Il ritorno del “Diavolo veste Prada”, tra il grande schermo e le pagine di Lauren Weisberger, è l’occasione per riflettere su un’epoca che oggi ci appare lontanissima. Dalle redazioni di Manhattan dei primi anni Duemila, dove il successo si misurava in tacchi a spillo, litri di caffè e notti in bianco, siamo scivolati verso la “società della stanchezza”, in cui il mito del “lavoro dei sogni” ha ceduto il passo all’analisi del burnout. Da Carrie Bradshaw a Rory Gilmore, passando per Rebecca Bloomwood e Bridget Jones, osserviamo come la sensibilità contemporanea – tra il revisionismo di TikTok e la nuova saggistica – abbia smontato pezzo per pezzo la scrivania di Miranda Priestly. Un viaggio tra cinema, bestseller e romanzi millennial per capire come, insieme al nostro armadio, sia cambiata soprattutto la nostra idea di felicità

C’è stato un tempo, non troppo lontano ma che oggi ci appare come una sorta di era geologica fa, in cui il rumore dei sogni aveva un suono molto specifico: era il ticchettio ritmico di un paio di tacchi a spillo sul marmo di un atrio di Manhattan, alternato al fruscio di pagine patinate e al sibilo di un getto di vapore di uno Starbucks preso rigorosamente “on the go“.

In quegli anni, a cavallo tra la fine dei Novanta e l’inizio dei Duemila, essere una giornalista non era solo una professione, era il modello aspirazionale definitivo.

“Quella fatica era la prova della loro esistenza”

Era l’epoca delle personagge dal fascino irresistibile e dalla vita sentimentale perennemente frullata.

Le vedevamo nei film e nelle serie tv, avvolte in outfit “giusti” (spesso impossibili da mantenere con uno stipendio da redattrice junior), intente a ingollare litri di caffè americano mentre correvano da un taxi all’altro. La sera la trascorrevano nel locale “di fiducia” con gli amici di sempre, a lamentarsi di quanto tutto fosse asfissiante, complicato, terribilmente difficile. Ma lo facevano con un luccichio negli occhi che tradiva la verità: quella fatica era la prova della loro esistenza, era la sostanza stessa di un successo che allora coincideva, senza troppi dubbi, con la nostra idea di felicità.

La vendetta veste Prada. Il ritorno del diavolo di Lauren Weisberger

L’attesa per Il diavolo veste Prada 2

Oggi, mentre si rincorrono le notizie su Il diavolo veste Prada 2 – che vede il ritorno trionfale di Meryl Streep, Anne Hathaway, Emily Blunt e Stanley Tucci – e nelle librerie torna a fare capolino il sequel firmato da Lauren Weisberger, La vendetta veste Prada (Piemme), proprio quel mito sembra essersi incrinato. O meglio, è stato passato sotto la lente d’ingrandimento spietata di una nuova consapevolezza.

Ma intanto: cosa sappiamo del nuovo capitolo?

Se il primo film è stato un caso studio nelle scuole di sceneggiatura – un “pacchetto blockbuster” perfetto, con un arco di trasformazione dell’eroina da manuale, un’antagonista memorabile e un mentore più iconico di qualsiasi “fata madrina” – il ritorno sul grande schermo promette di essere diverso dal sequel cartaceo, adattandosi a un mondo dove il potere non passa più solo per le rotative.

Ma è proprio sulla carta che la storia di Andy Sachs ha preso, già da tempo, una piega che vale la pena riscoprire per capire quanto siamo cambiati.

La vendetta veste prada: il libro

Se per il cinema le sfide di Miranda Priestly si aggiornano ai tempi della crisi dell’editoria, Lauren Weisberger aveva già tracciato un percorso netto. In La vendetta veste Prada, ritroviamo una Andy che ha compiuto un salto carpiato inaspettato: dieci anni dopo aver abbandonato Runway, non è diventata una reporter d’assalto, ma la direttrice di The Plunge, la rivista di spose più esclusiva d’America. E, ironia vuole, che la sua socia in affari sia proprio Emily, quella che nel primo capitolo abbiamo conosciuto come l’assistente “di ferro”, appassionata di diete punitive e vittima delle folli variazioni d’umore di Miranda.

