Walter Veltroni con “Il bar di Cinecittà” racconta la “Hollywood sul Tevere” attraverso la prospettiva privilegiata di un bancone di un bar: tra incontri con Marcello Mastroianni e Federico Fellini, il protagonista di questo romanzo dipinge “un luogo unico al mondo, capace di trasformare la quotidianità in racconto e mito”…

Ci sono luoghi che sono la rappresentazione delle possibilità in divenire e senza dubbio Cinecittà è uno di questi. Aspettando le celebrazioni del 2027 per i novant’anni dalla sua inaugurazione, Walter Veltroni con il suo nuovo romanzo Il bar di Cinecittà accompagna il lettore proprio in quella dimensione onirica.

Il Bar di Cinecittà

Un luogo ancora incompleto, ma già leggendario

Nel corso della narrazione vediamo il destino di un ragazzo intrecciarsi con quello di un Paese che si deve reinventare. Giovanni Diotallevi ha sedici anni quando suo padre gli annuncia una notizia che ha il sapore della svolta: un colloquio, un’occasione che potrebbe spalancargli le porte di un luogo ancora incompleto ma già leggendario. Un posto in fondo alla Tuscolana il cui nome suona come una promessa: Cinecittà.

È una mattina fredda del febbraio 1937 quando Giovanni sale sulla bici, attraversa una Roma ancora addormentata e varca le colonne monumentali della futura fabbrica dei sogni. Lì incontra Franco Romoli, il capo del bar, e per la prima volta passa dietro al bancone.

Non può saperlo, ma quel gesto semplice sarà l’inizio di una vita intera: in quel bar crescerà, amerà, invecchierà. Diventerà amico di Marcello Mastroianni e di Fellini, attraverserà la guerra e la ricostruzione, vedrà l’Italia cambiare volto, scivolare nel benessere, poi tremare davanti all’arrivo della televisione che minaccia di spegnere la magia della “Hollywood sul Tevere”.

“A Giovanni piaceva l’idea di essere proprio lì, dove questa fabbrica di sogni veniva edificata, nella più grande macchina di illusioni, di storie e di fantasie che si potesse immaginare”.

Il bar diventa un osservatorio privilegiato

Da questa prospettiva Giovanni osserva la vita come se fosse uno di quei film in pellicola, ne assorbe le emozioni, guarda da quel bancone opportunità e possibilità, in uno scenario in continua trasformazione.

Veltroni costruisce un romanzo che non è solo storia individuale, ma ritratto collettivo in cui il bar diventa un osservatorio privilegiato, dove la realtà e l’immaginazione coesistono e spesso si fondono. Qui passano comparse, tecnici, divi, famiglie intere in cerca di riparo. Qui si incrociano le contraddizioni di un’Italia che cambia pelle, lasciandosi alle spalle la povertà per inseguire il boom, scoprendo nuovi linguaggi e  nuovi modi di guardare il mondo.

La scrittura di Veltroni è intrisa di una nostalgia che non immobilizza, ma illumina, Cinecittà appare come un organismo vivente, un luogo che respira, che sogna e custodisce un’umanità fragile e luminosa.

Il bar di Cinecittà è un romanzo ironico e intriso di sentimento, è la storia di un ragazzo che diventa uomo mentre l’Italia diventa un’altra Italia.

È il disegno leggero di un luogo unico al mondo, capace di trasformare la quotidianità in racconto e mito. È, soprattutto, un atto d’amore verso il cinema: quella macchina fragile e potentissima che, per decenni, ha insegnato a un Paese intero a immaginare se stesso e che ancora oggi – seppure nelle sue contraddizioni e in uno scenario evolutivo più ampio – ci aiuta ancora a guardare a un orizzonte più ampio e lontano.

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Fotografia header: Walter Veltroni (c) Desiderio Puleo

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