelli, Nicola Lagioia, Antonio Pascale, Teresa Ciabatti, Giuseppe Culicchia, Igiaba Scego, Christian Raimo e Paolo Di Paolo. Molti tra gli autori vivono nella Capitale o l’hanno scelta come città d’elezione, e instaurano con la Roma un dialogo continuo di amore e odio, frustrazione e attaccamento.

Su ilLibraio.it, per gentile concessione della casa editrice, proponiamo il capitolo scritto da Di Paolo.

Né Dolce vita né Grande Bellezza né Suburra: c’è qualcosa di estremista in ogni stereotipo. Un luogo comune, da solo, non restituisce mai la verità. E una somma di luoghi comuni? Federico Fellini, nel 1972, ha realizzato il film totale su Roma; si chiama appunto Roma, e non conosco altro – nemmeno nel tratto già percorso di ventunesimo secolo – che dica sulla città qualcosa in più. Vorrei parlare del film per parlare di Roma, non trovo altre strade.

Il grande riminese procede per accumulo (come in Amarcord, il film successivo, e come nel Satyricon, il film precedente). Sembra intenzionato a non perdere un solo dettaglio. Parte dal ragazzino di provincia che riceve a scuola notizie sui Romani – Giulio Cesare al passo del Rubicone; il masso di pietra, all’uscita dal paese, che indica la strada per la capitale. Roma solo immaginata: lo stupore del cinema muto, la messa in scena solenne e grottesca dei “peplum”, i film di spada e sandali. Fellini finge di comporre un racconto biografico: la scoperta – da lontano e nei panni di figlio della lupa – della città che intende rivivere i fasti imperiali; l’arrivo alla stazione Termini, da provinciale in cerca di fortuna. Finge quindi di perdere il filo e si abbandona a una bulimica enumerazione di “cose viste”, di cose sentite. Uno degli aspetti più straordinari del film è la sua non-sceneggiatura: le frasi che sembrano rubate alla strada, smozzicate, come si direbbe proprio a Roma, biascicate, urlate, coperte da altre voci. Estratte ed elencate una per una, darebbero un impressionante quadro fonico della città – non solo la cadenza, ma gli umori che vi si riflettono (i “mortacci” tirati a caso; le massime più grevi e bonarie allo stesso tempo: “Come magni, cachi”). I luoghi comuni, d’altra parte, sono la traduzione idiomatica semplificata di un’esperienza del mondo: perciò, quando sentiamo dire da un navigato provinciale “Roma è grande e non ti conosce nessuno”, o da un distinto e anziano residente nell’Urbe “So’ scomparsi i romani”, sentiamo quanto sia difficile smentire l’ovvio. E nello stesso tempo, la necessità di smentirlo. Come la sente quel gruppo di sessantottini cresciuti che si avvicina a Fellini (il regista appare nei panni di sé stesso) per provocarlo: non userà mica la solita prospettiva qualunquista? Non verrà fuori la solita Roma sciatta e “pacioccona”? Fellini alza le spalle, sorride e non risponde. O non direttamente: sostiene che bisogna raccontare ciò che si conosce, e salta così in un altro quadro o quadretto – i vecchi teatrini d’avanspettacolo dove i bambini facevano pipì in sala e il pubblico sbracatissimo finiva per tirare gatti sul palcoscenico.