Copertina del romanzo Il diavolo veste Prada di Lauren Weisberger

Ma l’ombra dell’ex capo non è mai svanita, aleggia come un’asticella di perfezione impossibile che continua a influenzare le loro vite, specialmente quando si profila l’ipotesi che il gruppo editoriale di Miranda voglia acquisire la loro creatura.

Il libro – il secondo, come il primo – svela una verità che il film aveva parzialmente edulcorato: la trasformazione di Andy non è mai stata una metamorfosi subìta, ma una scelta. Nel romanzo, Andy è meno “sfigata” e goffa, è una ragazza ambiziosa che cerca di farsi le ossa, consapevole che il “pedigree” professionale si costruisce col sudore. La sua gavetta non è un errore di percorso, ma un investimento che oggi cerca di riscuotere.

Le eroine delle parole, “sorelle” di Andy

E a proposito del personaggio di Andy. L’abbiamo amata, abbiamo tentato di calzare la sua vita come una décolleté di vernice, ne abbiamo subito il fascino – altrimenti non sarebbe rimasta così impressa nel nostro immaginario.

Pensate allo scambio cult sul ceruleo: Miranda che recita il suo monologo e lei che incassa in silenzio, diventando il contraltare perfetto di quella lezione di supremazia del gusto che ancora oggi sopravvive sotto forma di meme.

Ma Andy non è un’eccezione: ha tante “sorelle”.

Appartiene a quel pantheon di eroine – giornaliste o aspiranti tali – che ha colonizzato i nostri desideri per vent’anni. Donne molto alla moda, metropolitane e perennemente sul pezzo, travolte da una quotidianità frenetica dove il confine tra successo e naufragio era sottilissimo.

Locandina film Il diavolo veste Prada 2

C’era Carrie Bradshaw, che batteva i tasti del suo portatile tra una sigaretta e l’altra, convincendoci che con una rubrica settimanale si potessero pagare affitti nell’Upper East Side e collezioni di Manolo Blahnik.

C’era Rory Gilmore, la wannabe journalist per eccellenza, nutrita a pane e letteratura, pronta a tutto per diventare la nuova Christiane Amanpour (salvo poi scoprire che la precarietà non risparmia nemmeno le “elette” di Stars Hollow).

E ancora: la Bridget Jones dei pasticci in diretta tv, la Rebecca Bloomwood del bestseller di Sophie Kinsella, I love shopping, che scriveva di finanza mentre affogava nei debiti, o la Lois Lane che inseguiva scoop tra un salvataggio e l’altro. Erano tutte accomunate da un’ossessione: le parole. Il desiderio di scrivere e di realizzarsi proprio attraverso le loro storie. Ma quella narrazione portava con sé un’ombra: l’idea che per avere diritto a quel sogno bisognasse necessariamente attraversare una gavetta infernale, un calvario lavorativo accettato con la rassegnazione di un dogma religioso.

Come il cambiamento culturale può cambiare un bestseller

È qui che interviene il cambio di paradigma.

Se negli anni Duemila facevamo il tifo per Andy affinché riuscisse a consegnare il manoscritto di Harry Potter alle gemelle di Miranda durante un uragano, le nuove generazioni hanno ribaltato completamente la prospettiva. Come spesso accade con i prodotti culturali che “invecchiano male”, su TikTok il film è diventato il terreno per una rilettura critica.

Oggi molti spettatori non vedono più in Andy un’eroina della resilienza, ma una “red flag” vivente. È la workaholic che rovina le serate agli altri perché ossessionata dal lavoro, quella che non sa dire di no, che cambia identità per aderire a un mondo che fino al giorno prima insultava.