Il gioco è scoperto. È come se Fellini dicesse allo spettatore: ti pare un luogo comune? Ecco, se lo indichi come tale, se lo discuti più di tanto, diventi un luogo comune pure tu. “Se vedi gente che lavora nun è Roma!” urla qualcuno da un capannello radunato intorno alla macchina da presa. Non fai in tempo a pensare che si tratti della solita, caricata, proverbiale ovvietà, ed ecco il drappello di giovanotti militanti porre al cineasta di mezza età la questione dei problemi sociali, della visione politica. Un luogo comune sfidato da un altro luogo comune? L’impolitico (almeno in apparenza) Fellini non riesce a fidarsi di un solo stereotipo: così li mette in campo tutti, anche l’uno contro l’altro. La matassa che ne risulta è Roma. I preti e le suore sulle scale di Santa Maria Maggiore. I “burini” a servizio dai romani radicati da generazioni. Il signorino che dorme fino a tardi ma sta per entrare da ragioniere all’Atac. La gente del cinema, i viveurs solo di facciata, i millantatori. I tavolini all’aperto di un’eterna estate. La cucina romana, pesante e unta, i camerieri a metà fra piazzisti e stornellatori (che conoscono benissimo la propria parte in recita). Il cinese che prepara – siamo nel ’72! – l’amatriciana: “Bucatini amatriciana fatti io”. E una donna che domanda all’avventore: “Che c’ha paura dei cinesi?”. Le rovine di notte, piantonate dalle puttane – in quella speciale nebbia dei film di Fellini, che mescola letteralmente memoria e desiderio. Ma non manca nemmeno il Grande Raccordo Anulare – “come un anello di Saturno” – intasato, l’ingorgo davanti al Colosseo (“troppe macchine!”), le manifestazioni, la pioggia, le buche. Non mancano le campane – un paesaggio fittissimo di chiese – e i fasti cardinalizi, nella memorabile, debordante scena delle sfilate di moda in abiti talari. Fellini racconta perfino gli scavi per la metropolitana e il canonico ritrovamento di reperti archeologici, ma anche i faldoni di carta negli archivi dei ministeri, la polizia che carica i manifestanti in una piazza di Trastevere e i turisti stranieri che trovano pittoresco l’intero quadro, senza distinzioni.

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Lo scrittore americano Gore Vidal, seduto a un tavolo, sentenzia – anche lui nei panni di sé stesso – sulle illusioni che Roma produce: è la città delle illusioni, dice Vidal, la chiesa, il governo, il cinema. Poi aggiunge: “Il posto ideale per vedere se tutto finisce”. Fellini lo lascia parlare, lo filma come se ascoltasse un oracolo sapendo già di non poter credere al responso. Così, affianca alla smagliante arguzia intellettuale dello scrittore, troppo turista per essere davvero coinvolto, la memorabile scena del pedinamento di Anna Magnani. È notte fonda, nelle strade c’è un’aria da lupanare, da Satyricon aggiornato, ma senza troppa convinzione – la buccia di cocomero e il vinello ancora sul tavolo, la ragazza seminuda, il vetturino, i resti di cibo, la monnezza a terra, il manifesto elettorale sul muro. Ma basta girare l’angolo per ritrovare un silenzio quasi incantato, l’antica e maestosa scenografia di questo eterno cinema riposa nel buio e nel silenzio. Fellini segue un’ombra su un muro, insegue chi la proietta: è la Magnani; la presenta enfaticamente, in voce fuori campo, come l’attrice romana “che potrebbe essere anche un po’ il simbolo della città”. La Magnani – segnata e luminosa, all’ultima apparizione sullo schermo – si volta, come per rispondere alle parole del regista: “Che so’ io?” chiede, e sorride. Fellini continua, insiste, entra finalmente, con tutte le scarpe, nel campo degli stereotipi: “Una Roma vista come lupa e vestale…”. “De che?” interviene la Magnani. Fellini va avanti: “Aristocratica e stracciona, tetra, buffonesca… Potrei continuare fino a domattina”. L’attrice lo interrompe: “A Federi’, va’ a dormi’, va’!”. Fellini prova a intervistarla; la Magnani chiude il portone: “Nun me fido. Buonanotte!”.

Ancora un po’ di silenzio notturno, di Roma addormentata. Poi, il rombo di una squadra di motociclisti che attraversa il centro storico chiude il film. L’attrice – il cinema in persona – va fuori copione, blocca la sequenza di aggettivi e di luoghi comuni. Non c’è la parola “fine” (Fellini non la inseriva mai), ma è come se fosse Anna a pronunciarla. Il volto femminile più intensamente stereotipico della Roma novecentesca discute la propria stessa maschera; il Simbolo si rifiuta di essere un simbolo. Mentre lo fa – in quello strepitoso “Nun me fido”, nel sospetto burbero, nella diffidenza per chi blandisce – conferma, quasi senza volerlo, un luogo comune sul carattere romano. Ma forse, se presa alla lettera, ci sta invitando a trattare i luoghi comuni come cose vive, a non astrarli e congelarli a forza di retorica o contro-retorica, ad avere sempre nell’orecchio, al principio dei nostri discorsi pomposi e definitivi su Roma e su tutto, un categorico, affettuoso, sanissimo “Va’ a dormi’, va’…”.

 

(continua in libreria…)

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