Senza parlare della riabilitazione che ha avuto Nate, il fidanzato. Per anni è stato considerato il “freno” all’ambizione di Andy, il ragazzo noioso che voleva solo mangiare un toast al formaggio mentre lei conquistava Parigi. Nella nuova sensibilità, invece, Nate è diventato il simbolo dell’equilibrio: quello che tiene al proprio lavoro (anche lui fa gavetta in cucina!) ma non permette che questo gli rubi l’anima. La sua colpa non era non sostenere Andy, ma ricordarle che stava diventando “una di loro”.

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“Amo il mio lavoro, amo il mio lavoro”

Era il mantra disperato che Emily Blunt ripeteva a se stessa tra un attacco di panico e l’altro, ed è diventato negli anni addirittura un hashtag: #ilovemyjob. Ma la verità è che, oggi, la letteratura e il cinema hanno smesso di confezionare questo tipo di immaginario come un pacchetto regalo senza difetti.

Questo ritorno del “Diavolo” deve fare i conti con un mondo che ha smesso di credere nel “lavoro dei sogni.

Se prima la nostra moodboard ideale era fatta di notti in bianco davanti al Mac, tazze di caffè vuote e occhiaie coperte dal correttore, oggi l’aspirazione è virata verso una vita più lenta — che però pure se troppo romanticizzata, rischia di andare incontro alla stessa sorte di insoddisfazione.

Il sacrificio non è più visto come un viaggio dell’eroe verso la vetta

Il sacrificio non è più visto come un viaggio dell’eroe verso la vetta, ma semplicemente per quello che è: sfruttamento mascherato da prestigio.

Siamo passati dall’ossessione di “fare esperienze perché poi ce le possiamo rivendere” a una riscoperta del tempo libero.

I libri che alimentano il dibattito contemporaneo non ci dicono più come avere successo, ma ci chiedono, come fanno Maura Gancitano e Andrea Colamedici: Ma chi me lo fa fare? (HarperCollins).

La saggistica recente ha smontato pezzo per pezzo la scrivania di Miranda Priestly: da Francesca Coin che analizza il fenomeno de Le grandi dimissioni (Einaudi) a Irene Soave che in Lo statuto delle lavoratrici (Bompiani) indaga il rapporto complesso tra donne e impiego, passando per le riflessioni antropologiche di James Suzman nel suo Lavoro (Il Saggiatore), che ci ricorda come questa nostra ossessione sia, storicamente, una deviazione piuttosto recente.

La Società della stanchezza

In questo nuovo scenario, la spietatezza un tempo celebrata come “dedizione” non basta più a giustificare l’abuso o il dover gestire Il pessimo capo (Longanesi) descritto da Domitilla Ferrari.

Siamo diventati, per dirla con il filosofo Byung-Chul Han, la Società della stanchezza (nottetempo). Una stanchezza che è filtrata prepotentemente nel romanzo contemporaneo, soprattutto in quello di matrice millennial, dove non si cerca più l’ascesa sociale ma si racconta la paralisi.

Lo vediamo nelle vite sospese di Spatriati (Einaudi) di Mario Desiati, nel senso di precarietà esistenziale di una Falsa partenza (La Nave di Teseo) di Marion Messina, o in quel desiderio di estetica che nasconde il vuoto narrato da Vincenzo Latronico ne Le perfezioni (Bompiani). Sono libri che raffigurano campioni umani diversi: fragili, angosciati, consapevoli che il successo professionale non è più un ombrello sufficiente a ripararsi dalla pioggia.

Il panorama è cambiato e le certezze di vent’anni fa sono crollate sotto il peso di una nuova consapevolezza. Ma in fondo siamo ancora qui, in attesa di sentire di nuovo il rumore di quei tacchi che avanzano sul marmo.

Forse non siamo più disposti a venderci l’anima, ma abbiamo ancora voglia di vedere come va a finire.

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